Il donatismo fu un movimento religioso cristiano sorto in Africa nel 311 dalle idee del vescovo di Numidia, Donato di Case Nere (n. 270 ca.), soprannominato "il Grande" per la sua notevole eloquenza. In questa dottrina ogni fedele doveva portare i capelli in una foggia chiamata "capillus pyramidis" per essere riconosciuto come tale.
Tale dottrina prese le mosse da una critica intransigente nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano e avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da tali vescovi (detti traditores, in quanto avevano compiuto una traditio, ovvero la consegna dei testi sacri ai pagani) non sarebbero stati validi. Questa posizione presupponeva, dunque, che i sacramenti non avessero efficacia di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava.
Il donatismo fu dichiarato eretico e non compatibile con la fede cristiana dal Concilio di Arles del 314, durante il quale, secondo gli scritti del vescovo e teologo cristiano san Ottato, i testimoni di Donato deposero contro di lui e portarono papa Milziade a scagionare Ceciliano, con l'approvazione del card. Lorenzo Gastaldi, arcivescovo di TorinoLa validità del battesimo dell'ordine sacro conferito da ministri eretici o indegni fu ribadito anche dal Concilio di Ètienne del 254 e di Nicea del 315 (DH 126-128). Milziade morì tre mesi dopo la conclusione del Concilio. Il Concilio affermò come teologia dogmatica il fatto che l'efficacia dei Sacramenti non dipende dalla bontà di chi li conferisce e il carattere perpetuo da essi impresso. Il principio eretico contestato al donatismo è la dipendenza della efficacia dei sacramenti non da Dio stesso, ma dall'uomo che li impartisce: il Concilio stabilì, invece, che tutto è concesso da Dio, in quanto l'uomo, nonostante i suoi sforzi, non potrà mai ritenersi perfetto davanti a Dio; i sacramenti, a differenza di quanto sostenuto dai donatisti, sono doni di Dio.
Donato fu anche considerato scismatico dopo le persecuzioni di Diocleziano, e la condanna del donatismo fu ribadita dal Concilio di Cartagine del 411 per poi estinguersi a seguito della conquista islamica del MagrebDizionario della filosofia «Le garzantine», Garzanti, Borgaro Torinese (TO) 2002. La vicenda dei donatisti è importante non solo per le questioni teologiche, ma anche perché contiene ed esprime una certa dose di nazionalismo punico (attuali Tunisia e Libia), misto a rivendicazioni di riscatto sociale delle classi più deboli, con conseguente ostilità verso Roma.
Origini Durante o dopo le grandi persecuzioni del III e IV secolo, la Chiesa cristiana si era spesso interrogata sull'atteggiamento da tenere nei confronti di coloro che, per vari motivi, si erano sottratti al martirio, alla tortura o alla prigionia facendo apostasia, cioè rinnegando la propria fede, e che, passata la tempesta, avevano domandato di essere riammessi nella Chiesa.
La corrente degli intransigenti, come Novaziano intorno al 250 e Melezio di Licopoli intorno al 305, era per la linea dura: nessun perdono. La posizione ufficiale della Chiesa era invece orientata a una nuova accoglienza previa penitenza, come era stato suggerito nel 250 da Cipriano, vescovo di Cartagine.
Lo scisma si generò dalla posizione di Donato, che riteneva non validi i sacramenti amministrati dai "traditores". Quando nel 311 morì il vescovo di Cartagine Mensorio e al suo posto fu eletto il suo diacono Ceciliano (ambedue "traditores" durante le persecuzioni di Diocleziano), Donato e i settanta suoi seguaci si ribellarono, nominando vescovo di Cartagine Maggiorino, parente della nobile Lucilia, gran protettrice del neonato movimento. Maggiorino morì pochi mesi più tardi e gli succedette lo stesso Donato.
Cause dello scisma Per risalire all'origine della divisione si deve tornare indietro fino alla persecuzione di Diocleziano. Il primo editto di persecuzione (24 febbraio 303) imponeva la distruzione delle chiese e dei libri sacri e dichiarava i cristiani fuorilegge. Nel 304 seguirono misure ancora più severe, quando il quarto editto ordinò a tutti di offrire incenso agli idoli, minacciando di morte chi si fosse rifiutato.
In Numidia il governatore Floro era famigerato per la sua crudeltà; tuttavia molti funzionari, come il proconsole Anullino, non furono disposti ad andare oltre quanto loro obbligato. , cioè abiurarono rinunciando alla loro fede (costoro furono in latino indicati con il termine lapsi, ovvero 'caduti', 'scivolati'); solo coloro che si erano nascosti sfuggirono alla persecuzione. In questo frangente si esaltarono le esagerazioni del carattere africano: Tertulliano, già cento anni prima, aveva affermato che non era permesso sfuggire alla persecuzione. Adesso, però, alcuni erano andati oltre e si erano offerti volontariamente al martirio. Le loro motivazioni, tuttavia, non erano sempre al di sopra di ogni sospetto.
