Origini e famiglia

Riccardo d'Aquino fu figlio di Rainaldo d’Aquino, signore di Roccasecca, e Cecilia di Medania.

La famiglia del padre è quella già citata dei d'Aquino, famiglia di origine longobarda, discendente dai gastaldi di Aquino (funzionari o feudatari che esercitavano il potere sul territorio del Gastaldato, all'interno dello Stato longobardo) che possedettero tra il secolo IX e XIII, i territori di Aquino, Pontecorvo e la Val Comino, località attualmente facenti parte della provincia di Frosinone.

Il nonno paterno di Riccardo fu Landone IV, ultimo conte di Aquino; ultimo perché nel settembre del 1137, nello scenario delle lotte dovute allo scisma d’Occidente del 1130, l'imperatore Lotario II del Sacro Romano Impero privò la famiglia del titolo comitale a favore dell'abbazia di Montecassino, ridimensionando il potere della famiglia nella regione.

Più tardi, però, nella nuova organizzazione feudale e amministrativa del neonato Regno di Sicilia, i d'Aquino ottennero dei feudi, portando la famiglia nel giro di qualche decennio a riconquistare il titolo comitale e una posizione di assoluto prestigio alla corte degli Altavilla.

Grazie ad un'accorta politica matrimoniale, gli Aquino si imparentarono con i nobili normanni dei Medania; uno di questi matrimoni fu proprio quello tra i futuri genitori di Riccardo: Rainaldo e Cecilia.

La madre di Riccardo, Cecilia di Medania, era la figlia di Roberto di Medania, nobile normanno giunto in Italia meridionale durante il regno di Ruggero II di Sicilia (1130 – 1154).

Roberto, che dal 1150 era già conte di Buonalbergo, divenne successivamente anche conte di Acerra.

Alla morte di Roberto, tali titoli saranno trasferiti al figlio, Ruggero di Medania, che però morì senza eredi nel 1167. Gli successe a Ruggero nel possesso della contea di Acerra proprio il suo stesso nipote, Riccardo d'Aquino, figlio di sua sorella Cecilia.

Dopo il matrimonio tra Rainaldo e Cecilia, ce ne fu un altro ancora più importante che aumentò la forza e il prestigio dei d'Aquino: si tratta di quello tra la sorella del neo-conte di Acerra, Sibilla, e il conte di Lecce, Tancredi d'Altavilla, che poi sarà re di Sicilia. Sibilla d'Aquino in Dizionario biografico Treccani

Biografia La spedizione a Costantinopoli Le prime azioni militari che si riportano da parte di Riccardo di Acerra risalgono al 1185, sotto il regno di Guglielmo II di Sicilia, quando fu associato al comando di un esercito assieme al cognato, il conte Tancredi di Lecce.

La spedizione fu organizzata da Guglielmo in occasione delle lotte di potere per la successione al trono di Costantinopoli, infatti dopo la morte di Manuele I Comneno avvenuta nel 1180, l'erede designato Alessio II venne assassinato e il trono usurpato dal suo stesso zio Andronico.

Guglielmo colse così l'occasione per attaccare Costantinopoli. La spedizione sbarcò a Durazzo nel giugno del 1185 e i normanni riuscirono a catturare la città senza colpo ferire, infatti la città, col timore di subire rappresaglie, si arrese il 24 giugno. L'obiettivo successivo fu la città di Tessalonica, che fu posta sotto assedio il 6 agosto sia via mare dalla flotta capitanata dal conte Tancredi e sia via terra dall'armata di Riccardo. La città fu presa e saccheggiata nella notte tra il 23 e il 24 agosto. Dopo questa serie di rapide vittorie i normanni dominavano i mari dell'Egeo e si preparavano a cingere d'assedio Costantinopoli stessa.

