Con letteratura latina del periodo 69 - 117 si intende un periodo della storia della letteratura latina il cui inizio è convenzionalmente fissato con la fine della guerra civile romana degli anni 68-69 e l'inizio della dinastia dei Flavi, e la cui fine è identificata con la morte dell'Imperatore Traiano, primo tra gli Imperatori adottivi (nel 117 d.C.). Faceva parte del cosiddetto periodo argenteo, chiamato anche imperiale.
Contesto storico e caratteristiche letterarie
Il 20 dicembre del 69 le truppe di Antonio Primo entravano in Roma, impadronendosene e, dopo aver ucciso pubblicamente Vitellio, il giorno seguente, il Senato proclamò Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare.Tacito, Historiae, IV, 3, Svetonio, Domiziano, 1; Cassio Dione, LXVI, 1. Quando giunse a Roma, Gaio Licinio Muciano, il governatore della Siria, che aveva appoggiato il pronunciamento di Vespasiano, presentò alle truppe il figlio minore, Domiziano, come Cesare e reggente fino all'arrivo del padre, Vespasiano.Cassio Dione, LXV, 22. Affidando la guerra in Giudea al figlio Tito, giunse finalmente a RomaSvetonio, Vita di Vespasiano 8. nel 70. Immediatamente dedicò ogni sua energia a riparare i danni causati dalla guerra civile degli anni 68 e 69, che aveva visto la fine di una dinastia, quella giulio-claudia e l'inizio di una nuova, quella dei Flavi.
Questo fu un periodo di ricostruzione e buona amministrazione, contro gli sperperi dell'ultimo periodo neroniano. Se Vespasiano e Tito mantennero un certo rispetto formale verso le istituzioni ed il Senato, che però rinnovarono sostituendo buona parte dei vecchi membri con nuovi provenienti dalle province occidentali, Domiziano mirò ad instaurare un governo assolutistico, con l'imposizione della sua figura quale dominus et deus ("padrone e dio").. I Flavi, in particolare Domiziano, repressero ogni forma di contestazione degli intellettuali, anche nel campo della letteratura e della poesia, arrivando anche ad utilizzare l'esilio coatto, come accadde ai filosofi come Gaio Musonio Rufo e Dione Crisostomo. Se da un lato avevano cura di proteggere la cultura del periodo, dall'altro pretendevano ideali conformi e non pericolosi per l'autorità imperiale e l'ordine sociale.. In questo periodo si ebbe la restaurazione di valori latini ed italici, quale reazione alla cultura ellenizzante degli ultimi anni del regno di Nerone. Si ritorna alla retorica moralistica ciceroniana o al poema epico tradizionale.
Se l'Imperatore Domiziano, perseguitò letterati e filosofi, il nuovo princeps Nerva (96-98) e poi il "figlio adottivo" Traiano (98-117), cercarono di evitare l'eccessivo autoritarismo del periodo precedente. Posero fine alle azioni persecutorie nei confronti dell'ordine senatorio ed a quelle delatorie che aveva messo in atto Domiziano. Rinunciarono ad essere adorati come dominus et deus; sostituirono il principio dinastico con quello dell'adozione del migliore, quale successore nella carica di Imperatore.. Ciò si tradusse in una maggiore libertà di espressione per i letterati (libertas) e in una politica di maggior moralità. I due nuovi imperatori furono, infatti, esaltati da scrittori e poeti, che condannavano invece la tirannia di Domiziano e si accontentavano del nuovo corso riconoscendo nel nuovo princeps un'autorità maggiormente liberale, come è possibile riscontrare in Plinio il giovane nel suo Panegirico di Traiano o in Tacito nella prefazione della De vita et moribus Iulii Agricolae. In Tacito ed in Giovenale, entrambi di stirpe italica, emerge però un fattore pessimistico, che vedeva nel presente un'eccessiva ascesa al potere di classi sociali provinciali (lo stesso Traiano era di origine ispanica), resosi necessario per la struttura cosmopolita dell'Impero romano, a danno degli Italici e delle loro antiche tradizioni. I due letterati ritenevano che questo rimescolamento di valori e genti, avrebbe condotto ad una ben più grande crisi della moralità e della dignità romana, che poi si verificò nei secoli a venire, in particolare con il III secolo..
Lingua
Il latino volgare include tutte le forme tipiche della lingua parlata che, quindi, proprio per tale natura erano più facilmente influenzabili da cambiamenti linguistici e da influssi derivati da altre lingue. La lingua latina sviluppatasi, cresciuta e diffusasi con Roma e la sua statalità nell'Impero, era divenuta col tempo la lingua di una minoranza elitaria, del ceto amministrativo mercantile e dei letterati, ben lontana dalla lingua parlata quotidianamente da tutte le genti a tutti i livelli sociali.
Diverse, infatti, erano le lingue dei popoli o volgo che restavano radicate a lingue o parlate preesistenti al latino e più o meno influenzate dalla lingua di Roma. Quindi la lingua latina, benché si fosse diffusa in tutto il territorio occupato da Roma subendo, e imponendo a sua volta, influenze secondo i territori, risultava essere più una lingua franca e, per certe genti, una lingua modello da imitare, un esempio di lingua culturalmente elevata. In Oriente, quindi, la presenza di una cultura greca molto forte fu ostacolo al radicarsi del latino, mentre in territori come la Gallia, la Dacia e l'Iberia la lingua latina influenzò significativamente le parlate locali.
