Gli obelischi Da οβελος (obelos, cioè “spiedo”), e più esattamente dal suo diminutivo οβελιςκος (obeliskos) che, perciò, significa “spiedino”. Il termine egiziano, dall’etimologia molto incerta, era invece “thn” (“tekhen ”), ma in testi molto antichi si trova anche il termine “mn” (“man”). Si tratta di una forma più arcaica il cui primo utilizzo noto risale alla IV dinastia e, segnatamente, a Mer-Het, alto dignitario del Re Khufu (Cheope), che viene indicato come “sacerdote del grande obelisco di Khufu (Orazio Marucchi, “Gli obelischi Egiziani di Roma”, Loescher Editore, 1839 p. 3) egizi sono generalmente monoliti I primi obelischi, quelli risalenti alla seconda metà dell’Antico Regno erano, invece, principalmente in mattoni e, come è intuibile, ne sono rimaste ben poche tracce. Si trattava di immense costruzioni e l’esempio più famoso, risalente almeno al 2400 a.C., è quel che resta del "Benben" nel complesso solare del Re Setibtawy Niuserra, V Dinastia, ad Abu Gurab: alto 36 metri, sovrastava una base quadrata alta 20 m. raggiungendo, perciò, la considerevole quota di oltre 50 m. in pietra a base normalmente quadrata, con elevazione troncopiramidale, terminanti con una cuspide piramidale detta "pyramidion"Il pyramidion, in pietra lucida (diorite o basalto nero) era spesso ricoperto di lamine di rame dorato (ma anche in oro o elettro), e doveva riflettere la luce solare o comunque stagliarsi nettamente contro l’azzurro del cielo.. La loro funzione originaria, durante l’Antico Regno e nell’area del Basso Egitto, era fondamentalmente quella di elevare il più alto possibile il "Benben"Il "Benben", originariamente di forma conica, rappresentava il tumulo primordiale emerso dalla acque del Nun, l’oceano che ricopriva la terra, su cui il Dio creatore, Atum, generò se stesso., quale simbolo solare. Gli obelischi più recenti, monolitici, del Nuovo Regno e dell'Alto Egitto, non pare avessero collegamenti così stretti con il culto solare. Erano normalmente eretti in coppia dinanzi ai "piloni" dei templi più importanti, vuoi come semplice abbellimento che alleggeriva le linee massicce e basse del tempio stesso, vuoi come utile superficie su cui scrivere titolature e messaggi del committente al Dio cui era devoto. Secondo un’ipotesi, l’obelisco (ed il fulgore della punta, costituita dal pyramidion doveva accentuare tale visione) altro non era che un raggio di sole pietrificatoCosì, tra gli altri, Orazio Marucchi, "Gli obelischi Egiziani di Roma", Loescher Editore, 1839 p. 3, uno di quelli che, nelle così rare occasioni in cui il fenomeno si presentava in Egitto, filtrava dalle scure nubi temporalesche.
Tecnica di realizzazione
Gli obelischi egizi del Nuovo Regno, specie quelli di grandi dimensioni, erano realizzati generalmente in granito, particolarmente abbondante nelle cave della zona di Aswan. La tecnica realizzativa è oggi abbastanza conosciuta, e questo, in special modo, grazie a quello che è noto come "obelisco Incompiuto" di Aswan. Si tratta, infatti, di un obelisco, non ultimato, che si trova ancora nella cava in cui era in corso di lavorazione. Il gigantesco monoliteLunghezza (altezza se fosse stato eretto): 41,75 m; larghezza lla base: 4,23 m; larghezza alla base del pyramidion: 2,49 m; altezza del pyramidion: 4,54 m; peso stimato: 1.200 t. è disteso nella cava da cui doveva essere estratto ed è circondato da una trincea larga, mediamente, 1 m; il lato lungo inferiore poggia sul fondo della fossa di estrazione, ed è ancora attaccato alla base grazie ad una sorta di "piede" in granito, alto 80 cm circa, circondato da una profonda scalfittura arrotondata. L’ "Incompiuto", la cui esistenza era nota, nel corso dei millenni era stato ricoperto da strati e strati di terra e sabbia ed era stato sottovalutato dalla gran parte degli archeologi moderni. Venne tuttavia ri-scoperto nel 1922 dall’egittologo inglese Reginald Engelbach.La “ri-scoperta”, o meglio lo scavo sistematico, si deve nel 1921-22 (con un budget di 75 sterline) all’egittologo inglese Reginald Engelbach (1885-1946) che, per primo, comprese l’importanza di un tale manufatto per uno studio sistematico degli obelischi.. Nell’area furono rinvenute centinaia di sfere di diorite (o dolerite) di diametro variabile tra i 12 e i 30 cm, e un peso medio di circa 5 kgUn numero davvero elevato, pur considerando i millenni trascorsi e la continua asportazione di sfere quale souvenir.. La superficie