Contesto storico
Alla fine della Guerra di secessione gli Stati Uniti d'America erano ancora amaramente divisi. Nel sud la politica federale di ricostruzione continuò ancora per un decennio, prima di arrivare a una conclusione e molte delle leggi sui diritti civili, passate immediatamente dopo la fine della guerra, furono abbandonate in fretta.
Ad ovest il paese continuava ad espandersi, alimentato da un flusso di nuovi immigrati senza precedenti, che portò a molti conflitti con le tribù Sioux e Apache; in seguito buona parte della popolazione nativa verrà eliminata da questi territori.
L'industria statunitense si espanse rapidamente fino all'alba del XX secolo e gli USA divennero potenza economica dominante che seppe prendere posto tra le potenze imperiali del periodo. L'esplosione economica venne accompagnata dalla crescita del populismo e del movimento operaio statunitense.
Questo periodo storico si conclude con il coinvolgimento degli Stati Uniti d'America nella prima guerra mondiale.
Ricostruzione
La Ricostruzione fu il periodo successivo alla Guerra di secessione statunitense in cui gli stati meridionali, che avevano aderito alla sconfitta Confederazione, vennero reintegrati nell'Unione. L'Alaska venne annessa nel 1867, in seguito al suo acquisto dall'Impero russo.
Guerre indiane
Così come negli stati orientali, l'espansione in pianure e montagne di minatori, contadini e coloni portò ad un incremento dei conflitti con le popolazioni indigene anche negli stati dell'ovest. Tali guerre, con il loro carico di atrocità, continuarono fino al 1890.
Ben prima, i mezzi di sussistenza e le società delle popolazioni indigene delle Grandi Pianure vennero distrutte dai cacciatori di bisonti; bisonti portati quasi all'estinzione dalla caccia indiscriminata perpetrata nei periodi successivi al 1870.
La politica federale americana, a partire dall'amministrazione di James Monroe, fu quella di spostare le popolazioni indigene al di là della frontiera dei bianchi, in una serie di riserve indiane. I "riformatori" bianchi, d'altra parte, pensavano che le popolazioni indigene dovessero assimilare forzatamente la cultura dei bianchi. Il governo federale costruì addirittura una scuola, in Pennsylvania, nel tentativo di imporre il credo e i valori della popolazione bianca alle gioventù indigene.
Nel 1887, il Dawes Act rovesciò la politica nei confronti dei nativi, permettendo al presidente degli Stati Uniti di dividere le terre tribali e parcellare 160 acri (0.65 km²) di terra ad ogni capofamiglia. Tali spartizioni dovevano essere garantite dal governo per 25 anni, trascorsi i quali si guadagnava la proprietà a pieno titolo della terra, così come la cittadinanza statunitense. Le terre non distribuite a questa maniera, comunque, venivano vendute ai coloni. Questa politica portò alla perdita per i nativi di circa metà dei loro territori, sia dal punto di vista dell'estensione che del valore economico. L'organizzazione comunitaria delle tribù risultò anch'essa quasi completamente distrutta, portando inevitabilmente all'ulteriore danneggiamento della cultura tradizionale delle popolazioni indigene sopravvissute.
Il Dawes Act era un tentativo di integrare gli indiani con il resto della popolazione; la maggioranza accettò il processo e si inserì nella società americana, lasciando traccia di origini indiane in milioni di famiglie americane. I nativi che rifiutarono l'integrazione restarono in povertà nelle riserve, venendo però forniti di cibo e medicine dal governo federale, il quale si occupava anche dell'istruzione.
Nel 1934 la politica statunitense nei confronti degli indiani cambiò nuovamente: con l'Indian Reorganization Act si tentò infatti di proteggere la vita comunitaria e tribale nelle riserve.
Industrializzazione e immigrazione Rivoluzione industriale
Questa seconda rivoluzione industriale fu potenziata da vari fattori: la disponibilità di terra, la diversità del clima e, suo corollario, la diversità economica; l'ampia presenza di canali e fiumi navigabili, in grado di soddisfare i bisogni di trasporto dell'emergente economia industriale; l'abbondanza di risorse naturali, garanzia di estrazione di energia a basso costo; trasporti rapidi e la disponibilità di capitali.