Fu proprio in questa situazione che Isacco II Angelo prese il posto dell'usurpatore incapace Andronico I Comneno, divenendo imperatore a furor di popolo per via della precaria situazione in cui l'impero versava. Nonostante la precaria situazione, il nuovo Basileus non si perse d'animo e grazie ad un forte appoggio popolare e all'arrivo di rinforzi dall'Asia Minore, riorganizzò l'esercito bizantino che sconfisse ripetutamente le truppe di Riccardo, prima a Mosinopoli e Anfipoli ed infine a Siderocastro, decimando di fatto le forze di Riccardo; la flotta normanna di Tancredi, ancorata nel Mar di Marmara, a seguito di tali sconfitte si ritirò e nella primavera del 1186 la marina bizantina riprese Durazzo e Corfù.

La successione al trono di Sicilia e lo scontro con Enrico VI di Svevia

La questione ereditaria I fatti successivi che vedono Riccardo personalmente impegnato sono quelli inerenti al sostegno della legittimità dell'incoronazione di Tancredi, suo cognato, al trono di Palermo, alla fine dei quali Riccardo si dimostrerà uno dei più spietati e agguerriti uomini di fiducia di Tancredi.

Quando, infatti, Guglielmo il Buono morì il 16 novembre 1189, a soli 36 anni di cui 25 di regno, non essendovi figli o discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede, e a tal proposito fece riunire i suoi vassalli a Troia nel 1188, dove essi prestarono giuramento di tener fede a Costanza ed al marito di lei Enrico VI, come futuri eredi della Corona siciliana. Ma, morto il re, ben pochi tennero fede ai giuramenti di Troia. La situazione politica sia a corte che tra i vassalli e i cavalieri più influenti del regno era molto tesa e ben presto il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono; infatti, in Sicilia e in Puglia divampò la guerra civile, nella quale largamente fu sparso sangue cittadinoLe vicende sono narrate da Pietro d’Eboli nella sua opera Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis (Libro in onore dell'imperatore)..

Due candidati restarono l'uno a fronte dell'altro per contendersi il trono di Sicilia: Tancredi, conte di Lecce, nipote del primo re di Sicilia Ruggero II, e Ruggero da Trani, conte di Andria.

Tancredi di Lecce, che, per quanto fosse un figlio del primogenito di Ruggero III di Puglia (un figlio illegittimo di re Ruggero II), era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla.

Dall'altra parte Ruggero d’Andria, appunto, era il più autorevole conte dello Stato, nonché appartenente ad una nobile famiglia normanna consanguinea per via indiretta a quella degli Altavilla.

Nella situazione che si creò, un re tedesco non trovava favore nel popolo: nonostante Costanza fosse la figlia legittima di Ruggero II (quindi zia paterna anche di Tancredi), al tempo era molto forte l'opposizione dei cavalieri normanni alla dinastia imperiale sveva in Sicilia e il Papa Clemente III, (anche complice dell'influenza esercitata su di esso da una delle più spiccate figure della corte normanna, il vice-cancelliere Matteo da Salerno), non vedeva di buon occhio il formarsi di uno Stato unitario che circondasse completamente i confini dello Stato pontificio, e per di più che andasse ad un membro della casata degli Hohenstaufen, al tempo anche detentori del Sacro Romano Impero.

Per di più, essendo l'imperatore Federico Barbarossa impegnato nella crociata in Terra santa, Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere in Germania, allora in una situazione interna particolarmente delicata, e a distogliere la loro attenzione dalla Sicilia.

Fu in questo contesto che la fazione anti-sveva prevalse su quella filo-sveva e nel novembre 1189 i baroni e i prelati del Regno si riunirono a parlamento e proclamarono Tancredi nuovo Re di Sicilia. Ricevuto l'annuncio della designazione, Tancredi si recò a Palermo verso la fine del 1189 e nel gennaio del 1190 fu incoronato con grande solennità. Papa Clemente III, naturalmente, approvò e riconobbe l'elezione. La questione però, come è facile immaginarsi, non finì al momento della solenne incoronazione di Tancredi, ma Ruggiero si rifiutò di prestare fedeltà al nuovo re e capeggiò una rivolta baronale apertamente ostile al nuovo re Tancredi.

