La battaglia di Calatafimi fu la prima battaglia avvenuta nel corso della spedizione dei Mille.

Venne combattuta il 15 maggio 1860 in una località che nella pubblicistica dell'epoca risulta con il nome di Pianto dei Romani, a poca distanza dall'abitato di CalatafimiAll'epoca chiamata anche Calatasini o Catallano - Gli Avvenimenti d'Italia del 1860, pag.25 tra i Garibaldini, affiancati da volontari siciliani, e circa militari dell'esercito delle Due Sicilie inquadrati nella colonna mobile del generale Francesco LandiSulle forze in campo vedi Ugo Del Col, Daniele Piccinini. Un garibaldino a Selvino, Editrice UNI Service, 2007 p.35.

Storia Lo sbarco a Marsala e l'avanzata garibaldina

Dopo lo sbarco a Marsala dell'11 maggio, le truppe garibaldine si spinsero verso l'interno, venendo rinforzate complessivamente da un migliaio di volontari sicilianiGaribaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pagg. 319-320 alla Masseria Rampagallo il 12 maggiocirca 50 armati da Alcamo agli ordini dei baroni Sant'Anna e del barone Mucarta - G. Oddo, I Mille di Marsala, p. 211 e a Salemi il 13 e 14 maggiocirca 700 armati provenienti da Monte San Giuliano guidati dal cavalier Giuseppe Coppola e dal barone Giuseppe Hernandez, Vito Spada ed i fratelli Antonino e Rocco La Russa, ed altri volontari radunati a Castelvetrano dal frate francescano Giovanni Pantaleo - G. Oddo, I Mille di Garibaldi, p. 219.

I volontari siciliani erano in gran parte giovani e venivano soprannominati picciotti; insieme agli uomini delle squadre organizzate da possidenti locali, che erano campagnoli robusti vestiti con pelli di pecora e a giovani di famiglia più agiata, formavano un insieme pittoresco senza esperienza militare e senza disciplina, armati di fucili ad acciarino e tromboni. Tuttavia il fatto che insorgessero produsse un grande effetto morale sui soldati regi, in particolare sui loro comandanti,Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan, pag. 320 memori degli avvenimenti del 1848.

L'organizzazione iniziale dei Cacciatori delle Alpi stabilita a Talamone il 7 maggio dall'ordine del giorno n. 1 della spedizione, e articolata su sette compagnie (in realtà otto) di Cacciatori più il gruppo autonomo dei trentasei Carabinieri genovesi venne sostanzialmente modificata con la creazione una nuova compagnia, o di due secondo alcuni autori,La compagnia marinai cannonieri, formata dagli equipaggi dei piroscafi Piemonte e Lombardo, la 8ª compagnia Cacciatori (formata probabilmente già a Talamone) e la 9ª compagnia Cacciatori. Quest'ultima, comandata dal colonnello Giacomo Griziotti, non prese parte alla battaglia di Calatafimi - G. Oddo, I Mille di Marsala, pp. 213 e 231 e la suddivisione delle truppe su due battaglioni, agli ordini rispettivamente di Nino Bixio e del siciliano Giacinto CariniI Mille di Marsala, p. 231. Da parte borbonica il Luogotenente del Re per la Sicilia, tenente generale Paolo Ruffo, principe di Castelcicala e anziano eroe di Waterloo,Veterano della battaglia di Waterloo nelle file dell'esercito britannico richiese urgentemente come rinforzi tre battaglioni di Cacciatori da sbarcare a Marsala, per intrappolare i "filibustieri" garibaldini e gli insorti siciliani tra due fuochi in collaborazione con la colonna mobile del generale Francesco LandiGeorge M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 321, già presente nella zona di Alcamo con compiti antisbarco e antirivoltaFasti Militari, vol. 4, libro 8, p. 358.

Tuttavia i rinforzi richiesti (che furono in realtà le 16 compagnie d'éliteI reggimenti di fanteria di linea borbonici erano formati su due battaglioni, organizzati ciascuno secondo il modello napoleonico su due compagnie d'élite (granatieri e Cacciatori) e quattro compagnie fucilieri. Come già negli eserciti napoleonici, le compagnie granatieri e cacciatori potevano talvolta essere distaccate per formare dei battaglioni provvisori di maggiore qualità dei Reggimenti 1º "Re", 3º "Principe", 5º "Borbone" e 7º "Napoli") partirono in ritardo da Gaeta, e invece di sbarcare a Marsala il 13 maggio giunsero direttamente a Palermo solo il giorno 14, vanificando la manovra di accerchiamento. Visto il ritardo, il principe di Castelcicala aveva comunque a quel punto già predisposto il movimento dell'8º Battaglione Cacciatori – di guarnigione a Trapani – per raggiungere la brigata Landi nella zona di Calatafimi, una posizione strategicamente rilevante per il controllo della limitata rete viaria della Sicilia occidentale, all'incrocio delle due sole strade carrozzabili della zona, ossia la strada militare Trapani-Palermo e la strada proveniente da Marsala e SalemiGeorge M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 322. Già il 13 le Guide di Garibaldi avevano individuato le posizioni dei borboniciGiulio Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, vedi note 13 maggio i quali, se pur sapevano a loro volta della presenza di insorti e invasori nella zona di Salemi, non ne conoscevano la effettiva forza o le intenzioni.

Dopo due giorni di sosta a Salemi, dove Garibaldi si proclamò dittatore della Sicilia, all'alba del 15 maggio il Generale ordinò alle sue truppe di muovere verso il paese di Vita, sulla strada per Calatafimi.

