Lassedio di Messina durante la Rivoluzione siciliana del 1848 fu il momento finale di una serie di eventi che, dal gennaio al settembre di quell'anno, videro contrapposte a Messina le forze degli insorti siciliani e quelle dell'esercito borbonico, che dopo una serie di sconfitte riconquistarono la città, al termine di un pesante bombardamento. Più che di un assedio nel senso classico del termine si può parlare di un lunghissimo ciclo operativo militare, con una successione ininterrotta di scontri di diversa entità e portata.

Contesto

Il sistema fortificato Il porto di Messina è costituito da una penisola che partendo dall'estremità sud della città volge verso nord e poi verso ovest a forma di falce. Nel punto di partenza di questa piccola penisola era stata costruita, dopo la grande insurrezione di Messina del 1674-78 contro gli Spagnoli, una mastodontica fortezza, nota come Cittadella di Messina, formata da una costruzione pentagonale protetta da profondi fossati ed opere avanzate.Franz Riccobono; Adolfo Berdar; Cesare La Fauci, La real cittadella di Messina, prefazione di Rodo Santoro, Messina, EDAS, 1988 Inoltre sull'altra estremità della penisola esisteva un'altra fortezza, più piccola, il Forte San Salvatore, fiancheggiato dal Forte Real Basso, posto dinanzi sulla spiaggia cittadina. Questo complesso di fortificazioni sbarrava interamente l'ingresso del porto. Sul lato opposto, la Cittadella nel punto in cui si collegava con la terraferma aveva inoltre un arsenale fortificato ed un altro forte, il Forte Don Blasco.

Esistevano ancora a sorveglianza della città di Messina altri tre forti, quelli di Gonzaga, di Rocca Guelfonia e del Castellaccio, che però non facevano sistema con quelli posti presso il porto. Esistevano inoltre presidi militari presso le carceri e l'ospedale civico. Messina era quindi sorvegliata da ben sette diverse fortezze, di diverse dimensioni, fra cui spiccava la mole dell'enorme Cittadella.

Le insurrezioni antiborboniche Nel settembre del 1847

L'ostilità dei Siciliani nei confronti del dominio borbonico era dovuto ad un complesso di ragioni, che comprendevano la soppressione d'ogni forma d'autonomia ed il predominio degli elementi napoletani, la condizione di povertà dell'isola, il duro regime poliziesco e le violazioni degli impegni presi da parte dei governi di Napoli.“Archivio storico siciliano”, pubblicazione periodica della Società Siciliana per la Storia Patria, nuova serie, anno XXVI, Palermo 1901, pp. 116 sgg.

In questo contesto, Messina era divenuta in Sicilia uno degli epicentri della rete politica clandestina antiborbonica, assieme a Palermo e a Catania, in collegamento con gli esuli residenti nella vicina isola di Malta.C. Naselli, Il Quarantotto a Catania: la preparazione, gli avvenimenti, in «Archivio Storico per la Sicilia orientale», serie IV, a. II e III, 1949-1950. Già il 2 marzo 1822 erano stati fucilati quattro liberali che avevano partecipato ad un tentativo insurrezionale a Messina, precisamente il sacerdote Giuseppe Brigandì, Salvatore Cesareo, Vincenzo Fucini, Camillo Pisano. Molti altri siciliani che avevano preso parte al moto erano invece condannati al carcere o costretti all'esilio.L. Tomeucci, Messina nel Risorgimento, Milano 1963, pp. 14-15.

