La tortura è un metodo di coercizione fisica o psicologica, talvolta inflitta con il fine di punire o di estorcere delle informazioni o delle confessioni o in alcuni casi per puro divertimento e sadismo; molte volte accompagnata dall'uso di strumenti particolari atti ad infliggere punizioni corporali. In ambito di diritto penale preclassico si considerava più un mezzo per ottenere una prova che una punizione o pena corporale.
Storia Nell'età antica
Nel primo caso viene applicata nei confronti degli schiavi, la cui testimonianza, a parte rare e determinate eccezioni, non avrebbe valore nel corso di un dibattimento o nelle fasi preparatorie dell'acquisizione della prova, se non fosse estorta tramite la tortura, essendo lo schiavo niente altro che uno strumento dotato di anima che risponde con il proprio corpo nel momento in cui deve dare conto all'autorità.
Nel secondo caso la tortura è il metodo attraverso il quale viene applicata una condanna a morte nei confronti degli schiavi, ma anche nei confronti di cittadini liberi, ma stranieri. Ad esempio, il diritto attico, nei casi in cui prevede la condanna a morte, ne prescrive l'applicazione tramite l'avvelenamento con la cicuta per i cittadini, come nel caso di Socrate, ma consente che l'estremo supplizio sia applicato con metodi violenti se il condannato è di un'altra città.
Tre sono le forme di tortura più gravi conosciute: l'inchiodamento a un palo (come la crocifissione), l'impalamento (cioè il far trapassare il tronco del corpo da un palo introdotto dall'ano sino alla gola) e la gogna applicata su una tavola; in tutte e tre le forme il condannato poteva rimanere per molte ore (o anche per più di un giorno) in tale posizione ad aspettare che il boia decidesse di porre fine alla sua vita.
La prima forma, nata in Oriente e poi sviluppatasi nella crocifissione, che consiste sempre in una condanna a morte, è attestata da Erodoto (Storie, VII, 33) contro un nemico in guerra: quando gli Ateniesi, alla conclusione della seconda guerra persiana, si dedicano a consolidare il proprio controllo sull'Asia Minore, "al comando di Santippo figlio di Arifrone, avendo catturato il persiano Artaicte governatore di Sesto, lo inchiodarono vivo a un palo, egli che conducendo donne nel santuario di Protesilao a Eleunte aveva compiuto azioni empie".
Anche il sistema della gogna può trovare applicazione per mezzo di un palo (σανίς) come descritto dallo storico Duride di Samo, ripreso da Plutarco (Duride 76F67 Jacoby = Plutarco, Pericle, XXVIII), anche in questo caso in riferimento a scenari di guerra: in occasione della guerra tra Atene e Samo e dopo la sconfitta di questa nel 439 Pericle "fece portare nella piazza di Mileto i trierarchi e i marinai di Samo, li fece legare a dei pali per dieci giorni e, quando erano ormai in condizioni miserevoli, diede ordine di ammazzarli a bastonate in testa".
La gogna può anche essere applicata su una tavola, e in questo caso presenta cinque ceppi, uno per il collo e quattro per braccia e gambe. In questa posizione è costretto Parente, catturato dalle donne, nelle Tesmoforiazuse di Aristofane (vv. 930-1014). La tortura della gogna, sia applicata al palo che su una tavola, consente l'applicazione di supplizi aggiuntivi quali bastonate, frustate, scorticamenti, fare solletico e altri sistemi di sofferenza che Aristofane elenca ironicamente ne Le rane (vv. 618-621): "Crocifiggilo, appendilo, frustalo, scuoialo, torturalo, mettigli l'aceto nel naso, porta i mattoni...".
