Il sepolcro di Barbara Manfredi è una tomba ad arcosolio scolpita da Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, come sepoltura di Barbara Manfredi, prima moglie di Pino III Ordelaffi, signore di Forlì. Si trova nell'abbazia di San Mercuriale di Forlì, ma era stato realizzato nella chiesa di San Biagio. Lo spostamento è avvenuto in seguito al bombardamento del 1944. La realizzazione è attribuita a Francesco di Simone FerrucciL'attribuzione è di Adolfo Venturi.
Storia
Il monumento viene realizzato in seguito alla morte di Barbara Manfredi, avvenuta nel 1466, quando lei ha solo ventidue anni. Nonostante i sospetti e le insinuazioni, diffusi in particolare dai parenti faentini della donna, che Pino avesse avvelenato la moglie per gelosia, non ci sono evidenze che la morte sia avvenuta mediante avvelenamento.
Il signore di Forlì fa preparare per Barbara Manfredi un sontuoso monumento funebre, realizzato da Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole. L'opera era collocata originalmente nella chiesa forlivese di San Biagio in San Girolamo. Lo stesso Pino sarà poi seppellito ai piedi del monumento, nel terreno, sotto una semplice epigrafe, poi spostata, insieme con le spoglie nel presbiterio e infine perduta.
A inizio Ottocento il monumento viene danneggiato dalle milizie francesi che erano acquartierate nella chiesa. I soldati spezzano il piede sinistro della statua e recano danni al sepolcro in più punti. Inoltre abradono lo stemma degli Ordelaffi.
Con la distruzione della chiesa nel bombardamento della seconda guerra mondiale del 1944, il monumento viene fortunosamente recuperato in pezzi fra le macerie, grazie all'iniziativa dei cittadini. Il corpo era stato sbalzato fuori e viene affidato alle clarisse in attesa della ricostruzione del monumento. In questo contesto viene anche eseguito un test per identificare la presenza di veleni, ma non se ne trovano. L'ipotesi per la morte è che fosse dovuta a peritonite.
Il rimontaggio nell'abbazia di San Mercuriale, avvenuto nel 1947, è stato operato dallo scultore Giuseppe Casalini. I danni sono stati comunque evidenti in particolare probabilmente si è persa la patina del marmo. Inoltre l'uso per il restauro di materiali incollanti quali cemento, gesso e ferro hanno portato a un deterioramento dovuto all'azione del tempo. Collocato su un muro della navata laterale sinistra, proprio sotto il campanile, il monumento si trovava inoltre in una zona umida e questo ha creato ulteriori criticità. L'intervento di restauro si rende necessario negli anni ottanta del Novecento e così fra il 1984-86 viene aperto il cantiere, il che rende possibile studiare il monumento più da vicino.
Il monumento è effettivamente una sepoltura, dato che contiene il corpo di Barbara. Nel 1984, il 7 novembre, la Direzione degli Istituti Artistici e Culturali di Forlì esegue una ricognizione sui resti. Il team di esperti è formato dai professori Giorgio Toni e Franco Ruggeri dell'istituto di anatomia umana dell'Università di Bologna e sono presenti il dottor Walter Vichi, la dottoressa Ferretti e il dottor Duilio Zuccherini, oltre che alcuni operai. Il corpo risulta conservato in una cassa di lamiera zincata delle dimensioni di 148x32x20 centimetri. Dallo scheletro si desume avesse un'altezza di un metro e cinquantasei e risulta un soggetto giovane e costituzionalmente eumorfico.
Per quello che riguarda il restauro del monumento la scultura raffigurante Barbara viene portata nel laboratorio di Ottorino Nonfarmale, dove viene accuratamente ripulita. La parte più ostica è l'estesa macchia di ruggine all'altezza del vestito che viene schiarita, ma non eliminata. L'ipotesi sulla sua formazione è che derivasse da una graffa di ferro o da un vaso appoggiato sul corpo della giovane per conservare dei fiori. Viene inoltre bonificata la zona, intervenendo in particolare sul problema dell'umidità.
Descrizione
Parte dei marmi è di reimpiego, provenendo da opere precedenti romane o bizantine. La cornice nella parte alta dell'edicola, i due pilastrini che sorreggono l'arco sovrastante la cella e la modanatura sotto l'arco vengono da colonne di marmo greco, il sarcofago è un reimpiego di un sarcofago romano-bizantino, i capitelli sono di recupero. I drappi sono l'unico elemento in pietra d'Istria. Tutto il resto è in marmo bianco di Trani venato. L'urna non è monolitica, ma composta di tre pezzi.
Il monumento è ad arcosolio e presenta un sarcofago con sopra la raffigurata la defunta come addormentata con il viso su un grande cuscino e circondata da drappi decorati con damascature a fiore di melograno. Il viso potrebbe essere stato elaborato a partire da una maschera mortuaria.
Lo zoccolo in basso appare finemente intagliato con strumenti taglienti e appuntiti con decorazioni a nastri ed encarpi di foglie di quercia e alloro e frutta.
Contornano il monumento numerose decorazioni con variazioni su temi fitomorfi. Nelle risulte dell'arco si trovano i due stemmi degli Ordelaffi a sinistra e dei Manfredi a destra.
Il sarcofago presenta un rilevi con due angioletti che sorreggono un cartiglio con l'epigrafe:
BARBARAE ASTORGII MANF. F. / PINUS ORDEL AN.F.UX. DUICISS / OB. DIVINA VIRTUTUM MERITA / PONENDUM IUSSIT / VIX AN XXII M VI D IIII / B.M. / AN SAL MCCCCLXVI
(Pino Ordelaffi, figlio di Antonio, ordinò che [questo monumento] fosse dedicato alla dolcissima moglie Barbara, figlia di Astorgio Manfredi, per le sue divine virtù. Barbara Manfredi visse ventidue anni, sei mesi e quattro giorni. Anno 1466).
Nell'arco si trova una raffigurazione della Madonna con il Bambino contornata da un tondo di rami di quercia e con ai lati due angeli.
Note
Bibliografia
Altri progetti
Categoria:Sculture rinascimentali manfredi