Archetipi è un'opera saggistica intrisa di filosofia, mistica e spiritualismo esoterico scritta da Elémire Zolla originariamente in lingua inglese e pubblicata nel 1981; tradotta successivamente in spagnolo nel 1983 e in giapponese nel 1985.
La traduzione italiana del 1988 è a cura di Grazia Marchianò per i tipi di Marsilio Editori e, come dice lei stessa in "Nota del traduttore": Alla mia traduzione del testo inglese, l'autore ha apportato alcuni tagli e numerose aggiunte che ne fanno un'opera per buona parte nuova.
Il libro è suddiviso in 5 sezioni, ognuna delle quali divisa a sua volta in capitoli specifici. Argomenti trattati L'esperienza metafisica L'esperienza metafisica La perdita della faccia La faccia che si aveva prima di nascere Dentro e fuori, trasmutazioni Dualità e tempo La complessità del rapporto e della comunanza tra follia e illuminazione L'unità
Questa prima parte tratta specificamente dell'esperienza metafisica, (che si trova pertanto al di fuori e al di sopra del comune stato di coscienza quotidiano), che l'essere umano, in determinate e particolarissime condizioni e situazioni, riesce per un brevissimo lasso tempo a sperimentare: "Quando la psiche che percepisce e le cose percepite, soggetto e oggetto, si fondono e assorbono a vicenda, avviene ciò che si può definire esperienza metafisica " (pag. 7)
La trattazione è tutta imbevuta di riferimenti a testi poetici classici (Giacomo Leopardi in primis, ma anche Jacopone da Todi, Tommaso Campanella, Emily Dickinson e Jorge Luis Borges) e citazioni erudite tratte dai grandi libri sacri della tradizione religiosa orientale, soprattutto indiana: l'esperienza della mistica induista (Veda, Upanishad e Vedānta) che da sempre considera l'illuminazione come un confondersi finale tra io separato ed egoisticamente individuale con la totalità dell'essere universale.
Samādhi per l'autore "denota la mente quando si sia sganciata da tutto ciò che di norma la impegna, dopo che si è distolta... dall'incessante rammemorare, dall'inquieto immaginare" (pag. 8): l'antitesi e parallelismo moderno vigente in occidente, rispetto a Samadhi, è quello che la psicologia etichetta come nevrastenia. Altra similitudine presa dall'estremo oriente per avvicinarsi alla comprensione di Samadhi è il tiro con l'arco della tradizione giapponese chiamato Kyudo, vera e propria arte marziale che conduce, se ben appresa e ben praticata, nelle immediate vicinanze dell'esperienza metafisica la quale trascende tutti personalismi radicati nell'Io: "Liberazione è lasciar cadere il pupazzo che ci guida, spezzare l'identificazione con la nostra biografia" (pag. 14)
Sfiorare l'Assoluto è sfiorare la suprema Libertà, quella della realizzazione spirituale, a cui ogni singolo individuo composto di corpo materiale è infine chiamato; e l'unica maiuscola Verità è quella che porta in prossimità dell'Infinito: il mondo moderno, rifiutando questo sogno interiore, nega di fatto sia la Libertà che la Verità. La musica ed il silenzio interiore son tra le possibilità più alte concesse all'uomo per avvicinarsi a tutto ciò, e questo già lo affermavano sia Shopenhauer che Nietzsche.
I metodi spirituali ricercati e attuati dalle più svariate tradizioni religiose, nessuno escluso (lo Yoga su tutti), chiedono il rallentamento delle funzioni vitali, del respiro e degli stessi pensieri: liberarsi ha un'assonanza con librarsi, ovvero volare, significato letterale del termine estasi. L'allontanamento ed il distacco da tutte le cose terrene regalano all'anima così salvata la quiete; ecco che il divino ha concesso la Grazia (teologia). ( vedi cap. "Dentro e fuori, trasmutazioni").