Una distinzione tra latino letterario e latino volgare non è applicabile ai primi tre secoli di storia romana, quando le necessità della vita avevano forgiato una lingua non del tutto formalizzata dal punto di vista grammaticale. Si può infatti dire che i documenti latini più antichi riflettono molto da vicino o corrispondono del tutto alla lingua parlata all'epoca in cui furono redatti. Le prime opere letterarie in latino compaiono nella seconda metà del III secolo a.C. e riflettono un'importante evoluzione, effettiva sia sul piano lessicale sia sul piano grammaticale, che corrisponde all'espandersi dell'influenza di Roma..
I popoli vinti dai Romani appresero la lingua dei dominatori e questa si sovrappose alle parlate locali. Inversamente, il latino accolse elementi dialettali, italici e non, configurandosi come "latino volgare": la lingua parlata si contrappone così alla lingua scritta, depurata da forestierismi o da elementi dialettali, formalizzata sintatticamente e grammaticalmente, fornita di un lessico controllato..
Con sermo provincialis ("lingua degli abitanti delle province"), o anche sermo militaris ("gergo militare"), sermo vulgaris ("lingua volgare, del volgo") o sermo rusticus ("lingua rustica, campagnola, illetterata"), si indica comunemente il modo di riferirsi dei dotti latini alle parlate delle Province romane fino al II secolo d.C. Nelle Province, infatti, non si parlava il latino classico, ma un latino, differente da zona a zona, che aveva subito gli influssi particolari della regione in cui era stato importato. Tali modifiche agivano sia a livello fonetico (ad esempio, nelle aree in cui, prima dell'arrivo del latino, erano utilizzate lingue celtiche, era rimasta, anche una volta adottata la lingua di Roma, la presenza della U "turbata", ossia pronunciata come nel francese moderno o in alcune aree del Nord-Italia) che lessicale (per esempio, nelle parlate volgari si tende a servirsi di metafore concrete piuttosto che di vocaboli neutri: si usa testa, ossia "vaso di coccio a forma di testa umana", al posto del latino caput), ed erano sostanzialmente dovute al sostrato, appunto lo strato linguistico precedente al latino.
Produzione Epistolografia Nuovo ed importante genere letterario di questo periodo è l'epistolografia. Tra le epistole più celebri del periodo argenteo ricordiamo quelle di Plinio il Giovane. Si trattava di una corrispondenza letteraria (cioè scritta appositamente per la pubblicazione) che tentava di rispettare la varietas degli argomenti per non annoiare il lettore. I primi nove libri descrivono la vita quotidiana a Roma, mentre il decimo e ultimo contiene il carteggio tra Plinio (all'epoca governatore della Bitinia) e l'imperatore Traiano. Fra gli studiosi si è a lungo discusso sull'origine e sullo scopo di queste epistole. Oggi si tende a credere che la maggior parte delle lettere non siano un artificio letterario, ma che si tratti di lettere realmente spedite, frutto di un carteggio con amici e colleghi, talvolta scritte per occasioni particolari (come notizie, raccomandazioni, ecc.), altre volte per ragioni sociali (inviti, scambi di opinione, ecc.), oppure per ragioni descrittive (celeberrima è la cronaca dell'eruzione del Vesuvio del 79).
Filosofia e politica
Plinio il Vecchio segue lo stoicismo, sebbene sia influenzato anche dall'epicureismo, dall'accademismo e dalla reviviscente scuola pitagorica. L'esistenza della divina provvidenza è dubbia,Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 19. ma la credenza nella sua esistenza ed alla punizione dei reati è salubre;Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 26. la virtù apparteneva alle divinità, cioè a quelli che somigliavano ad un dio facendo il bene per l'umanità,Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 18: "deus est mortali juvare mortalem, et haec ad aeternam gloriam via". È opera maligna informarsi sul futuro e forzare la natura ricorrendo alle arti della magia,Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 114; XXX, 3. ma l'importanza dei prodigi e dei presagi non è trascurata.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 92, 199 e 232. La visione che Plinio ha della vita è oscura: vede la razza umana immersa nella rovina e nella miseria.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, II, 24; VII, 130.
Contro il lusso e la corruzione morale, si consegna a declamazioni così frequenti (come quelle di Seneca) che finiscono per stancare il lettore. La sua retorica fiorisce praticamente contro invenzioni utili (come l'arte della navigazione) in l'attesa del buon senso e del gusto.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIX, 6. Con lo spirito d'orgoglio nazionale romano, forma l'ammirazione delle virtù che hanno condotto la repubblica alla sua dimensione.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVI, 14; XXVII, 3; XXXVII, 201.
Egli non dimentica i fatti storici sfavorevoli a RomaPlinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXIV, 139. e, anche se onora i membri eminenti delle case romane distinte, è libero dalla parzialità eccessiva di Tito Livio per l'aristocrazia. Le classi agricole ed i vecchi signori della classe equestre (Cincinnato, Curio Dentato, Serrano e Catone il Vecchio) sono per lui i pilastri dello Stato romano e si deplora amaramente del declino dell'agricoltura in Italia.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVIII, 21 e 35, "latifundia perdidere Italiam". Inoltre, preferisce seguire gli autori pre-augustiani; tuttavia vede il potere imperiale come indispensabile al governo dello Stato e saluta il salutaris exortus di Vespasiano.Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXIII, 51.
Oratoria e retorica