La Lettera a Pitocle è la seconda delle lettere filosofiche epicuree tramandataci integralmente e riguarda i corpi celesti.

Struttura Si tratta di una delle epistole di EpicuroSecondo Guido Calogero si tratta di una «compilazione scolastica»: nota nella voce enciclopedica della Treccani; conservatesi nel corso della tradizione delle sue opere, grazie a Diogene Laerzio, che nel bìos di EpicuroVite dei filosofi, X, 84-116. ha tramandato, appunto, questa e altre due lettere come epitome del pensiero metafisico, fisico ed etico del filosofo di Samo.

Pitocle era probabilmente amasio e allievo di Epicuro,Fr. 162 Usener. che pose Polieno come suo tutoreFr. 163 Usener. e da lui si fece accompagnare a Lampsaco.Diogene Laerzio, X, 154, 11. Probabilmente, proprio in contrasto con la ben più ampia e impegnata lettera a Erodoto, questa epistola si concentra sul problema di spiegare le cose che vediamo nel cielo, piuttosto che su questioni che sono direttamente davanti a noi qui sulla terra.

Una volta stabilito secondo quale criterio si debba indagare sulle questioni celesti, Epicuro passa a parlare dei mondi, di come nascano e siano innumerevoli, separati da quelli che Lucrezio chiamerà intermundia.X, 88-90. Per quanto concerne i corpi celesti, Epicuro ne definisce origine, grandezza e composizione, per poi passare a discutere della loro levata e tramonto, che possono avvenire per accensione e spegnimento, oppure per apparizione sulla terra e nascondimento dovuto all'ostruzione di altri corpi.X, 91-92. Del resto, Epicuro non escluderà altre spiegazioni, come anche a proposito dei loro moti. Della luna Epicuro si occupa diffusamente,X, 94-96. trattando anche delle eclissi, che attribuisce allo spegnimento o all'interposizione di altri corpi.Seguendo Anassimene e Anassagora.

Passando ai meteora, ossia i fenomeni atmosferici, Epicuro tratta delle nubi, della pioggia, del tuono e della folgore, del fulmine, dei turbini, dei terremoti.X, 99-105. Dopo una sezione relativa ai venti, si passa a trattare i fenomeni di condensazione dell'umido, come la grandine, la neve, la rugiada, la brina e il ghiaccio.X, 106-111.

Ancora, tornando ai corpi celesti, Epicuro tratta di quelli minori come comete e stelle fisseX, 111-114. e conclude l'epistola con un epilogo parenetico, in cui afferma nuovamente come la conoscenza esatta dei fenomeni celesti allontanerà l'uomo dalle superstizioni.

Note

Bibliografia

Voci correlate Epicuro Altre epistole dottrinali di Epicuro: Lettera a Meneceo Lettera ad Erodoto

Categoria:Opere di Epicuro Categoria:Opere letterarie del III secolo a.C.