Il cervello funziona elettricamente, tramite onde: le onde beta corrispondono alla coscienza di veglia, quelle alfa invece ad uno stato più meditativo: con queste ultime il tempo pare rallentare, le lancette dell'orologio non hanno più allora quel potere totalizzante sopra di noi, che da sempre le contraddistinguono. Non più schiavo del tempo (cioè il mondo reale, ricco economicamente ma poverissimo spiritualmente), l'essere liberato può guardare finalmente dietro e soprattutto dentro di sé. La stessa separazione netta tra passato e futuro viene a cadere.
Lo stato meditativo monacale è lo stesso cercato e desiderato con tutte le forze dagli antichi cultori dello sciamanesimo; l'illuminazione è un lampo improvviso del tutto simile all'esplosione che ha dato inizio all'intero universo visibile, il Big Bang. Nel mito dell'India tutto ritorna, l'eterno ritorno regna sovrano, quindi il passato corrisponde al futuro e viceversa, almeno in parte. Nulla rimane fisso ed immutabile ed allo stesso tempo tutto lo è (vedi cap. "Dualità e tempo").
"Che cos'è la follia, che cos'è la salute? Dove corre il confine tra delirio, allucinazione e verità?" (pag. 31). La sanità mentale è sempre stata associata alla perfetta integrazione nella realtà del mondo in cui ci si trova a vivere La parola realtà deriva dal latino res-ciò che ha valore e consistenza (come a sua volta res-publica): ciò ch'è creduto da molte persone risulta vero e reale per la massa anonima. Eppure la stessa "normalità psichica" è una pura finzione creata da una particolare e temporanea maggioranza: sapienza è quando ci si accorge che "in realtà" la realtà altro non è che Māyā-apparenza, inganno cosmico creato dal dio Visnù per gioco. La stessa madre del Buddha (la creatrice del suo corpo fisico) molto simbolicamente è chiamata Maya.
Sottostare in tutto e per tutto alle regole imposte dalla società esterna equivale a perdere la propria autenticità e libertà interiore per cadere in un orrido stato di miserevole schiavitù dell'anima, di fronte al mondo esterno, di fronte ali altri. Le certezze scientifiche ottocentesche riguardanti la "malattia" sono esse stesse vincoli creati per inquadrare la "verità" in un'unica concezione possibile. La pratica religiosa medievale consigliava molto saggiamente al santo di travestirsi gioiosamente da "scemo del villaggio". (vedi cap. "La complessità del rapporto tra follia e illuminazione")
Unica fonte viva e vera è il pensiero che include in sé la "coincidentia oppositorum" (la concordia degli opposti): sano e malato son pertanto facce d'una stessa medaglia. La verità più grande è quella che si cela dietro un'apparente follia; lo stesso Carl Gustav Jung l'aveva compreso studiando gli stati delle persone affette da schizofrenia e delirio dissociativo. L'epilessia di Dostoevskij è malattia sacra: "Le malattie mentali sono tentativi di sondare l'Unità" (pag. 35).
Il concetto di Unità metafisica parte dal mondo archetipico dei numeri, come già Pitagora insegnava; religiosamente l'Unità si trasmuta in Logos-parola divina e divien parte dell'Essere. Ma non solo la parola, bensì anche lo stesso suono musicale, la danza del corpo, la pittura e i colori disposti in un ordine significativo. Così come a monte della musica, così anche all'origine della parola sta il silenzio, culmine della realizzazione spirituale dell'eremita e asceta sia orientale che occidentale.
Ogni parola cela nelle sue più profonde radici una metafora, e quest'ultima libera almeno temporaneamente dalla schiavitù data dalla cosiddetta realtà quotidiana (le necessità materiali). Uscire dal mondo serio degli adulti quindi, e ritornare all'infanzia (il mito del "puer aeternus") accompagnati dal sapiente Dioniso, il dio massimamente libero ed eternamente giovane. L'assoluto spirituale include in sé la totalità delle cose in perfetta unità. (vedi cap. "L'Unità")
Gli archetipi I numeri come archetipi La percezione emotiva degli archetipi Capire gli archetipi mediante similitudini Quanti archetipi ci sono Che cosa fanno gli archetipi all'uomo
Tutto è Uno e Uno è tutto; ciò è ripetuto costantemente dal Mahābhārata allo studio dell'alchimia sapienziale. All'origine di tutto vi è l'Uno che si rispecchia, primaria emanazione che manifesta il mondo: le Upanishad ci dicono che fu in tal maniera che la Divinità riconobbe per la prima volta se stessa. Ogni individuo venuto all'esistenza successivamente è parte relativa di quest'Uno divino.