Ruggero d'Andria e la rivolta baronale Ruggero di Andria si schierò così a fianco di Costanza d’Altavilla, legittima erede, ma fu accusato di aspirare al trono; infatti Riccardo di San Germano nella sua opera Chronica, contrariamente a quanto afferma Pietro d’Eboli (che però sappiamo essere esplicitamente filo-svevo), ci ricorda come Ruggiero cominciò con l'aspirare alla corona per conto suo data l'impopolarità d'una candidatura tedesca al trono, solleticato da una ragionevole ambizione che gli fece mettere da parte i giuramenti di Troia; dopo che vide trionfare Tancredi per la corsa alla corona, accese la sedizione e la guerra civile.

Fu così che Ruggero, radunò un consistente esercito e ostacolò Tancredi in ogni modo: fu lui che scrisse ad Enrico VI di Svevia, incitandolo a scendere in Puglia per sostenere con l'armi le ragioni ereditarie della sua sposa sul regno.

Enrico, però, non fu risoluto e l'indugio nocque non poco.

Riccardo di Acerra ebbe così il tempo per rendersi più forte e potente, infatti egli fortificò le città di Puglia e occupò militarmente la Liburia, in particolare città strategiche come Capua e Aversa, per impedire una invasione tedesca della Sicilia, più agevole per quella via.

Enrico VI si decise poi a spedire un esercito di milizie tedesche al comando del maresciallo imperiale Enrico Testa.

Enrico Testa, non potendo accedere alla Liburia già occupata da Riccardo, entrò nel regno dalla regione dell'Abruzzo e si unì a Ruggero di Andria, col quale cominciò la guerra sfidando Riccardo al conflitto aperto.

La prima operazione militare da parte dell'esercito congiunto fu quella di provocare Riccardo assaltando Corneto, terra dell'abate di Venosa, il quale parteggiava per re Tancredi.

Corneto fu saccheggiata e distrutta, allora fu così che Riccardo mosse col suo esercito, che si fortificò ad Ariano e nei vicini castelli, evitando, però, lo scontro campale.

Enrico Testa a capo dell'esercito imperiale e Ruggero con i baroni ribelli li assediarono: ma l'esercito tedesco, spazientito e assillato dalla penuria di viveri e rifornimenti e, forse, anche decimato dalle malattie diffusesi tra gli uomini, sciolse l'assedio ed uscì dal regno.

Fu questa la svolta della guerra civile: le milizie tedesche poco motivate non riuscirono a imprimere una svolta a loro favore in Sicilia, cosicché la corrente anti-sveva, guidata dal conte di Acerra, prese il sopravvento.

Ruggiero di Andria restò così solo nella lotta e anche senza alcun vigore, sostenendo, inoltre, una causa che stava diventando impopolare, cioè il conferimento della corona di Sicilia ad Enrico VI.

Ruggero di Andria non si perdé d'animo. Fortificò Sant'Agata e lasciatovi alla difesa suo figlio, che Riccardo di San Germano chiama Roberto di Calagio, si affrettò a chiudersi ad Ascoli Satriano.

Nel 1190 Riccardo d'Acerra cinse d'assedio il castello, ma Ruggiero era ben fortificato e la presa della città avrebbe potuto richiedere molto tempo.

Riccardo, così, scelse la linea diplomatica, facendo promesse e proposte di pace, incitando l'avversario alla resa. Invitato a parlamentare, Ruggiero fiducioso nella lealtà cavalleresca del nemico, uscì dalla città, accogliendo l'invito del conte di Acerra.

Mentre usciva dalla città, però, Ruggero fu colto di sorpresa e fu preso prigioniero a tradimento da uomini fatti appostare appositamente da Riccardo. Ruggero fu così tratto in prigione e poi giustiziato sommariamente.

Roberto di Calagio, il figlio dell'ormai morto Ruggero d'Andria, difese Sant'Agata per ben tre anni, dopo di che dovette cedere nel 1193. Di lui non si seppe più nulla, anche se è facile ipotizzare la sua fine.

Ma i guai non erano finiti per Riccardo e per il regno di Sicilia.

La discesa di Enrico VI in Italia e l'assedio di Napoli

Nel 1191 alla morte di Federico Barbarossa, Enrico VI assunse il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero e, sempre nello stesso anno, scese in Italia.