La città di Vicenza possiede una storia di oltre 2000 anni.
Documentazione e storiografia La documentazione scritta in nostro possesso - riguardante la città di Vicenza - relativa all'epoca antica e al primo millennio, è praticamente nulla. Negli archivi cittadini ecclesiastici e civili sono presenti solo la copia di un documento, chiaramente falso, proveniente dall'abbazia di Nonantola e un'altra che riporta il privilegio concesso dal vescovo Rodolfo al monastero benedettino dei santi Felice e Fortunato.. Altre scarne informazioni le possiamo ricavare dal racconto di Paolo Diacono e sporadiche notizie relative al territorio vicentino ritrovate in documenti padovani o veronesi.. Scarsi sono anche i reperti archeologici - eccezion fatta per quelli relativi alla città durante l'Impero romano - sufficienti comunque ad attestare, anche nell'alto Medioevo, la presenza e la continuità di una media città della pianura veneta.
Il secondo millennio, invece, offre abbondanza di documenti e di strutture monumentali, da cui si evince la vita di una città, salvo brevissimi periodi sempre soggetta a poteri esterni ma ricca di storia, di arte, di cultura e di personaggi illustri.
A partire dal XII secolo preziosi documenti sono stati rinvenuti nell'Archivio capitolare diocesano e presso i monasteri benedettini dei Santi Felice e Fortunato e di San Pietro, quasi sempre riguardanti privilegiTra il 1000 e il 1220 si annoverano otto privilegi degli imperatori di Germania in favore della Chiesa vicentina. V. ., diritti ed esenzioni, dispute sulle proprietà o sulle rendite, atti di cessione. Essi hanno consentito di ricostruire molti aspetti della vita politica, sociale, religiosa e mappe del territorio.
Durante il Basso Medioevo cominciano anche i racconti dei cronisti, il primo dei quali è Gerardo Maurisio che descrisse in modo particolareggiato i fatti capitati a Vicenza tra il 1183 e il 1237. Seguirono la cronaca di Nicolò Smereglo relativa a quanto avvenne tra il 1200 e il 1312, quella di Ferreto dei Ferreti che descrisse gli avvenimenti relativi a Vicenza e a Padova tra il 1250 e il 1318, quelle di Antonio Godi e di Conforto da Costozza, di cui resta una cronaca relativa ad un arco di tempo di 17 anni. Il primo che compilò una cronaca completa della città di Vicenza fu Giambattista Pagliarino, vissuto nella seconda metà del secolo XV, il quale attinse a molti documenti precedenti..
Con il XVI secolo cominciarono i tentativi di dare una storia a Vicenza. Il primo - seppure modesto - storico fu Giacomo Marzari che pubblicò un piccolo compendio di storia vicentina civile ed ecclesiastica; dopo di lui vennero Silvestro Castellini, che compilò un'opera più seria e completa, e Francesco Barbarano, vissuto nel XVII secolo. Scrittori vissuti in un periodo in cui non era ancora maturata la critica storica, le loro opere sono spesso imprecise ed è difficile distinguere tra storia e leggenda..
Con il grande risveglio degli studi storici del Settecento Vicenza ebbe la notevole opera in 13 volumi di Fortunato Vigna, che per scriverla aveva attinto a migliaia di documenti tratti dagli archivi civili ed ecclesiastici. Altri raccoglitori di documenti e scrittori furono Paolo Calvi, Giambattista Verci, Tomaso FaccioliMarina Boscaino, Dizionario Biografico degli italiani, vol. 44, 1994 e Gaetano Maccà, che scrisse la Storia del territorio vicentino..
Epoca antica L'insediamento pre-romano
Sembra probabile che il primo insediamento sul piccolo gruppo di alture - formato da detriti e sedimenti alluvionali che emergeva dalla pianura acquitrinosa alla confluenza dei fiumi Astico e Retrone - sia originato già nel VI secolo a.C...