dell’"Incompiuto", così come il "piede", presentano tracce di lavorazione concava evidentemente praticata proprio percuotendo la superficie di granito con tali sfere. Giacché i fianchi dell’obelisco sono attraversate da tracce di ripartizioni verticali di ampiezza pari a circa 30 cm, alcune recanti segni non traducibili, ma evidentemente. codificati, Engelbach ipotizzò che tali segni fossero indicativi di moduli assegnati a un operaio, o a una squadra. L’ipotesi prevedeva che, specie per le superfici orizzontali, venissero accesi fuochi di canne che venivano poi repentinamente spenti con acqua; tale shock termico causava lo sfaldamento della superficie rendendola, perciò, più friabile e facilmente frantumabile e asportabile. Convinto assertore di tale metodo, anche perché la durezza del granito non avrebbe consentito l’uso di scalpelli in rame o bronzo, né erano rilevabili tracce di tagli netti dovuti proprio a tali utensili, Engelbach ne sperimentò in prima persona la fattibilità. Operando su un’area di 30 cm, in un’ora di lavoro con le sfere di diorite, e grazie all'azione abrasiva della sabbia, riuscì ad abbassarne il livello di circa 5 mm. Considerando che gli antichi operai egizi fossero ovviamente più addestrati, Engelbach ipotizzò che, nello stesso tempo, il livello sarebbe stato abbassato di almeno 8 mm; il calcolo derivante dai "moduli" individuati da Engelbach consentì di valutare che potessero lavorare contemporaneamente, nella trincea, circa 130 uomini assistiti, per l’asportazione dei materiali di risulta che, dato l’effetto abrasivo delle sfere in diorite, era costituito da polvere e non da calcinacci, da almeno il doppio, per un totale giornaliero di almeno 390-400 unità tra interno ed esterno della trincea. Da tali considerazioni Engelbach ipotizzò che, con una giornata lavorativa di 10-12 ore (anche ripartita su più operai, o squadre), l’obelisco sarebbe stato completato in un arco di tempo pari a circa 8 mesiEngelbach trovò conferma di tali tempi di lavorazione nella base dell’obelisco di Hatshepsut a Karnak. Si tratta di un manufatto alto circa 30 m e, perciò, di dimensioni prossime a quelle dell’Incompiuto; qui, infatti, si legge che "[…] la Mia Maestà ordinò che si lavorasse a loro dall’anno quindicesimo di regno, il primo del sesto mese, all’anno sedicesimo, l’ultimo del dodicesimo mese ovvero sette mesi di estrazione dalla montagna […]"... L’obelisco in trattazione non fu completato poiché, giunti a uno stato di lavorazione, si evidenziò una frattura longitudinale che non avrebbe consentito, una volta ultimato, di innalzarlo. Varie ipotesiTrattandosi sostanzialmente di un fallimento, non esistono notizie sull’ordinazione dell’opera. sono state avanzate su chi fosse il re durante il cui regno sarebbe stato ordinato, o realizzato, l’"Incompiuto". Considerando le dimensioni, simili ad altri obelischi commissionati da Hatshepsut, si è ipotizzato che a lei si dovesse l’opera. Per non perdere il lavoro già svolto, tuttavia, sono evidenti i tentativi di ricavare obelischi più piccoli; anche questi, data comunque la lunga fessurazione di cui si è detto, non furono realizzati e, in tal senso, si è ipotizzato che almeno uno dei tentativi di recupero si dovesse al faraone Thutmosi III, successore di Hatshepsut. Tale ipotesi trova la sua ragion d’essere dal confronto tra il possibile obelisco minore ricavabile e quello che oggi è noto come Obelisco Lateranense che presentano misure alquanto similiLateranense altezza 32,18 m; tentativo di recupero 32 m; altezza del pyramidion Lateranense 4,51 m; tentativo di recupero 5,30.. Appare chiaro, tuttavia, che la lavorazione degli obelischi non prevedesse sempre lo stesso sistema riservato, perciò, a manufatti di dimensioni maggiori; nella stessa cava ove giace l’"Incompiuto", infatti, è possibile notare una parete da cui è stato sicuramente estratto un obelisco di dimensioni molto minoriNella stessa cava, e a poca distanza dalla traccia dell’obelisco di dimensioni minori, esiste un sarcofago in lavorazione in cui è molto evidente, per forma dello scavo esterno, ma specialmente dell’interno che avrebbe accolto il defunto, l’azione delle sfere di diorite.. Questo fu realizzato non nel piano della cava, bensì a mezza costa distaccandolo, quindi, mediante cunei di legno inseriti in fori a distanza ravvicinata poi imbevuti di acqua. Il legno, gonfiandosi, causò il distacco del blocco.
