Montebello di Bertona (Mundibbèlle nel dialetto locale) è un comune italiano di abitanti della provincia di Pescara in Abruzzo. Faceva parte della comunità montana Vestina, e il suo territorio è compreso nel parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Geografia fisica Posto su un colle alle pendici nordorientali del Gran Sasso d'Italia, a 596 metri sul livello del mare, Montebello di Bertona appartiene alla comunità montana Vestina, zona I. Il paese è collegato a Pescara da una strada provinciale.
Origini del nome
Il nome del paese è di trasparente etimologia ed è riconducibile all'aggettivo del tardo latino bellus (grazioso, bello), sostituitosi a quelli di epoca classica pulcher e formosus, in composizione con il sostantivo mons, montisProbabilmente in caso accusativo, con successiva caduta della "m" finale e trattamento romanzo della "ŭ" finale di bellŭ, che si trasforma in "o". Questi i passaggi ipotizzabili: Montem Bellŭm → Montebellŭm → Montebellŭ → Montebello. Una forma Montembellum appare citata nel 1275, mentre nel Catalogus Baronum, per l'anno 1168, compare la forma Montem Bellum. appartenente a quella categoria di nomi di luogo costituiti da "geomorfismi, cioè voci attinenti alle condizioni del suolo", di cui "la toponimia pescarese fornisce numerosi esempi".
Il paese viene citato in un documento del 1062 come "poio de Montebello", ma non può essere ignorato che in alcuni scrittori posteriori a tale data esso era conosciuto anche con il nome di "Belmonte"; forma, questa, che facendo precedere l'aggettivo al sostantivo, mette in rilievo la caratteristica del luogo a cui si riferisce: un bel colle, appunto. Ciò, forse, per via dell'ampio panorama che vi si può godere.In un passo de La Fenice Vestina di A. Trasmundi (1701) si legge: «Belmonte detto anche Montebello». Nel Sunto della Monografia storica della Terra di Bacucco (l'odierna Arsita) "Belmonte" viene citato assieme a Cupoli e Farindola. Per quanto concerne, inoltre, il nome "Bertona" (che secondo la già ricordata tesi sarebbe un'alterazione di Vestona, poiché su tale monte sarebbe sorto, per opera dei Vestini fuggiti dalla distrutta Cingilia, un tempio dedicato alla dea Vesta), esso risulta essere un personale medioevale importato in Italia dai Franchi: Bertho – Berthonis. Il paese, in ogni caso, continuò a chiamarsi Montebello, senza la specificazione "di Bertona", fino alla pubblicazione del Regio Decreto n° 1426 del 28 giugno 1863, con il quale si stabiliva la denominazione Montebello di Bertona «giusta la deliberazione 1º novembre 1862 di quel Consiglio Comunale».
Storia Preistoria La presenza di insediamenti umani preistorici a Montebello di Bertona è ampiamente documentata. Infatti nelle campagne montebellesi - e in seguito anche sulla montagna, in località Fonte Marianna - sono stati rinvenuti elementi di interesse tale da indurre gli studiosi a riconoscere, all'interno del Paleolitico superiore, una cultura bertoniana.
Fu negli anni compresi tra il 1949 e il 1953 che il medico e studioso Giovanni Battista Leopardi scoprì uno stanziamento di capanne a fior di terra, situato in un vasto pianoro a destra del torrente Gàllero denominato "Campo delle Piane". Tale scoperta si rivelò di grandissima importanza non solo per la storia dell'Abruzzo antico, ma anche per lo studio della preistoria italiana, poiché per la prima volta veniva attestata l'esistenza, nella penisola, di dimore all'aperto (capanne rivestite di pelli e materiale vegetale) frequentate dalle genti del Paleolitico superiore. Il Bertoniano - che prende il nome da Montebello di Bertona, dove è stato documentato per la prima volta - risale a circa diciottomila anni fa e arriva fino alle soglie del Neolitico, comprendendo un arco di tempo di quasi ottomila anni. Strumenti peculiari di questa cultura sono lame, punte, grattatoi, bulini di grandi dimensioni ottenuti dalla lavorazione della selce. Numerosi sono gli utensìli rinvenuti a Campo delle Piane e in diverse località della Marsica come la grotta Tronci, il riparo Maurizio, la grotta di Ortucchio, grotta La Punta, la grotta Maritza; cosicché si è accertato che l'estensione geografica del Bertoniano è molto più ampia di quanto si pensasse in un primo tempo.
In seguito a questi altri ritrovamenti è anche stato possibile ricostruire, a grandi linee, il modello di vita degli uomini bertoniani. Essi vivevano prevalentemente di caccia, che praticavano seguendo la selvaggina nei suoi spostamenti determinati dal mutare delle stagioni: durante il periodo caldo sui pascoli posti a quote anche elevate, in inverno presso le più ospitali terre vallive.
La vita di questi cacciatori era dunque caratterizzata da quello che è stato definito "nomadismo stagionale". Le capanne venivano innalzate sui territori di caccia via via sfruttati. A Campo delle Piane ci troviamo davanti a una di tali stazioni all'aperto, le quali venivano frequentate "durante la stagione buona per l'attività venatoria".Antonio Mario Radmilli. Durante il periodo invernale, invece, i popoli del Bertoniano dimoravano nelle grotte, dove con tutta probabilità attendevano, nelle lunghe ore di ozio forzato, alla lavorazione di strumenti per cacciare nella stagione propizia. Tuttavia, se i numerosi ritrovamenti fatti dal 1949 a oggi hanno reso possibile agli studiosi una discreta conoscenza delle abitudini delle genti bertoniane, bisogna anche dire che ancora oscura è l'origine della cultura cui tali popolazioni dettero luogo, poiché sembra dimostrato che essa fosse già formata quando arrivò in Abruzzo.