StraboneStrabone utilizza per la sua Geografia, parte V, una fonte indiretta, i Commentari di Giulio Cesare. ritiene che gli abitanti del sito appartenessero alla popolazione degli EuganeiGiovanni da Schio nel suo Zodiaco etrusco, Pietra euganea, Ustrino romano - Tre notizie archeologiche, Padova, 1856 ipotizza che fossero presenti nel vicentino i Medoaci, un popolo euganeo che prendeva il nome dalla zona che abitavano, tra i fiumi Medoacus Major (Brenta) e Medoacus Minor (Bacchiglione)., ma oggi gli studiosi sono abbastanza concordi che essi fossero Veneti, fatto attestato dal ritrovamento di oltre 200 laminette votive dedicate al culto della venetica dea Reitia e di un'iscrizione in lingua venetica, rinvenute nel 1959 durante i lavori di costruzione di un edificio di fronte alla sede municipale di Palazzo Trissino. Viene esclusa anche l'appartenenza a stirpi galliche o celtiche. Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. cita anche Vicenza nella sua Naturalis historia, come centro di fondazione veneta, una popolazione alloctona di origine indoeuropeaPlinio, N.H. 3, 126-130; 6, 218.
Quasi nulla si conosce di fatti o vicende politiche che abbiano interessato la città in epoca preromana o anche romana, se non che l'insediamento ci fu e si sviluppò, lasciando un evidente impianto urbanisticoIl sito della Federazione delle Associazioni di Archeologia del Veneto, nella pagina 'Vicenza romana' corredata di una mappa, riferisce sullo stato attuale dei ritrovamenti: . Non molti sono invece i reperti in nostro possesso: da venti secoli la città è cresciuta su se stessa, senza soluzione di continuità, ed ogni epoca ha distrutto quanto realizzato in precedenza, per utilizzarne gli spazi e spesso i materiali. Oltre a ciò, il fatto che la città sia attualmente abitata impedisce di effettuare scavi e ricerche in modo estensivo.
Dalla storia di Roma si può supporre che, come gli altri Veneti, anche gli abitanti di quella che poi fu chiamata Vicetia (probabilmente da vicus) abbiano dapprima subito l'influenza culturale dei popoli circostanti: anzitutto gli Etruschi, dai quali i Veneti acquisirono mode, forme d'arte e scrittura, poi i Galli Cenomani e i Cimbri, ma senza soggiacere loro.
Quando i Romani si affacciarono sulle pianure padana e veneta - che chiamarono Gallia Cisalpina - i Veneti ne divennero alleati fedeli, combattendo insieme con loro contro i Galli, che sconfissero nel 222 a.C. nella battaglia di ClastidiumTra i reperti ritrovati sul luogo della battaglia vi sono delle biglie, usate dai frombolieri, con scritte in veneto. Ne furono alleati fedeli anche nel corso delle guerre sociali, ed in premio ottennero dapprima la cittadinanza di diritto latino secondo la Lex Pompeia de Transpadanis nell'89 a.C., poi quella romana.
L'influenza e l'autorità di Roma si fece comunque sentire nella pianura veneta almeno dalla metà del II secolo a.C. Nel 148 a.C. fu costruita la via Postumia che andava da Genua ad Aquileia permettendo i traffici ma anche il rapido transito delle legioni. Per quanto riguarda Vicenza, abbiamo la testimonianza di un cippo, conservato a Verona, che ricorda come un magistrato romano fosse stato chiamato a dirimere una questione di confini tra Vicenza ed EsteSEX ATILIUS MF SCARANUS - EX SENATI CONSULTO - INTER ATESTINOS ET VEICENTINOS - FINIS TERMINOSQUE STATUI IUSIT. CIL, I, 636.
Vicetia romana
Come altre città venete, al tempo della Guerra civile romana (49-45 a.C.) probabilmente Vicenza parteggiò per Cesare e, in premio, tra il 49 e il 42 a.C. divenne municipium romano optimo iure, cioè con pienezza di diritti civili e politici: non essendo una città conquistata ebbe la possibilità di mantenere le proprie magistrature. A questi anni risalgono la ristrutturazione dell'abitato secondo un tracciato urbanistico ad assi relativamente ortogonali, la sostituzione di abitazioni in legno con costruzioni in pietra o laterizio e l'edificazione delle prime muraFatto ormai provato dai ritrovamenti in occasione di ripetuti scavi, dagli anni cinquanta del Novecento, nelle contrade Mure Porta Castello, Mure Pallamaio e Canove vecchie. ..
