Con una popolazione al 31 dicembre 2022 di 58.997.201 abitanti l'Italia è il terzo paese dell'Unione europea per popolazione (dopo Germania e Francia) e il 25° al mondo.Italia in dati.
Storia
All'indomani dell'Unità, la popolazione residente ammontava a poco più di 28 milioni. La crescita fu abbastanza lenta negli ultimi decenni dell'Ottocento anche a causa della mortalità infantile e dell'elevato numero di persone che emigravano all'estero. Fino a 1950 l'Italia era il 10º stato più popoloso del mondo. Fino agli anni settanta del Novecento, l'aumento demografico fu più sostenuto, nonostante le perdite umane durante la I e II Guerra mondiale. Ciò nonostante, il tasso di fecondità continuò a scendere: il 1976 fu l'ultimo anno in cui superò la soglia di rimpiazzo (2,1 figli per donna). Tra il 1981 e il 2001, anche se il paese entrò nella fase di crescita zero, la popolazione residente restò pressoché invariata per via dell'immigrazione.
A partire dal 2015 l'immigrazione non è stata più sufficiente a compensare il sempre più marcato calo dovuto al saldo naturale negativo (differenza tra nascite e decessi). Di conseguenza, negli ultimi otto anni la popolazione residente in Italia è diminuita di circa 1,8 milioni di unità (da 60.795.612 a fine 2014 a 58.997.201 a fine 2022).
Andamento demografico
Sotto il profilo demografico, l'Italia si conferma uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2025 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,13, in diminuzione rispetto all'1,46 del 2010, che rappresentava il valore più alto dal 1984. Infatti, dopo un periodo di lieve recupero, la fecondità ha ricominciato a scendere e si mantiene sempre molto lontano dal livello di sostituzione delle coppie, pari a circa 2,1 figli per donna. Nel 2024 il numero di nascite, in calo per il diciottesimo anno consecutivo, ha raggiunto un nuovo minimo storico dall'Unità d'Italia (369.944) e si prevede che tale andamento sarà confermato anche per il 2025.
A incidere pesantemente sulle nascite è il cosiddetto "effetto struttura", ovvero la riduzione progressiva del numero di donne in età fertile. Tale effetto da solo è responsabile per l'80% del calo complessivo di circa 27 mila nascite tra il 2019 e il 2022, mentre il restante 20% si deve alla minore fecondità registrata negli ultimi anni (da 1,27 figli in media per donna del 2019 a 1,25 del 2023).
Secondo le rilevazioni dell'ISTAT, al 1º gennaio 2023 i giovani fino a 14 anni di età sono circa 940 000 in meno rispetto al 2016 e rappresentano il 12,5% del totale. Le persone con oltre 65 anni d'età risultano in aumento di 130 000 unità e costituiscono ormai il 24% della popolazione. I cittadini stranieri, al 1º gennaio 2023, sono pari al'8,7% del totale.
La popolazione è molto concentrata in alcune specifiche aree urbane: al 2015 solo 741 comuni italiani superano i abitanti e ne contano complessivamente ; i restanti sono quindi considerati "piccoli comuni".
Piramide delle età per l'Italia La cosiddetta piramide delle età della popolazione italiana mostra una forte erosione alla base, tipica della maggior parte delle nazioni sviluppate, ma è più marcata e assume quella che viene chiamata forma a trottola. Questo fenomeno, che corrisponde all'invecchiamento della popolazione, è dovuto alla diminuzione del tasso di natalità e al contemporaneo aumento della capacità di sopravvivenza e quindi della speranza di vita (con la conseguenza apparentemente paradossale dell'aumento del tasso di mortalità, che in realtà cresce proprio perché la popolazione invecchia). La fascia di popolazione più numerosa è quella costituita dai nati durante il boom demografico degli anni Sessanta.
Abitanti censiti
Natalità e mortalità
Nei primi anni del Novecento la popolazione italiana faceva segnare incrementi naturali di circa 300.000 persone l'anno, ma cresceva lentamente a causa dell'emigrazione verso l'estero. Dopo la perdita di 800.000 persone nel 1917 e nel 1918, tornò ad aumentare nel 1919 e ancor di più nel 1920 e negli anni successivi. Il regime fascista ostacolò decisamente l'emigrazione, e molti italiani si trasferirono nelle colonie, come Libia ed Africa Orientale. Durante il Ventennio venne promosso l'incremento demografico: le coppie con figli ricevevano incentivi. L'obiettivo di Mussolini era di avere nel 1960 70 milioni di italiani. Dal 1922 al 1945 la popolazione crebbe di 7,8 milioni di abitanti, passando da 38,19 a 44,94 milioni. Tra il 1946 e il 1964 si verificò il baby boom. L'incremento naturale annuo andava dalle 366.000 unità del 1953 alle 526.000 del 1964. Nel 1946, 1947, 1948 e 1964 nacquero più di un milione di bambini per anno. Dopo il 1976 l'Italia scese sotto la linea di rimpiazzo e negli anni Ottanta entrò nella fase di crescita zero: la popolazione aumentava solo di poche decine di migliaia di persone all'anno. Nel 1993 si registrò il primo saldo naturale negativo fin dal 1918. Dal 2020 i saldi negativi sono di circa 300.000 persone all'anno.