Si percepiscono e si fa esperienza, in primis emotiva, di quegli archetipi cui ci si trova ad esser affini, che maggiormente si "sentono": la cruda e povera realtà nulla può contro l'immensità della potenza che sgorga dall'Archetipo. Questo i più grandi poeti l'hanno inteso, William Blake, Percy Bysshe Shelley, William Butler Yeats, Gialal al-Din Rumi e i creatori di Haiku giapponesi. In seguito l'alchimia spirituale vissuta dagli gnostici sia antichi che rinascimentali cercano ancora una volta di spiegare tutto ciò.
Gli archetipi esistono prima d'ogni parola pronunziata; ogni nome cerca in parte di ritrovar e attingere da quest'origine. Il nome rappresenta il potere più alto, chi domina i nomi comanda su tutto: nominare crea un valore, un'essenza (il potere di un genitore sul figlio è quello d'avergli dato "il nome"... dare il nome a tutte le cose è il potere che Dio concede ad Adamo nel libro della Genesi; nella Cabala ebraica chi venisse a conoscenza dei nomi divini potrebbe dominare il mondo intero).
L'immagine dell'archetipo divien sinonimo della forma ideale; il significato è ciò che rende unitaria una qualsiasi cosa; gli archetipi sono schemi che unificano simbolicamente, partendo dalla carica energetica emotiva dell'essere che li espone, che li fa apparire. (vedi cap. "La percezione emotiva degli archetipi")
Similitudini archetipiche in natura son quelle della nube alta nel cielo, delle profonde distese acquee e delle sue vorticose cascate, i mulinelli creati dai fiumi durante il loro percorso tortuoso. Nel mondo antico per accedervi occorreva compiere un sacrificio rituale, in cui il sacrificato si lasciava immolare per amore: quando l'archetipo appare ecco sciogliersi la distinzione tra il cosiddetto bene e il cosiddetto male.
Parlano degli archetipi I Ching, ma anche nella sua poesia John Keats, nella sua opera teatrale Jean Genet: non si può riconoscere l'archetipo se non ci si libera dal comune linguaggio... occorre un poeta o un danzatore sacro. Lo sciamano giunge ad impersonare l'archetipo e lo fa a costo della propria stessa vita fisica e mentale. (vedi cap. "Che cosa fanno gli archetipi all'uomo")
Politica archetipale Gli archetipi in politica. I due archetipi dell'Europa Romolo fratricida Numa L'ecumene ed i suoi miti Augusto imperatore L'imperatore cristiano Roma cattolica Il sacro romano impero Il popolo romùleo Papato e impero in lotta Il Graal Bisanzio. L'imperatore cristiano e l'imperatore filosofo Bisanzio e Mosca L'impero francese L'Inghilterra L'archetipo dell'apocalissi Gli archetipi politici sono degenerazioni
Il 1° archetipo politico della storia europea è lo stato nato dall'assassinio di un fratello, l'impero romano si fonda sul sangue versato di Remo da parte del fratello Romolo; il 2° è quello dell'ecumene creata per "volontà divina" (sacro romano impero, stato pontificio). il re e l'imperatore laico affiancato e contrapposto al papa. Questa legge parte dalla caduta di Troia cantata dal sommo poeta Omero nell'Iliade e giunge fino alla conferenza di Jalta che prepara la conclusione della seconda guerra mondiale.
Romolo e Remo sono figli del dio Marte e di Rea Silvia, una vestale consacrata: la loro nascita è del tutto simile a quella di Mosè, Ciro I di Persia, Sargon. Abbandonati vengono allevati e nutriti da una lupa che amorevolmente li allatta. "Lupe si chiamavano le prostitute errabonde... i tre insulti coatti della plebe denotano Romolo e Remo: figli di puttana, bastardi e vagabondi" (pag. 83)