La tecnologia e i trasporti statunitensi permisero alla nazione di diventare pioniera nell'espansione, organizzazione e coordinazione industriale, grazie allo spostamento della produzione dall'artigianato alla fabbrica, innescato dalla prima rivoluzione industriale.
Le ferrovie permisero l'apertura di vasti mercati, aiutando a spiegare la crescente domanda aggregata; costruite da immigrati irlandesi e cinesi, fornirono l'accesso a terre in precedenza difficili da raggiungere. La costruzione di ferrovie incrementò notevolmente la richiesta di capitali, credito, e il valore dei terreni.
Intanto, i progressi tecnologici nella produzione di ferro e acciaio, quali il processo di Bessemer e i forni Martin-Siemens, combinati con innovazioni simili in altri campi, su tutti quello chimico, permisero di migliorare fortemente la produttività e l'efficienza delle industrie. Nuovi mezzi di comunicazione, quali il telegrafo e il telefono consentirono inoltre di coordinare le azioni anche a grande distanza. Anche l'organizzazione del lavoro venne influenzata dall'innovazione, come quando Henry Ford sviluppò l'idea della catena di montaggio e Fredrick Taylor formalizzò l'idea dell'organizzazione scientifica del lavoro.
L'industria imparò a coordinare la diversità delle attività economiche attraverso aree geografiche distinte. Per finanziare le attività su scala così vasta, emersero le imprese come forma dominante di organizzazione del lavoro.
Gli agglomerati industriali crebbero tramite la composizione di trust, ricavando una singola impresa da tante imprese in competizione. I magnati della finanza appoggiarono le politiche governative del laissez-faire. Le alte tariffe protessero le fabbriche statunitensi e i lavoratori dalla competizione estera (che fu praticamente inesistente dopo il 1880); le ferrovie federali sovvenzionate arricchirono investitori, agricoltori e lavoratori ferroviari, e crearono centinaia di città e villaggi; e tutti i rami del governo a qualsiasi livello cercarono in genere di impedire ai lavoratori di organizzarsi in sindacati e di organizzare scioperi.
Potenti industriali come Andrew Carnegie e John D. Rockefeller potevano permettersi un elevato tenore di vita; anche i loro impiegati, essendo i meglio pagati al mondo. In un contesto di sanguinosa competizione per l'accumulazione di beni e ricchezza, il lavoro competente dell'artigiano "vecchio stampo" dovette cedere il passo ad ingegneri e lavoratori specializzati (pagati profumatamente), visto che la nazione vedeva accrescere la sua base tecnologica. Nel frattempo, un flusso persistente di immigrazione garantì la disponibilità di manodopera a basso costo, specie nel settore minerario e in quello manifatturiero.
Immigrazione Dal 1840 al 1920 gli Stati Uniti furono raggiunti da un flusso migratorio variegato e senza precedenti, per un totale di circa 37 milioni di individui. Provenivano dai luoghi più disparati: 6 milioni dalla Germania, 4,5 milioni dall'Irlanda, 4,75 milioni dall'Italia, 4,2 milioni da Inghilterra, Scozia e Galles (anche se l'economia era a pari livelli), altri 4,2 milioni dall'Impero austro-ungarico, 2,3 milioni dalla Scandinavia e 3,3 milioni di persone dalla Russia (per lo più ebrei, polacchi e lituani). Molti arrivarono dal porto di New York, ma i vari gruppi etnici si stabilirono in posti differenti. New York e altre grandi città della east coast divennero la dimora di molti ebrei, irlandesi e italiani, mentre molti tedeschi e centroeuropei si spostarono nel midwest, lavorando nell'industria e come minatori. Allo stesso tempo, circa un milione di canadesi migrarono nel New England.