Estrazione e trasporto Sulla materiale estrazione degli obelischi dalla cava, i testi di argomento egittologico glissano e, anche in questo caso, non si possono che, fare congetture. Le operazioni, tuttavia, non dovevano essere così difficili, né degne di menzione, neppure per gli architetti dell’epoca o per i Re che ordinarono gli obelischi se non ne è mai stata lasciata traccia nell’enorme quantità di rilievi parietali rinvenuti; del resto, l’operazione importante, quella che poteva essere ordinata e compiuta solo dal Sovrano/Dio, e che meritava certamente di essere ricordata, era innalzare l’obelisco, non certo realizzarlo e, ancor meno, estrarlo dalla cava. Una prima considerazione è che il trasporto degli obelischi avveniva, nella stragrande maggioranza dei casi, sul Nilo e, generalmente, in favore di corrente. Prendendo come ipotesi di studio proprio la cava di Aswan, consideriamo che la distanza, in linea d'aria, tra l’incompiuto e l'attuale riva del Nilo è di circa 1 Km. Ovvio che in tale distanza non sono compresi gli abitati moderni, le case, le strade; si deve inoltre considerare che all'epoca tutto doveva essere deserto e perciò completamente percorribile. Il luogo più idoneo a fare da approdo alle enormi chiatte che dovevano trasportare gli obelischi si troverebbe proprio in corrispondenza del moderno abitato ove sono ancora rilevabili le tracce di antiche banchine.. Che gli antichi egizi fossero in grado di spostare pesi davvero immani è confermato, tra l’altro, da Erodoto Storie, libro II "Euterpe", 175: descrivendo il trasporto della “Cappella Verde” del peso di 580 tonnellate sotto Nectanebo II scrisse: "[…]Ci vollero tre anni e 2000 uomini furono assegnati a questa incombenza[…]”. Forse non furono tre gli anni e duemila gli uomini, ma conferma che gli egizi sapevano spostare pesi anche enormi.; più preciso, e dedicato proprio agli obelischi, è il racconto di Plinio il Vecchio che narra del trasporto di un obelisco di "ottanta cubiti" (circa 35 m) durante il regno di Tolomeo II […]"Secondo alcuni racconti, fu portato lungo la corrente dall’ingegnere Satyrus su una zattera; ma secondo Callixenus fu portato da Phoenix, che scavò un canale che portò l’acqua del Nilo fino a dove giaceva l’obelisco. Due grandi navi vennero appesantite con blocchi dello stesso granito di cui era fatto l’obelisco, di un piede di lato, tanto che i calcoli dimostrarono che il peso totale dei blocchi era il doppio del peso dell’obelisco talché anche la loro capacità (ndr: delle navi) era perciò doppia. In tal modo le navi poterono essere sistemate sotto l’obelisco, che era sospeso alle sue estremità sulle rive del canale. I blocchi vennero allora tolti e le navi, riemergendo, sollevarono il peso dell’obelisco”[…]. Tale metodo prevedeva lo scavo di due canali paralleli all’obelisco in cui sarebbero state posizionate due chiatte: l’obelisco, opportunamente imbragato, si sarebbe perciò posizionato tra le due imbarcazioni che, sollevandolo, ne avrebbero reso possibile il trasporto fluviale. Occorre tuttavia sottolineare come, nelle cave, non siano mai state rilevate tracce di un tal sistema di canalizzazione.