Biografia L'infanzia e la giovinezza Terzogenito di cinque figli, nacque in una famiglia di Montepulciano di nobili origini, per parte sia paterna sia materna, ma in via di declino economico. Suo padre, Vincenzo Bellarmino, fu gonfaloniere di Montepulciano, e sua madre, Cinzia Cervini, molto pia e religiosa, era sorella di papa Marcello II. Fu battezzato dal cardinale fiorentino Roberto Pucci al quale probabilmente deve l'onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a Francesco d'Assisi, il santo onorato il 4 ottobre giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia. Fin da piccolo ebbe una salute precaria e una forte inclinazione per la Chiesa. Dopo un'iniziale educazione in famiglia, vista l'inclinazione religiosa, fu inviato per gli studi presso i padri gesuiti da poco arrivati anche a Montepulciano, dei quali sua madre aveva grande stima. All'età di sedici anni espresse l'intenzione di entrare nell'ordine gesuita, ma suo padre preferì inviarlo a Padova per indirizzarlo al clero secolare, convinto che le ottime doti del figlio gli avrebbero permesso di fare una buona carriera ecclesiastica con conseguente miglioramento delle condizioni economiche dell'intera famiglia. Roberto persistette nel suo intento di farsi gesuita, e seppe che anche un suo cugino di Padova, Ricciardo Cervini, desiderava entrare nel nuovo ordine religioso. Suo padre alla fine concesse il permesso. Il 20 settembre 1560, diciottenne, entrò con il cugino presso il Collegio Romano, e il giorno dopo entrambi fecero la loro prima professione religiosa. Suo cugino morì quattro anni dopo il loro ingresso in noviziato.
Nonostante la sua parentela con un pontefice, fu riconosciuta la sua umiltà e il suo impegno negli studi, e si affermò che la sua vita si confaceva a uno dei suoi libri spirituali più seguiti, L'Imitazione di Cristo.
Fin da giovanissimo mostrò doti letterarie e, ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in latino. Uno dei suoi inni, dedicato alla figura di Maria Maddalena, fu inserito nel breviario.
Fu allievo del Collegio romano dal 1560 al 1563, e fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Iniziò successivamente a insegnare materie umanistiche in scuole del suo ordine religioso, prima a Firenze e poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese, si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio del greco.
Nel 1567 iniziò a studiare in modo sistematico teologia a Padova, dove approfondì in particolare l'opera di san Tommaso d'Aquino. Dopo aver visitato Genova per un incontro di gesuiti, fu inviato nel 1569 da Francesco Borgia, preposito generale dell'ordine dei gesuiti, a Lovanio, nelle Fiandre, allora facente parte dei Paesi Bassi spagnoli; qui aveva sede una delle migliori università cattoliche, e il giovane Bellarmino vi completò gli studi teologici.
L'opera come professore Dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta a Gand il 25 marzo del 1570, vigilia di Pasqua, guadagnò sempre maggiore notorietà sia come insegnante che come predicatore; in quest'ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici sia protestanti,Catholic Encyclopedia, voce Bellarmine, St. Robert; alcune informazioni potrebbero essere obsolete persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l'insegnamento della teologia a Lovanio, nel 1570, e qui rimase per sei anni, distinguendosi per l'eloquenza e la capacità di contrastare le tesi calviniste, che si stavano diffondendo rapidamente in quei luoghi.
Venne quindi richiamato a Roma da papa Gregorio XIII che gli affidò la cattedra di "controversie" (apologetica), da poco istituita nel Collegio romano, che tenne fino al 1587. Da poco tempo si era concluso il concilio di Trento, e la Chiesa cattolica, attaccata dalla Riforma protestante aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. Il Bellarmino, al fine di adeguare il proprio insegnamento compose diverse opere apologetiche che confluirono successivamente nell'opera in più volumi Le controversie (Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos), che ebbe risonanza in tutta Europa.
Nei suoi scritti Bellarmino esponeva in modo chiaro le posizioni della Chiesa cattolica, usando gli argomenti della ragione e della tradizione. L'opera fu ritenuta la più completa nel campo apologetico, anche se l'avanzamento degli studi critici, ha in seguito diminuito il valore di alcuni degli argomenti storici da lui presi in considerazione. La sua azione a difesa della fede cattolica, gli valse - come per altri prima, e dopo, di lui - l'appellativo di "martello degli eretici".
La missione in Francia e il malinteso con Sisto V Nel 1588 il Bellarmino fu nominato direttore spirituale del Collegio romano. In questo periodo collaborò intensamente con papa Sisto V nella riedizione di tutte le opere di Sant'Ambrogio. Nel 1590 fece parte della legazione guidata dal cardinal Enrico Caetani, che Sisto V aveva inviato in Francia per difendere le ragioni della Chiesa cattolica, nelle difficoltà scaturite dalla guerra civile tra cattolici e ugonotti, subito dopo l'assassinio del re Enrico III di Francia. Mentre si trovava in Francia fu raggiunto dalla notizia che Sisto V, che aveva in precedenza calorosamente accettato la dedica della sua opera Le controversie, stava ora per proporre di inserirne il primo volume nell'Indice dei libri proibiti, in quanto vi si riconosceva alla Santa Sede un potere indiretto e non diretto sulle realtà temporali: la condanna dell'opera fu evitata per l'improvvisa morte del papa a causa di un'epidemia, che dopo pochi giorni di pontificato, colpì anche il suo successore, Urbano VII. Il nuovo papa, Gregorio XIV, concesse invece all'opera una speciale approvazione pontificia.