Le forze in campo

Garibaldini Le truppe agli ordini di Garibaldi erano composte in parte da veterani dei Cacciatori delle AlpiGli avvenimenti d'Italia del 1860, p. 20 della seconda guerra d'indipendenza, con recente esperienza di combattimento, ma anche numerosi giovani rivoluzionari e studenti, solo sommariamente addestrati all'uso delle armi durante la navigazione e nei giorni immediatamente successivi allo sbarco. L'armamento individuale era costituito da vecchi moschetti ad avancarica tipo Brown BessL'armamento della spedizione doveva originariamente essere basato sui moderni fucili Enfield Pattern 1853 cal. 58 acquistati dal "Comitato direttore della sottoscrizione al milione di fucili", che però non furono messi a disposizione per decisione del governatore di Milano Massimo d'Azeglio. Circa un centinaio di fucili moderni furono consegnati ad Orbetello, ma vennero pressoché tutti distribuiti ai volontari di Callimaco Zambianchi distaccati per la spedizione negli Stati Pontifici - vedi George M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 280 riconvertiti con rigatura della canna e accensione a luminello, molto deteriorati e di funzionamento incertoG. Garibaldi, I Mille, p. 27: «Mi fa ribrezzo il ricordarlo! i catenacci che ci aveva regalati il Governo Sardo, ci negavano il fuoco …». Scarsissima era la disponibilità di munizioni da fucile: nonostante gli sforzi del Direttore d'Artiglieria della spedizione Orsini, che aveva perfino attrezzato un improvvisato laboratorio di confezionamento munizioni sul piroscafo Piemonte durante la navigazioneGeorge M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 288, i Cacciatori delle Alpi disponevano di 10 o 15 cartucce a testa alla vigilia della battagliaGeorge M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 278, e Giulio Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, s:Da Quarto al Volturno/Da Marsala a Calatafimi, nota del "15 maggio 5 ore ant.". Facevano eccezione i pochi Carabinieri genovesi, dotati delle loro eccellenti carabine di precisione di fabbricazione svizzera (con le quali si erano lungamente allenati a Genova) e con sufficienti munizioni. Le artiglierie, provenienti dal Forte Orbetello e dalla fortezza di Talamone e cedute dal comandante della guarnigione di Orbetello maggiore Giorgini, unitamente ad un certo quantitativo di munizioni e di fucili, erano raffazzonate e – con l'eccezione di un cannone da 4 libbre – prive di affusti campali, ma erano per lo meno dotate di munizionamento sufficienteGiuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della rivoluzione siciliana del 1860, p. XV.

L'organizzazione interna e le tattiche di impiego delle compagnie Cacciatori avrebbero dovuto seguire il modello dell'esercito piemontese, come in qualche modo ambiguamente indicato dallo stesso Garibaldi nell'ordine del giorno del 7 maggio: «L'organizzazione è la stessa dell'Esercito Italiano, a cui apparteniamo»Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della rivoluzione siciliana del 1860, p. XIV, e L.E.T. L'insurrezione siciliana, p. 460. Tuttavia la modesta qualità dei fucili, la penuria di munizioni e l'approssimativo addestramento di parte dei volontari (bilanciato però dal loro grande entusiasmo e spirito combattivo) fecero sì che le procedure di impiego prescritte dallo stesso Garibaldi fossero invece decisamente orientate sull'assalto alla baionetta, come indicato nell'ordine del giorno n. 5 del 10 maggio: «Bisogna esser ben parchi di tiri e ricorrere, se si debba pugnare, allo spediente più spiccio della baionetta»Crispi, I Mille, p. 396. La direttiva venne riconfermata anche nel successivo ordine del giorno n. 6 del 12 maggio «Si devono fare pochissimi tiri in caso di incontro, e caricare il nemico alla baionetta ove occorra». Queste direttive furono ben recepite dai volontari, vedi. G. Bandi, I Mille da Genova a Capua, p. 160 «… il fucile non dev'essere che il manico della baionetta». Un vantaggio importante era nella qualità di larga parte degli ufficiali che, a partire dallo stesso Garibaldi, avevano quasi tutti esperienza di combattimento al comando di volontari contro truppe regolari.

Esisteva tuttavia un rovescio della medaglia, ossia la difficoltà di controllare gli indisciplinati volontari in combattimento e la presenza di forti contrasti di personalità tra alcuni comandantiG. Bandi, I Mille da Genova a Caprera, p. 99 «… que' nostri caporioni non stettero in pace tra di loro 24 minuti, e cominciarono di buon ora a guardarsi come il cane ed il gatto», esacerbata dai modi bruschi del Capo di stato maggiore Sirtori«… ombroso come un cavallo» – vedi G. Bandi, I Mille da Genova a Caprera, p. 99 e dal temperamento iroso e violento di Bixio«Qui comando io! Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio. Dovete obbedirmi tutti; guai chi osasse un'alzata di spalla, guai chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei con il mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni, e vi ucciderei tutti» – vedi George M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 287, che solo l'innegabile carisma personale di Garibaldi riusciva a mantenere sotto controllo.

I volontari siciliani erano un misto di guardie armate al servizio dei maggiorenti locali che avevano aderito alla rivolta antiborbonica (tra cui Stefano Triolo barone di Sant'Anna, Michele Martino Fardella barone di Mokarta, Salvatore Li Destri barone di RainòGigi di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, Rizzoli, p. 120-122«Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota», Giulio Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, s:Da Quarto al Volturno/Da Marsala a Calatafimi, vedi nota del 13 maggio) e di semplici contadini guidati dai capi-popolo locali, e in ambedue i casi erano praticamente privi di una qualsiasi esperienza e inquadramento di tipo militare e solo sommariamente armati con vecchie armi da fuoco«"… fucili all'acciarino e tromboni» – vedi George M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, p. 319 quando non armati di soli bastoni o utensili agricoli.