A questi due sistemi le fonti ne accostano un altro, l'apotympanismos, ma si è incerti se sia una forma diversa di tortura o un altro modo per definire le pratiche già viste: nel discorso giudiziario di accusa Contro Agorato, scritto da Lisia (XIII, 56), si parla di un certo Menestrato che, giudicato colpevole, venne affidato al boia e "ἀπετυμπανίσθη", che molti interpretano come "venne bastonato a morte", sulla base del lessico di Fozio in cui apotympanismos è spiegato come bastonatura. In questo caso si avrebbe una terza forma di tortura, distinta dall'inchiodamento e dalla gogna, e applicata in maniera indipendente da queste. Altri, più debolmente, ritengono che il termine sia da riferirsi alla pratica della gogna su tavola. La studiosa Eva Cantarella, in base a dei ritrovamenti archeologici, sostiene che tale supplizio consisteva nel legare il condannato ad un palo fino alla sua morte. Il condannato veniva legato con un anello al collo e dei ramponi metallici alle estremità.
Una forma più leggera di tortura è la marchiatura (tramite un ferro rovente) utilizzata come strumento di spregio per il nemico vinto: durante la guerra tra Atene e Samo, Plutarco (Pericle, XXVI) informa che i Sami marchiarono i prigionieri ateniesi con il disegno delle navi cosiddette "samene" (imbarcazioni panciute tipiche di Samo) in risposta agli Ateniesi che precedentemente avevano marchiato i prigionieri sami con il simbolo della civetta, cara ad Atena. È da ricordare infine una forma rituale e simbolica di tortura riferita da Erodoto (Storie, VII, 35) in quell'episodio che vede Serse, nella veste di carnefice, comminare una flagellazione e una marchiatura all'Ellesponto.
Nel mondo romano la tortura era, in età repubblicana, riservata agli schiavi o agli stranieri, ma proibita nei confronti dei cittadini romani. Ma in età imperiale la lex Iulia cominciò ad ammetterla per i casi di lesa maestà anche nei confronti dei testimoni.*Prove per tormenta: la tortura di Stato Una forma di tortura riservata inizialmente solo agli schiavi era la crocifissione, già Plauto nei suoi scritti ne parla. La tortura nel mondo greco e romano trovava applicazione come strumento giuridico nella duplice veste istituzionale di mezzo per ottenere testimonianze valide e di strumento di punizione.
Dal medioevo all'età moderna
Già ampiamente presente sin dall'antichità e presso tutte le culture, ebbe diffusione anche in Europa dal Medioevo all'età moderna. Nel corso dei secoli furono inventati nuovi metodi di tortura, nel tentativo di rendere quest'ultima sempre più efficace. In tempi moderni, ad esempio, si fa anche ampio ricorso all'elettricità, sia con apparecchiature complesse sia con strumenti più "semplici" come la picana.
Le torture più lunghe e crudeli sono sempre state riservate agli oppositori politici o ai regicidi, essendo primario interesse dei dominanti quello di difendere il proprio potere. L'esecuzione, dopo la condanna, di varie torture sulla pubblica piazza sino alla morte del condannato era diretta a terrorizzare i sudditi dal violare la legge o comunque della volontà del re. Oltre che come ricerca di mezzi di prova (e prova principe nel Medioevo sino all'età contemporanea era ritenuta la confessione dell'imputato, comunque ottenuta), varie forme di tortura furono utilizzate in età medioevale e moderna anche come mezzo di punizione, essendo il carcere o prigione solo un luogo ove trattenere gli imputati ed estorcerne le confessioni e non già un luogo di punizione come è in età contemporanea. Talvolta, lo scopo di ottenere la confessione tramite tortura derivava dalla consuetudine che i beni del condannato venissero confiscati, attribuendone una percentuale sia all'accusatore sia ai giudici del processo (quale compenso del loro lavoro).
"Unicum" nella storia del diritto antico e medievale contro l'uso della tortura fu, nel 1311, la sentenza contro i Templari dell'Italia settentrionale emessa da Rinaldo da Concorezzo, vescovo di Ravenna che, assolvendo gli imputati, condannò la tortura come pratica d'indagine ed escluse l'utilizzabilità delle confessioni estorte con tali mezzi. Tuttavia questo episodio rimase un'eccezione, e si dovette aspettare il secolo dei lumi. Il primo a vietare l'uso della tortura fu infatti Federico II di Prussia nel 1740; in seguito furono molti i pensatori e gli scrittori che cominciarono a denunciarne l'uso come pratica barbara e sanguinosa (per l'Italia ricordiamo Cesare Beccaria e il suo scritto Dei delitti e delle pene del 1764). Nei primi decenni dell'Ottocento quasi tutta l'Europa aveva abolito l'utilizzo di questa pratica. Solo nel codice penale Austro-Ungarico rimase, fino al 1918, la facoltà di ordinare la "bastonatura" dell'imputato o dei testimoni da parte dell'inquisitore, pratica raramente utilizzata.