Gli immigrati arrivarono per varie ragioni, che spaziavano dalle opportunità economiche alla ricerca di terra coltivabile, sino alla fuga dalla grande carestia irlandese. Alcuni irlandesi vennero reclutati direttamente dalle navi nell'esercito unionista durante la guerra di secessione. Molti immigrati fuggivano da persecuzioni religiose o politiche, specialmente i luterani conservatori dalla Sassonia (Germania) e gli ebrei dalla Russia e dall'Impero Austro-Ungarico nel tardo ottocento per le persecuzioni. Tutti i lavoratori erano accomunati dalle condizioni di lavoro pericolose e di sfruttamento, prevalenti in gran parte degli Stati Uniti.
Mentre molte persone da varie nazioni entravano negli Stati Uniti, altri non erano i benvenuti ed erano addirittura esclusi per legge. Leggi quali il Chinese Exclusion Act per i cinesi e il Gentlemen's Agreement per i giapponesi.
Miseria agraria, populismo e lavoro organizzato Le fattorie e l'ascesa populista
A dispetto dei notevoli progressi, le fattorie americane del XIX secolo sperimentarono periodi di avversità ricorrenti. Erano coinvolti molti fattori di base: l'esaurimento dei terreni coltivabili, l'imprevedibilità della natura, un certo declino nell'autosufficienza e la mancanza di aiuti e protezioni legislative adeguati. Ma forse il ruolo primario era giocato dalla sovrapproduzione.
Assieme alle innovazioni meccaniche che aumentarono notevolmente la produzione per unità di superficie, la quantità di terreno coltivato crebbe rapidamente per tutta la seconda metà del secolo, in quanto le ferrovie e la rilocazione degli Indiani delle Pianure, aprirono nuovi spazi dell'ovest agli insediamenti. Una simile espansione delle terre agricole in nazioni quali Canada, Argentina, e Australia creò problemi di sovrapproduzione e prezzi bassi sul mercato internazionale, dove gran parte della produzione agricola statunitense veniva venduta.
Più i coloni andavano ad ovest, più diventavano dipendenti dal monopolio ferroviario per spostare i loro beni sul mercato. Allo stesso tempo i contadini pagavano alti costi per i beni manufatti, a causa delle tariffe protezionistiche sostenute dal Congresso degli Stati Uniti, mosso dagli interessi industriali dei capitalisti degli stati orientali americani. Col tempo, i contadini del midwest e del west si indebitarono ancora maggiormente con le banche che custodivano le loro ipoteche.
La caduta della Confederazione portò grandi cambiamenti nell'agricoltura degli stati del sud. Il più significativo di essi fu la mezzadria, dove un proprietario terriero "condivideva" metà del suo terreno con un coltivatore, in cambio di semi e forniture. È stato stimato che l'80% dei contadini afroamericani e il 40% di quelli bianchi erano soggetti a questo sistema debilitante dopo la guerra di secessione. Molti mezzadri erano attanagliati dai debiti e l'unica loro speranza risiedeva nell'incremento delle coltivazioni; questo portò in breve alla sovrapproduzione di cotone e tabacco (e quindi al declino dei prezzi e degli utili), all'esaurimento del terreno coltivabile e all'incremento della povertà per contadini e proprietari terrieri.
Il primo sforzo organizzato volto alla soluzione dei problemi generali dell'agricoltura fu il Granger movement. Lanciato nel 1867 da impiegati del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, si focalizzò inizialmente su attività sociali atte a contrastare l'isolamento incontrato da molte delle famiglie che avevano componenti impiegati nel campo dell'agricoltura. La partecipazione femminile fu incoraggiata apertamente. Spinto dalla crisi economica dei primi anni del 1870, il movimento crebbe presto sino ad avere 20.000 sezioni e un milione e mezzo di membri.
Sebbene fallendo sul lungo periodo, il movimento istanziò un suo proprio mercato: negozi, fabbriche e cooperative. Inoltre vennero raggiunti alcuni risultati politici durante il decennio 1870, tra cui l'adozione da parte di alcuni stati delle Granger Laws, principalmente limitanti delle tariffe ferroviarie e di magazzino.