A metà degli anni Novanta la natalità ebbe una debole ripresa, rafforzata da un più alto tasso di fecondità delle donne immigrate, ma si arrestò all'inizio degli anni 2010. Secondo i dati dell'ISTAT, la fecondità in Italia nel 2012 fu di 1,42 figli per donna, sempre molto al di sotto della soglia di 2,1 che permette la costanza della popolazione, ma superiore al minimo di 1,19 figli per donna del 1995. L'ultimo anno in cui la soglia di 2,1 fu superata è il 1976.
Il numero di figli per donna delle straniere risultava notevolmente superiore a quello delle italiane (2,37 contro 1,29 nel 2012), ma scendeva sotto i 2 a partire dal 2016. Inoltre, se nel 1995 la fecondità era più elevata per le donne italiane del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord e del Centro, nel 2012 questa differenza è stata sostanzialmente colmata, come risultato di un aumento al Centro-Nord ed una diminuzione al Sud. Includendo anche le donne straniere, il numero di figli per donna nel 2012 è più alto nel Nord (1,48 nel Nord Ovest, 1,47 nel Nord Est) che nel Centro (1,42) o nel Mezzogiorno (1,33 nel Sud, 1,35 nelle Isole).
Il tasso di natalità dell'Italia nel suo complesso è stato nel 2022 del 6,7 per mille, il più basso mai registrato. A livello regionale, il tasso più elevato si rileva nella provincia di Bolzano (9,2 per mille) e il più basso in Sardegna (4,9 per mille)..
I picchi di mortalità più alti (oltre 100.000 morti in più rispetto all'anno precedente) si registrarono nel 1867 a causa del colera asiatico, tra il 1915 e il 1918 a causa della prima guerra mondiale e soprattutto dell'influenza spagnola, tra il 1942 e 1943 a causa della seconda guerra mondiale e nel 2020 a causa del COVID-19.
Il tasso di mortalità nazionale è rimasto tra il 9,1 e il 10,7 per mille tra il 1948 e il 2019, superando il 12,0 nei tre anni successivi. Tra il 1993 e il 2022 ci sono stati solo due saldi naturali positivi, nel 2004 e nel 2006, seppur pari a poche migliaia di persone.
Nel 2015 le nascite sono scese per la prima volta sotto il mezzo milione, mentre c'è stato un aumento dei decessi, che ha comportato una decrescita naturale di 161.000 persone. Nel 2016 è stato toccato un nuovo record negativo di nascite (473.000), mentre i morti sono stati 615.000, con un saldo naturale negativo di 141.000 unità. Inoltre, è aumentata la percentuale di figli da genitori stranieri. Nel 2017 le nascite sono state per il decimo anno consecutivo in calo, e, per il terzo anno consecutivo, sotto il mezzo milione (458.151). Inoltre l'impennata dei decessi (649.061) ha provocato una decrescita naturale di 190.910 abitanti, il terzo peggior saldo naturale dal 1900. Nel 2023 le nascite sono scese sotto 400.000 all'anno.
Un'elaborazione su dati ISTAT e MIEF del 2016 ha evidenziato che dopo la crisi del 2008 in Europa si registra una nuova correlazione fra il tasso di natalità e un indicatore della ricchezza delle famiglie: nel 2016 è risultato un incremento del 2,6% della natalità delle singole donne ogni 1.000 euro in più di prodotto interno lordo (reddito disponibile pro-capite). La correlazione (R = -0.55) più rilevante è stata fra l'aumento dell'indice di povertà relativa e il calo delle nascite dal 2008 al 2017.
La speranza di vita alla nascita Nel 2011 la speranza di vita alla nascita in Italia era di 79,4 anni per gli uomini e 84,5 per le donne, in crescita rispetto al 2005 (78,1 e 83,7 rispettivamente). Sempre nel 2011 la speranza di vita a 65 anni (ovvero il numero di anni che in media ha ancora da vivere una persona di 65 anni) era di 18,4 per gli uomini e 21,9 per le donne. Da notare che per entrambi gli indicatori non vi sono significative differenze tra Nord, Centro e Sud.
Nel 2019 la speranza di vita per gli uomini è salita a 81 anni e per le donne a 85,3 anni.
Il progresso è notevole se si considera che nel 1880 in Italia la speranza di vita alla nascita era di 35,4 anni, divenuti 42,8 nel 1900, 54,9 nel 1930 e 65,5 nel 1959M. Livi Bacci, Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pag. 42.
Singole età
La tabella, basata sui dati dell'Istat del 2011, indica la popolazione residente per sesso, età e cittadinanza.