L'utilizzo nella storia della Chiesa cattolica
La tortura fu introdotta da papa Innocenzo IV nella bolla Ad extirpanda del 1252, durante l'Inquisizione, come strumento da utilizzare durante i processi per estorcere una confessione.Testo della Bolla Ad Extirpanda (1252)Papa Innocenzo IV legittima la tortura (1252), in: .. La tortura ecclesiastica ordinaria evitava di provocare fuoriuscita di sangue e quindi si svolgeva di regola con la torsione delle membra o lo stiramento del corpo sino ad arrivare allo slogamento delle membra o a strappi nei muscoli degli arti; solo in casi eccezionali il vescovo del luogo o Roma potevano autorizzare torture più invasive o la rottura sistematica delle ossa. La Chiesa applicava poi la pena di morte a chi non avesse pubblicamente ritrattato dopo aver confessato sotto tortura ovvero la pena dell'ergastolo con reclusione nella cella di una propria fortezza o di un convento (a volte con la porta murata, a volte con l'aggiunta di ulteriori privazioni o castighi, di solito restrizioni alimentari), ma qualche volta anche in un'abitazione privata, anche se spesso per persone di riguardo era sufficiente una multa. Esempi celebri sono Giuseppe Balsamo, detto Conte di Cagliostro, che scontò l'ergastolo nella fortezza di san Leo, di giurisdizione papale, con il supplemento di dieci bastonate al giorno; e Galileo Galilei che, dopo aver ritrattato sotto minaccia di tortura e confermato la sua pubblica ritrattazione anche senza tortura, grazie alla protezione dei Medici di Firenze, poté scontare la pena dell'ergastolo nella villa medicea di Arcetri. Le pene più severe (rogo) erano riservate agli eretici che avessero propagandato dottrine non ortodosse, senza pubblicamente pentirsi e ritrattare (nel qual caso potevano incorrere in pene più lievi dall'ergastolo alla multa, lasciando molto arbitrio ai giudicanti, come era d'uso a quei tempi).
La stregoneria era perseguita sia dalle autorità ecclesiastiche (perché ritenuta manifestazione demoniaca) che da quelle civili, tanto che il maggior numero di presunte streghe fu ucciso nella Germania della Riforma dalle autorità civili. La posizione attuale del mondo cattolico e il problema della sua illiceità è espressa nel pensiero di papa Pio XII: La tortura fu bandita da Pio VII con motu proprio del 6 luglio 1816 "Quando per ammirabile disposizione".
Età contemporanea
Nonostante tutto, in molti paesi del mondo la tortura è tuttora usata sia come soluzione per punire criminali che come mezzo per estorcere informazioni, come denunciato da varie associazioni che si occupano della difesa dei diritti umani, tra le quali Amnesty International. Essa è stata usata dal regime nazista e da quelli sudamericani con grande frequenza.
In Corea del Nord la tortura viene ancora ampiamente utilizzata oggigiorno all'interno dei gulag, nei confronti degli oppositori del regime ivi segregati.
Nella stessa Italia era diffuso sino alla metà del XX secolo il letto di contenzione come mezzo di punizione dei carcerati. Questi venivano legati, in costante trazione con cinghie alle spalle e ai piedi, a un tavolaccio con al centro un buco per gli scarichi fisiologici, ininterrottamente per il periodo di punizione, di solito quindici giorni o multipli; il malcapitato, che soffriva di continui crampi per la posizione in trazione, veniva imboccato da un altro detenuto per sopravvivere.
Soltanto dal 2017 l'ordinamento italiano prevede un reato specifico di tortura (art. 613 bis del codice penale).