La frequentazione della stazione di Campo delle Piane proseguì anche nel Mesolitico, nel Neolitico e nell'Eneolitico, come dimostrano ulteriori ritrovamenti avvenuti in strati di terreno meno antichi. Sono venuti alla luce, oltre a oggetti riconducibili alla tradizione appenninica, manufatti protovillanoviani: ceramica, un frammento bronzeo di fibula e un'ascia votiva in arenaria della lunghezza di quattro centimetri.
Protostoria La presenza di genti italiche nel territorio montebellese (e l'esistenza in zona di una qualche forma di commercio tra questi antichi abitanti e il mondo di cultura greca) è testimoniata da vasi di bronzo, orecchini, collane e alcune coppe d'argilla in vernice nera di fattura o scuola attica (così come lo sono pure delle rare kylix a figure nere), rinvenuti in località Campo Mirabello. Qui sono state riportate alla luce anche delle statuine votive in bronzo. Una di esse, databile all'incirca intorno al VI-V secolo a.C., rappresenta Ercole e testimonia l'esistenza anche a Montebello del culto di questo dio (tra l'altro molto diffuso nell'intera area sabellica abruzzese).Con il termine “Sabelli” gli studiosi indicano quei piccoli popoli dell'Italia centrale (e tra essi i Vestini) che parlavano dialetti appartenenti al gruppo osco. Sempre in questa zona, esiste una vasta necropoli italica.
Negli anni sessanta del Novecento, stando ad alcuni articoli di giornali dell'epoca, il signor Francesco Barrucci, appassionato e solerte studioso montebellese, individuò, come già in precedenza aveva fatto il medico pennese G. B. Leopardi, alcune tombe che ritenne potessero risalire al IV-III secolo a.C. e che quindi attribuì ai Vestini, i quali occupavano un territorio compreso tra l'Aterno e il Gran Sasso e, a oriente di quest'ultimo, si spingevano fino al litorale adriatico. Qui, presso la foce dell'Aterno-Pescara, essi avevano, in comune con i Marrucini, un importante porto che in epoca romana venne chiamato Ostia Aterni e che ai giorni nostri ha assunto il nome di Pescara. Tale popolazione italica di stirpe sabellica probabilmente giunse nella valle del Tavo intorno ai secoli IX-VIII secolo a.C. e via via andò sostituendosi alle tribù locali con cui venne a contatto. Si conosce ben poco dei Vestini e delle loro vicende (come degli altri popoli italici), fino a quando non entrarono in contatto, in epoca storica, con i Romani, che li assoggettarono; assorbendoli, in seguito, nella loro cultura e decretandone, così, la scomparsa.
Tra storia e leggenda Proprio ai Romani si dovrebbe, secondo una suggestiva e fantasiosa tesi, la nascita di Montebello di Bertona. Sul colle dove oggi sorge il paese, infatti, si sarebbero accampate le legioni di Roma, durante i primi cinque anni della Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.), per attendere vanamente la resa dei Vestini rifugiatisi sul Monte Bertona, dopo che le loro roccaforti di Cutina (forse presso Civitella Casanova) e Cingilia (presso Montebello) erano state espugnate e distrutte. Tale castrum, in ricordo dell'estenuante e sanguinosa guerra combattutasi tra Romani e Vestini, avrebbe assunto il nome di Mons Belli (Monte della guerra, in italiano). È evidente che simili congetture, alla luce delle conoscenze che si hanno riguardo alla toponomastica, ai criteri seguiti dai Romani nel costruire città e impiantare i castra (accampamenti militari) e ai ritrovamenti sin qui avutisi in zona, prestano il fianco a più di una critica. Senza ricorrere a dotte e circostanziate argomentazioni, per dimostrare la loro scarsa attendibilità, ci si limiterà a fare le seguenti tre considerazioni riguardanti la toponomastica, la struttura di Montebello, i reperti finora affiorati in territorio montebellese.
Reperti affiorati intorno a Montebello Nel paese e nei suoi dintorni non è venuto alla luce, finora, alcun elemento riferibile all'epoca romana, a eccezione di un'iscrizione riportata da Theodor Mommsen e scolpita, a quanto pare, su un "monumento sepolcrale dedicato da tre coppie di figli ai genitori". Troppo poco, per attestare la romanità di Montebello. Senza contare che spesso lapidi e oggetti vari vengono rinvenuti in aree a volte lontane dai luoghi in cui originariamente si trovavano. Per di più, se è vero che la zona è stata teatro di lunghe e cruente battaglie tra Romani e Vestini, appare strano che finora non siano state trovate sepolture, armi o suppellettili di tipo romano. Tuttavia sulla sommità del monte Bertona, dove secondo "molti storici antichi e moderni" pare che "iniziassero le operazioni militari della Seconda guerra sannitica", sarebbero stati rinvenuti oggetti di epoca romana.