Il ritorno alla cattedra e la revisione della Vulgata Quando la missione del cardinale Enrico Caetani era oramai al termine, Bellarmino riprese lavoro come insegnante e padre spirituale. Fu guida spirituale, negli ultimi anni della sua vita, di San Luigi Gonzaga, che morì appena ventitreenne al Collegio romano dopo essere stato contagiato da un uomo malato di peste che era stato abbandonato per strada. Bellarmino assistette il giovane fino al trapasso, e negli anni successivi ne promosse il processo di beatificazione presso la Santa Sede; volle inoltre che la sua tomba fosse vicina a quella del santo.
In questo periodo fece anche parte della commissione finale per la revisione del testo della Vulgata, richiesta dal concilio di Trento per contrastare le tesi protestanti. Dopo il Concilio i Papi avevano portato l'opera quasi a compimento. Sisto V, non essendo un "biblista" aveva tuttavia introdotto delle modifiche erronee, e per accelerare i tempi aveva fatto comunque stampare la "sua" edizione, che fu in parte anche distribuita, con il proposito di imporne l'uso con una bolla. Dopo la sua morte, tuttavia, prima della promulgazione ufficiale, i suoi immediati successori tolsero dalla circolazione l'edizione erronea, per sostituirla con una corretta. Il problema stava nel ripubbicarla senza però screditare il nome di Sisto V. Bellarmino propose che la nuova edizione portasse il nome di Sisto V, con una spiegazione introduttiva secondo la quale, a motivo di errori tipografici e di altro genere(?), lo stesso papa Sisto, prima della sua morte, aveva prescritto che fosse emendata. La sua dichiarazione, dal momento che non c'era prova contraria, dovette essere considerata come risolutiva, e i membri della commissione preposta alla sua stesura accolsero il suggerimento di Bellarmino. Lo stesso pontefice Clemente VIII, si trovò pienamente d'accordo con tale risoluzione, e concesse il suo "imprimatur" alla prefazione del Bellarmino nella nuova edizione, detta Clementina. Angelo Rocca, il segretario della commissione deputata alla revisione, scrisse di suo pugno una bozza della prefazione in cui dichiarava: Questa bozza del Rocca, alla quale fu poi preferita quella di Bellarmino, è allegata alla copia dell'edizione Sistina in cui sono segnate le correzioni apportate con l'edizione Clementina, e può essere consultata nella Biblioteca Angelica di Roma.
La nomina a cardinale Nel 1592 Bellarmino divenne rettore del Collegio romano, incarico che ricoprì per circa due anni fino al 1594. Nel 1595 divenne preposito dell'ordine gesuita per la provincia di Napoli. Nel 1597 papa Clemente VIII lo richiamò a Roma, dopo la morte nel settembre 1596 del suo consultore teologo pontificio, il cardinale gesuita Francisco de Toledo Herrera. Bellarmino fu allora nominato consultore teologo, oltre che "esaminatore per la nomina dei vescovi", "consultore del Sant'Uffizio" e teologo della Sacra Penitenzieria. Sempre nel 1597, dopo la morte senza eredi del duca Alfonso II d'Este, lo Stato della Chiesa rientrò in possesso dei territori del ducato di Ferrara, e Bellarmino accompagnò il papa in visita nel nuovo territorio.
Nel concistoro del 3 marzo 1599 il papa lo investì del titolo di cardinale presbitero, e il 17 marzo gli consegnò la berretta rossa con il titolo di Santa Maria in Via, indicando la motivazione di questa nomina con le parole: La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell'ambito della scienza. Negli anni successivi Bellarmino fu descritto come "il gesuita vestito di rosso", in relazione all'abito cardinalizio che contrastava con la tonaca nera dei gesuiti. Nonostante questa nomina, egli non cambiò il suo austero e sobrio stile di vita: le sue rendite e gli introiti economici conseguenti alla sua nomina e alle sue attività furono devolute ai poveri.Arcangelo Arcangeli (SJ), Vita del venerabile cardinale Bellarmino, Roma, 1743. Pag. 277 Il papa lo nominò il 18 marzo 1602 arcivescovo metropolitano di Capua, sede resasi proprio allora vacante. Clemente stesso volle consacrarlo con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedevano come segno di stima speciale. A lui si deve la fondazione del Seminario di Capua, uno dei primi dopo la riforma tridentina. Celebrò diversi sinodi diocesani e scrisse un catechismo per i parroci, che fosse loro di supporto nella catechesi. Quando fu richiamato a Roma, ebbe a dire: "La mia patria è Capua, la mia casa la sua cattedrale, la mia famiglia il suo popolo".
Nel marzo del 1605 Clemente VIII morì e gli succedettero prima Leone XI, che regnò per solo ventisei giorni, e poi Paolo V. Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest'ultimo, il nome di Roberto Bellarmino fu spesso considerato per la successione, ma il fatto che fosse un gesuita, secondo il giudizio di molti cardinali, costituì un impedimento. Racconta Ludwig Von Pastor, storico vaticanista, che nei primi giorni del secondo conclave del 1605 un gruppo di cardinali tra i quali Baronio, Sfondrati, Aquaviva, Farnese, Sforza e Piatti, si adoperarono per far eleggere il cardinale gesuita Bellarmino, ma che questi fosse contrario, tanto che saputo della sua candidatura rispose che avrebbe volentieri rinunciato anche al titolo cardinalizio. Il suo appoggio durante il conclave sembra fosse rivolto verso il cardinal Baronio. Il nuovo papa Paolo V, eletto con l'accordo delle maggiori potenze cattoliche, insistette nel tenerlo con sé a Roma, e il cardinale chiese di essere dunque esonerato dal ministero episcopale a Capua. Fu nominato membro del Sant'Uffizio e di altre congregazioni, e successivamente consigliere principale della Santa Sede nel settore teologico della sua amministrazione.
Il caso Giordano Bruno