Un altro tentativo insurrezionale a Messina era avvenuto il 1º settembre del 1847, ma era stato schiacciato dalla truppa borbonica nel giro d'alcune ore.Luigi Tomeucci, La verità sul moto del 1º settembre 1847, in Messana, Messina 1953, vol. II Gli insorti, capeggiati da Giovanni Krymi, Antonio Pracanica e Paolo Restuccia, s'erano riuniti dinanzi alla piazza antistante al Duomo di Messina, con armi improvvisate ed una sorta d'uniforme, costituita da un ampio camicione bianco e da un cappello a tese larghe con sopra una coccarda tricolore. Le truppe borboniche uscirono dalla Cittadella ed assalirono i patrioti, un violento scontro durato molte ore e che si concluse con la sconfitta dell'insurrezione.A. Caglià-Ferro, Monografia sui fatti del 1º settembre 1847 in Messina, Messina 1890; L. Tomeucci, Messina nel Risorgimento, Milano 1963, pp. 44-74. Seguì poi una pesante repressione da parte delle autorità borboniche. Alcuni insorti furono condannati a morte, molti altri costretti alla fuga per salvarsi la vita. Inoltre la polizia torturò duramente l'abate Giovanni Krymi, il sacerdote Carmine Allegra, i cappellani Simone Gerardi e Francesco Impalà, senza però riuscire ad indurli alla delazione. Ancora, le autorità borboniche avevano imposto la chiusura di circoli ed associazioni culturali e sottoposto a controllo l'università. Tutto ciò però aveva rafforzato l'opposizione al regime, ormai estesa a tutte le classi sociali e che poteva appoggiarsi ad una rete molto diffusa e ramificata, costituita da società artigiane, ordini religiosi, monasteri, ambienti accademici ecc.Ernesto Consolo-Nino Checco, Messina nei moti del 1847-1848, in Il Risorgimento: rivista di storia del Risorgimento e storia contemporanea, a. 51 (1999) n. 1, pp. 4-5, 24-25.

La subitanea insurrezione scoppiata a Palermo all'inizio del 1848 aveva liberato dal dominio borbonico, molto odiato nell'isola, quasi tutta la Sicilia. Tuttavia, l'esercito borbonico aveva avuto cura di conservare il dominio della Cittadella di Messina, che era di grandi dimensioni, potentemente fortificata e per la sua collocazione atta a costituire un'autentica testa di ponte per la riconquista della Sicilia. La Cittadella contava circa 300 cannoni ed una forte guarnigione, al sicuro dietro le mura ed i fossati.

29 gennaio/21 febbraio 1848

La cittadinanza di Messina così non si rassegnava alla sconfitta della rivolta del 1847 e ricostituiva ad inizio di gennaio un comitato rivoluzionario, con la collaborazione del patriota Giuseppe La Masa.

Il 12 gennaio era infatti insorta Palermo, sotto la guida di La Masa e Rosolino Pilo e il 23 era stata dichiara decaduta la monarchia borbonica in Sicilia.

Il 28 gennaio fu creato anche nella città falcata un comitato di pubblica sicurezza e di guerra presieduto dall'avvocato Gaetano Pisano, che decideva a favore dell'insurrezione per il giorno successivo. Nel corso della notte si preparava la sollevazione ed alle ore nove della mattina del 29 gennaio i messinesi scendevano in massa per le strade, armati in modo improvvisato con fucili da caccia, vecchie armi da fuoco come schioppi e tromboni od anche armi bianche quali sciabole, stocchi, coltellacci. Il comitato degli insorti provava a trattare con il comandante della piazza, il generale Cardamona, che però rifiutava. Il comando borbonico, che comprendeva i generali Cardamona, Busacca e Nunziante ed il duca di Bagnoli, aveva ricevuto dal re Ferdinando II l'ordine di tenere ad ogni costo Messina, poiché la città rappresentava la testa di ponte indispensabile per la riconquista della Sicilia insorta. Gli alti ufficiali borbonici decidevano quindi far bombardare la città con i numerosissimi cannoni e mortai a propria disposizione nelle molte fortezze, a cui si aggiungevano ancora le artiglierie mobili collocate nel cosiddetto piano di Terranova, dinanzi alla Cittadella, e quelle della nave da guerra “Carlo III”. Le prime vittime erano un bambino, ucciso mentre si trovava in braccio alla madre, ed un'anziana donna. Approfittando del massiccio bombardamento, le truppe borboniche uscivano dalle fortezze ed attaccavano gli insorti, nel tentativo di riprendere possesso della città. La loro azione incontrava però la resistenza compatta dell'intera cittadinanza, che vedeva assieme uomini, donne e persino i bambini combattere contro i napoletani.Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, pp. 485-486. Si distinsero fra gli altri Francesco Munafò, Antonio Lanzetta e Rosa Donato, poi soprannominata “artigliera del popolo”.Francesco Guardione, “Antonio Lanzetta e Rosa Donato nella rivoluzione del 1848 in Messina”, Messina 1893. Fra i molti combattenti siciliani che dovevano distinguersi nella lunga battaglia spiccò anche Stefano Crisafulli.G. Falzone, Il problema della Sicilia nel 1848 attraverso nuove fonti inedite, Palermo, 1951. Le forze borboniche, contenute e poi contrattaccate, erano costrette a ritirarsi all'interno dei forti.

