Il nome della rosa è il romanzo d'esordio di Umberto Eco, pubblicato nel 1980. È un giallo storico ambientato in un imprecisato monastero benedettino del Nord Italia nel novembre dell'anno 1327, un mistery intellettuale che intreccia semiotica, analisi biblica, studi medievali e teoria letteraria. All’epoca, Umberto Eco era già un accademico affermato e autore prolifico di saggi, quando decise di cimentarsi nella narrativa. Da allora il romanzo è divenuto un classico, un bestseller che ha venduto oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo.
L'opera si presenta con un classico espediente letterario, quello del manoscritto ritrovato, qui opera di un monaco di nome Adso da Melk che, divenuto ormai anziano, decide di mettere su carta i fatti notevoli vissuti da novizio, molti decenni addietro, in compagnia del proprio maestro Guglielmo da Baskerville. Le vicende si svolgono all'interno dell'Abbazia benedettina, suddivise in sette giornate, scandite dai ritmi della comunità monastica.
Storia editoriale Eco aveva già un rapporto di lunga data con la Bompiani, che aveva pubblicato tutti i suoi lavori precedenti e che avrebbe preso Il nome della rosa "a scatola chiusa". Tuttavia pensò in un primo momento di consegnarlo all'editore Franco Maria Ricci o all'Adelphi per farlo pubblicare con una tiratura limitata di mille copie in un volume raffinato. La notizia che Eco aveva scritto un romanzo si sparse però velocemente e l'autore ricevette molteplici proposte dalla Einaudi e dalla Mondadori che vedevano del potenziale ne Il nome della rosa. A quel punto Eco tornò sui suoi passi e decise che tanto valeva lavorare con il suo editore storico. Così nel settembre 1980 il romanzo fu pubblicato da Bompiani con una tiratura iniziale di copie, a cui se ne aggiunsero subito dopo altre , visto il "successo a dir poco travolgente", che stupì lo stesso autore. Il prosieguo delle vendite fu "via via stimolata dal conseguimento di premi letterari a partire dal Premio Strega 1981 e altri, dalle notizie sulle traduzioni e sul loro successo all'estero, in particolare negli Stati Uniti".
Il 9 luglio 1981, otto mesi dopo la pubblicazione del libro, Il nome della rosa vinse il Premio Strega, il più alto riconoscimento letterario in Italia. Nel mese di novembre 1982, il libro ottenne in Francia il Prix Médicis nella categoria opere straniere. Nel 1983 il romanzo entrò nell'"Editors' Choice" di The New York Times, nel 1999 fu selezionato tra "I 100 libri del secolo" dal quotidiano francese Le Monde e nel 2009 venne inserito nella lista dei "1000 romanzi che ognuno dovrebbe leggere" dal quotidiano inglese The Guardian.
La sovraccoperta della prima edizione si chiude con le parole: «Se avesse voluto sostenere una tesi, l'autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare», sul calco della frase «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» presente sia nella prefazione che come 7ª e ultima proposizione del Tractatus di Wittgenstein. Il romanzo è stato ininterrottamente ristampato, arrivando a vendere circa 50 milioni di copie in Italia e nel resto del mondo, dove è stato tradotto in oltre 40 lingue; . Nel gennaio 2002, fu oggetto di un curioso fenomeno: il quotidiano la Repubblica lo distribuì gratuitamente in oltre un milione di copie, in occasione del lancio di una collana editoriale di libri in allegato al giornale.
Nel maggio del 2020 la casa editrice La Nave di Teseo, fondata dallo stesso Eco, pubblica una versione del romanzo arricchita coi disegni e gli appunti preparatori dell'autore.
Tre incipit Il romanzo inizia con tre incipit diversi: una finta introduzione, un prologo e l'inizio vero e proprio della storia nel primo giorno.
1) L'introduzione comincia con «Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en français d'après l'édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l'Abbaye de la Source, Paris, 1842).»
2) L'incipit del prologo, come già quello del Morgante di Pulci, cita lInno al Logos del Prologo del Vangelo secondo Giovanni («In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»). Inoltre vi appare 1 Corinzi : «Videmus nunc per speculum et in aenigmate»Per evitare anacronismi, Eco cita la Vulgata prima delle sue più moderne revisioni. Ad esempio la Nova Vulgata del 1979 si differenzia per l'aggiunta della parola enim: si confrontino e . («Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio»), già citato in precedenza da Eco in Opera aperta del 1962.
3) L'incipit del primo capitolo «Era una bella mattina di fine novembre» è un riferimento al cliché «Era una notte buia e tempestosa», usato da Snoopy per l'inizio di ciascuno dei suoi romanzi, e ideato da Edward Bulwer-Lytton nel 1830.
Nel prologo, l'autore racconta di aver letto durante un soggiorno all'estero il manoscrittoMolti scrittori, nei secoli passati, usarono la finzione letteraria del manoscritto ritrovato. Tra di essi Alessandro Manzoni ne I promessi sposi. di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un'abbazia sulle Alpi piemontesi. Rapito dalla lettura, egli inizia a quel punto a tradurlo su qualche quaderno di appunti prima di interrompere i rapporti con la persona che gli aveva messo il manoscritto tra le mani. Dopo aver ricostruito la ricerca bibliografica che lo portò a recuperare alcune conferme, oltre alle parti mancanti del testo, l'autore passa quindi a narrare la vicenda di Adso da Melk.