Queste furono erette, come avvenne per altre città consimili, per delimitare lo spazio urbano da quello rurale e conferire prestigio al nuovo status di città romana., in un tempo in cui tutta la regione era pacificata e apparentemente non erano necessarie: dalla vittoria contro i Cimbri del II secolo a.C. e fino al II secolo d.C. il Veneto non fu più territorio di incursioni barbariche. In assenza di reperti significativi, si presume che le mura fossero costruite solo parzialmente, in particolare a ovest della città, che invece negli altri lati era naturalmente difesa dai fiumiDue lacerti si trovano in Motton San Lorenzo e in contrà Canove vecchie.
Come le altre città venete Vicenza fu inserita da Augusto nella X Regio (Venetia et Histria secondo la denominazione di Diocleziano).
Rispetto all'estensione dell'attuale città, quella dell'insediamento romano era piuttosto modesta e corrispondeva, grosso modo, al centro storico in senso stretto: a ovest, iniziava presso l'odierna porta Castello; a nord presso l'incrocio delle contrade Porti-Apolloni-Pedemuro San Biagio; a est, all'inizio di corso Palladio movendo da piazza Matteotti; a sud, là dove si incontrano le contrade della Pescheria e di San Paolo. Era delimitato su tre lati dai fiumi, l'Astico (ora Bacchiglione) e il Retrone, varcati da due ponti con arcate in pietra- descritti e disegnati anche dal Palladio - che corrispondevano agli attuali ponte degli Angeli e di San Paolo, sostituiti da manufatti moderni nella seconda metà dell'Ottocento.
L'impianto urbanistico delle città romane si basava su un fascio di strade parallele con orientamento est-ovest, i decumani, che si intersecavano in senso ortogonale con un fascio di altre, i cardines, ad orientamento nord-sud. La ristrutturazione urbanistica di Vicenza, avvenuta a metà del I secolo a.C., dovette tener conto dell'assetto preesistente, per cui questo schema fu adattato e subì delle variazioni: le intersecazioni tra decumani e cardines non furono infatti tracciate in senso ortogonale ma obliquo.
Al centro delle strade principali il decumanus maximus - che corrispondeva grosso modo all'attuale corso Palladio - costituiva il tratto cittadino della via Postumia che ad est, dopo aver superato l'Astico con un ponteIl ponte romano, corrispondente all'attuale Ponte degli Angeli, così come il ponte romano sul Retrone corrispondente all'attuale Ponte San Paolo, furono demoliti a fine Ottocento, continuava verso Aquileia, mentre a ovest, passata la porta della cinta muraria in seguito chiamata Porta Feliciana e poi Porta Castello, continuava verso Verona. Era abbastanza ampio da permettere il doppio senso di circolazione dei carri.
Più controverso è quale fosse il cardo maximus, generalmente individuato nella via che, superato l'attuale Ponte San Paolo, passava sotto la Basilica Palladiana, proseguiva per contrà del Monte e contrà Porti fino al Ponte Pusterla, che però a quel tempo non esisteva, perché al di là dell'Astico v'era un esteso lago. Per questo motivo alcuni ritengono che il cardo maximus fosse piuttosto quello che, salendo dalle attuali contrà Cordenons e contrà Cesare Battisti, percorreva corso Fogazzaro e poi continuava, fuori città, verso le montagne dopo aver costeggiato il bordo occidentale del lacus Postierlae.
Vicino all'intersecazione delle due strade principali – sotto Palazzo Trissino Baston e la parte occidentale di Piazza dei Signori – è stata ritrovata una parte della pavimentazione del Foro, centro multifunzionale della vita cittadina che, secondo il modello romano, era dotato di strutture monumentali. Presentava un orientamento nord-sud: un'area sacra più rialzata, con i templi, a nord del decumano e un'area più abbassata, lastricata a grosse pietre rettangolari ancora visibili sotto il palazzo, destinata alla politica e ai commerci a sud della strada; concludeva il Foro una basilica civile, sul luogo in cui fu poi costruito il Palatium vetus e più tardi la Basilica - proprio per questo motivo così denominata dal PalladioUna descrizione che può essere interessante per analogia - i Romani costruivano per modelli ripetitivi - è quella del Foro romano di Brescia.