Il generale Cardamono, furioso, ordinava di proseguire il bombardamento sulla città a puro scopo di rappresaglia, ma questo non spaventava gli insorti. Messina anzi s'illuminava a festaDocumenti della rivoluzione siciliana del 1847-1849 in rapporto all'Italia illustrati da G. La Masa, Torino 1850, p. 108. e l'anziano Salvatore BensajaSu questa figura cfr. la voce a lui dedicata nel Dizionario del Risorgimento Nazionale percorreva le vie della città a testa d'una banda musicale che suonava marce guerresche. Le forze degli insorti erano frattanto rafforzate dall'affluire dalla campagna e dai paesi dell'interno di gruppi di volontari, con coccarda tricolore sul capo e fascia tricolore a tracolla, muniti d'armi da fuoco e bianche. Il comitato di pubblica sicurezza dei patrioti assumeva l'organizzazione della lotta ed assieme dell'amministrazione della città e del territorio.Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, pp. 487 sgg.

Il 30 gennaio il generale Cardamono tentava un contrattacco per collegare i reparti borbonici sparsi per la città, ma esso era nettamente respinto. L'attacco dei napoletani, compiuto con fanteria ed artiglieria, s'era mosso dal campo trincerato detto di Terranova, uscendo dalla porta Saracena, per cercare d'irrompere nel quartiere dei Pizzillari. Il caposquadra siciliano Munafò, rimasto lievemente ferito nello scontro, ributtò indietro i regi, infliggendo loro anche molte perdite.Documenti della rivoluzione siciliana del 1847-1849 in rapporto all'Italia illustrati da G. La Masa, Torino 1850, p. 109. Il 31 gennaio erano invece gli insorti a passare all'offensiva, prendendo come obiettivo le guarnigioni minori ed i forti più deboli: i presidi napoletani all'ospedale civico ed alle carceri e quelli posti a Rocca Guelfonia ed al Castellaccio s'arrendevano praticamente senza combattere. Il giorno seguente, 1º febbraio, i siciliani attaccavano Forte Gonzaga, che s'arrendeva dopo una resistenza quasi nulla. A questo punto rimanevano in mano alle truppe regie napoletane soltanto la Cittadella ed i forti ad essa collegati. Il comando borbonico tentava un altro contrattacco e per far ciò ordinava alle truppe di fare irruzione nel monastero femminile di Santa Chiara. I borbonici sfondavano un solido muro perimetrale del convento e vi facevano irruzione, fra lo sgomento delle religiose. Il monastero era quindi subito adibito a fortezza da parte dei napoletani, che tentavano partendo da questo punto d'effettuare una sortita contro gli insorti. Essa era però respinta con energia dai siciliani.Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, pp. 487-488.

Agli insuccessi militari s'aggiungevano quelli politici. L'arcivescovo di Messina, monsignor Francesco di Paola Villadicani, indignato per la profanazione del santuario da parte dell'esercito borbonico, lanciava la scomunica sui responsabili. I consoli inglese e francese invece presentavano le loro proteste al comando militare regio per il modo con cui era stata condotta la repressione.Ernesto Consolo-Nino Checco, Messina nei moti del 1847-1848, in Il Risorgimento: rivista di storia del Risorgimento e storia contemporanea, a. 51 (1999) n.1, p. 27.

S'apriva a quel punto una fase di tregua. Gli insorti ricevevano alcuni aiuti provenienti da altre parti della Sicilia, mentre il governo borbonico tentava di staccare Messina dal resto dell'isola, offrendole uno statuto speciale e la sua proclamazione a capitale dell'isola in sostituzione di Palermo. Il comitato insurrezionale rispondeva però che la città preferiva la distruzione al tradimento.Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, pp. 488-489.

La presa di forte Real Basso e del campo fortificato di Terranova