Trama Gli omicidi nell'abbazia Fine del novembre 1327. Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, e il suo allievo Adso da Melk si recano in un indefinito monastero benedettino di regola cluniacense, situato sull'Appennino toscano.U. Eco, Il nome della rosa, La nave di Teseo, 2025, p.31 Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti i francescani (sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico) e i delegati della curia papale di Papa Giovanni XXII, insediata a quei tempi ad Avignone. I due religiosi (Guglielmo francescano e inquisitore "pentito", il suo discepolo Adso novizio benedettino) si recano in questo luogo perché Guglielmo è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al congresso, quale sostenitore delle tesi pauperistiche. L'abate, timoroso che l'arrivo della delegazione avignonese possa ridimensionare la propria giurisdizione sull'abbazia e preoccupato che l'inspiegabile morte del giovane confratello Adelmo durante una bufera di neve possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui, ha deciso di confidare nelle capacità inquisitorie di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci tra l'altro attribuiscono misteriose cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo.
Nonostante la quasi totale libertà di movimento concessa all'ex inquisitore, viene trovato morto Venanzio, giovane monaco traduttore dal greco e amico di Adelmo. Un personaggio su cui si vociferano malignità è l'aiuto bibliotecario Berengario da Arundel, troppo succube del bibliotecario Malachia, grasso, minato nella salute (soffre di convulsioni) e perfino peccatore sodomita concupendo i giovani monaci e scambiando favori sessuali con libri proibiti. Guglielmo ipotizza infatti che Adelmo, sconvolto dai rimorsi e dal senso di colpa, si sia tolto la vita proprio a causa di questo scambio, non prima, però, di aver rivelato a Venanzio del libro e come trovarlo.
Guglielmo sospetta sin dall'inizio e, man mano, si convince sempre più che il segreto dietro tutte le morti sia da cercare nella lotta di potere all'interno dell'abbazia, e in un libro misterioso nascosto nella biblioteca, il cui impianto è certamente ispirato alla planimetria ottagonale di Castel del Monte in Puglia, come lo stesso Eco afferma e da lui stesso disegnato nei suoi schizzi e appunti, vanto del monastero costruito come un intricato labirinto a cui hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante. Durante le indagini sulla morte di Adelmo e Venanzio, Guglielmo trova, infatti, su un frammento di pergamena, delle scritte fatte da due mani diverse, una in greco (che riconduce ad uno "strano" libro) e una in latino (la chiave per entrare nel finis Africae, settore della biblioteca in cui è custodito il libro, che riporta la frase: "Secretum finis Africae manus supra idolum age primum et septimum de quatuor"). Guglielmo conclude che Venanzio ha ricevuto questo brandello di pergamena da Adelmo, quando lo aveva incontrato mentre vagava tra le tombe del cimitero per andare incontro al suo destino. La notte dopo, Venanzio si era recato in biblioteca per recuperare il libro, ma era poi stato ritrovato cadavere nelle cucine di uno degli edifici presenti nell'abbazia, da un misterioso monaco che si era scoperto poi essere Berengario, il quale, per allontanare lo scandalo dalla biblioteca, si era caricato il corpo in spalla per poi gettarlo in un orcio pieno di sangue di maiale.
Quella stessa mattina, convinti di dar la caccia a un libro in greco, né Adso né Guglielmo prestano attenzione ad un libro scritto in arabo e su diversi tipi di pergamena presenti sul tavolo di Venanzio. Quella notte, il libro viene sottratto dall'aiuto bibliotecario Berengario, insieme alle lenti da vista di Guglielmo. Guglielmo e Adso entrano nella biblioteca e, non sapendo come orientarsi né cosa cercare, riescono ad uscirne solo grazie alla fortuna. Il mattino successivo, anche Berengario risulta sparito e viene ritrovato a sera, morto, nei balnea. All'autopsia, anche Berengario presenta la punta delle dita e la lingua nere .
Nel monastero sono presenti anche due ex appartenenti alla setta dei dolciniani: il cellario Remigio da Varagine e il suo amico Salvatore, che parla una strana lingua combinante latino, spagnolo, italiano, francese e inglese. Remigio intrattiene un commercio illecito con una povera fanciulla del luogo che, in cambio di favori sessuali, riceve cibo dal cellario. Una notte, anche lo stesso Adso, per una serie di circostanze, fa la conoscenza della ragazza nelle cucine dell'edificio e scopre i piaceri dei sensi, iniziando a nutrire per la ragazza un misto di amore e preoccupazione. Confessata pudicamente a Guglielmo la sua avventura, questi gli dice che il fatto non dovrà più ripetersi, ma che non si tratta di un peccato così grave se paragonato a quelli che avvengono all'interno dell'abbazia sotto i loro occhi.
L'indagine di Guglielmo viene interrotta dall'arrivo della delegazione papale. L'inquisitore Bernardo Gui trova la fanciulla insieme a Salvatore e prende spunto dalla presenza di un gallo nero, che Salvatore aveva preso per attuare un rito che avrebbe potuto far innamorare di lui la ragazza e "rubarla" a Remigio, per accusare entrambi di essere cultori di riti satanici. Dopo esser riuscito a ottenere una confessione dal povero Salvatore, che ammette il suo passato di dolciniano, Bernardo Gui processa e condanna fra' Remigio, Salvatore e la fanciulla, dichiarandoli inoltre colpevoli delle morti avvenute nel monastero.