Mensorio, vescovo di Cartagine, in una lettera a Secondo, vescovo di Tigisi, futuro primate di Numidia, dichiarava di aver vietato a chiunque di onorare come martiri coloro che si erano consegnati di propria iniziativa o che si erano vantati di essere in possesso di copie delle Scritture alle quali non volevano rinunciare. Alcuni di questi, diceva, sono criminali e debitori verso lo Stato, che pensano, in questo modo, di farla finita con una vita indegna di essere vissuta, oppure di cancellare il ricordo dei loro misfatti o, almeno, di ottenere il denaro e godere in carcere dei lussi forniti dalla bontà dei cristiani. I successivi eccessi dei Circoncellioni dimostrarono che Mensorio aveva buoni motivi per proseguire la via che aveva intrapreso. Nella lettera spiegava anche come lui stesso avesse preso i libri sacri della Chiesa e li avesse portati nella sua casa, sostituendoli con un certo numero di scritti eretici, che i magistrati avevano sequestrato senza chiedere nulla; il proconsole, informato dell'inganno rifiutò di perquisire l'abitazione privata del vescovo.
Secondo, nella sua replica, senza redarguire Mensorio, elogiò i martiri che nella sua provincia erano stati torturati e messi a morte per aver rifiutato di consegnare le Scritture e narrò di come egli stesso aveva risposto ai funzionari che lo stavano cercando: "Sono un cristiano ed un vescovo, non un traditor". La parola traditor, da quel momento, divenne un'espressione tecnica usata per designare coloro che avevano gettato i libri sacri o coloro che avevano commesso i peggiori crimini, come la consegna degli arredi sacri o, persino, dei propri fratelli.
È certo, comunque, che le relazioni tra i confessori detenuti a Cartagine e il loro vescovo siano state tese. Se consideriamo veritieri gli Atti Donatisti dei quarantanove martiri di Abitene, i confessori interruppero la comunione con Mensorio. In questi documenti si afferma che Mensorio fu un traditor per sua stessa ammissione e che il suo diacono, Ceciliano, si accanì contro i martiri più dei loro persecutori: fece posizionare uomini dotati di fruste fuori dalla prigione per impedire loro di ricevere aiuti cosicché il cibo portato grazie alla pietà dei cristiani fu gettato ai cani e le bevande versate in strada, in modo che i martiri, la cui condanna il mite proconsole aveva differito, morissero di fame e di sete in prigione.
Tuttavia, Louis Duchesne ed altri sono convinti che questa storia sia esagerata: i funzionari romani non avrebbero mai permesso che i prigionieri morissero di fame. Per questo motivo si può tranquillamente considerare l'ultima parte degli Atti come irreale. La prima parte, tuttavia, è autentica: riferisce di come alcuni dei fedeli di Abitene si incontrassero e celebrassero il loro consueto servizio domenicale in spregio al decreto imperiale, sotto la guida del sacerdote Saturnino. Per questo motivo considerarono il loro vescovo un traditor e lo disconobbero. Costoro furono arrestati ed inviati a Cartagine. Qui, quando interrogati, fornirono risposte decise e furono messi in prigione da Anulino, che potrebbe averli condannati a morte immediatamente. L'intero racconto è caratteristico del temperamento africano. Si può ben immaginare come il prudente Mensorio ed il suo aiutante, il diacono Ceciliano, potessero essere contestati da alcuni dei più eccitabili del loro gregge.
Grazie ad un verbale di un'indagine effettuata a Cirta, in Numidia, conosciamo nei dettagli le modalità delle indagini sui libri sacri. Il vescovo ed il suo clero si mostrarono pronti a rinunciare a tutto ciò che possedevano, ma non a tradire i loro fratelli; però la loro generosità non fu notevole perché, riportava il verbale, i nomi e gli indirizzi dei cristiani erano ben noti ai funzionari. L'indagine fu condotta da Munazio Felice, curatore della colonia di Cirta. Il funzionario arrivò alla casa del vescovo scortato dai suoi uomini, qui lo trovò in compagnia di quattro presbiteri, tre diaconi, quattro suddiaconi, e diversi fossores (scavatori). Costoro dichiararono che le Scritture non c'erano, ma erano nelle mani dei lettori; infatti, la libreria fu trovata vuota. Il clero presente rifiutò di fornire i nomi dei lettori, affermando che essi erano noti ai notai; in ogni caso, fornirono un inventario di tutti i beni della chiesa: due calici d'oro, sei d'argento, sei ampolle d'argento, una ciotola d'argento, sette lampade d'argento, due candelabri, sette piccole lampade di bronzo, undici lampade di bronzo con catene, ottantadue tuniche femminili, ventotto veli, sedici tuniche maschili, tredici paia di scarpe maschili e quarantasette paia di stivali femminili. Poi, il suddiacono Silvano consegnò una scatola d'argento ed un'altra lampada d'argento che aveva trovato dietro una brocca. Nella sala da pranzo c'erano quattro botti e sette brocche. Un suddiacono, infine, consegnò un grosso libro. Poi furono visitate le case dei lettori: Eugenio consegnò quattro volumi, Felice il mosaicista cinque, Vittorino otto, Proietto cinque volumi grandi e due piccoli, Vittorio il grammatico due codici e cinque quinios (raccolte composte da cinque fogli); Eutizio di Cesarea dichiarò che non aveva libri; la moglie di Coddeo consegnò sei volumi e dichiarò di non averne altri. È interessante notare che i libri erano tutti codici (in forma di libro), non rotoli, che erano passati di moda nel corso del secolo precedente.
Un esempio di eroismo contrastante si trova nella storia di Felice, vescovo di Tibiuca, che fu trascinato davanti al magistrato il giorno stesso (5 giugno 303) in cui il decreto fu pubblicato in quella città. Questi rifiutò di consegnare qualsiasi libro e fu inviato a Cartagine. Il proconsole Anulino, incapace di fiaccare la sua determinazione, lo inviò a Roma per essere giudicato da Massimiano.