La carriera di Renzo De Felice come storico del Novecento – in particolare per i suoi studi sul fascismo – fu accompagnata da grandi dibattiti e frequenti controversie, sfociate anche in contestazioni da parte di organizzazioni studentesche di estrema sinistra, che tentarono talvolta di boicottare le sue lezioni universitarie alla Sapienza rendendo necessario l'intervento delle forze dell'ordine.

Gli abituali contrasti intorno alla figura e all'opera di De Felice sono stati a loro volta oggetto di numerose polemiche, sorte in seguito alla scomparsa dello studioso nel 1996, tra chi ha denunciato una forma di persecuzione culturale ideologicamente motivata e volta a censurarne il pensiero, e chi, viceversa, ha sostenuto che De Felice non fu affatto ridotto al silenzio, avendo beneficiato di ampia visibilità sui mezzi d'informazione. Le polemiche e i dibattiti sulla figura di De Felice non rimasero nell'ambito della comunità accademica italiana, ma vennero discussi anche in ambito internazionale, soprattutto da parte di studiosi dell'area anglofona, come Michael Ledeen e Borden W. Painter.

Il "caso Piccardi"

L'opera d'esordio di De Felice come storico contemporaneista, la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, pubblicata nel 1961, rivelando la partecipazione di Leopoldo Piccardi a un convegno giuridico razzista svoltosi a Vienna nel 1939, provocò uno scandalo politico che mise in crisi il Partito Radicale, del quale Piccardi era segretario. I difensori di Piccardi accusarono De Felice di aver dato avvio a una campagna scandalistica.

I difficili inizi della carriera accademica Nel 1962, De Felice fu bocciato all'esame per la libera docenza in Storia moderna, da una commissione che tra gli altri comprendeva Giorgio Spini e Armando Saitta, che gli contestò «un'inclinazione a valutazioni eccessive di uomini e di tendenze». Rilevando la vicinanza degli esaminatori alla cultura azionista e comunista, Paolo Simoncelli, uno dei biografi di De Felice, ritiene che la bocciatura fu dovuta all'ostilità politica verso lo storico reatino derivata dal "caso Piccardi"Emanuele Rossi, recensione a Paolo Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale, Firenze, Le Lettere, 2001..

Nicola Matteucci, membro della commissione che nel 1968 decise l'avanzamento di De Felice da professore straordinario a ordinario, ha dichiarato che la promozione – in genere semplice da conseguire – fu contrastata dagli altri due commissari Guido Quazza e Mario Bendiscioli, venendo decisa «dopo una lunga ed estenuante battaglia» da lui ingaggiata e «solo a maggioranza. Il che fu per molti un vero scandalo».

Reazioni a Mussolini il rivoluzionario La pubblicazione per la Einaudi del primo volume della biografia di Mussolini, avvenuta nel 1965, generò alcuni malumori tra i consulenti della casa editrice torinese. Dal verbale della riunione del 29 settembre risulta che si svolse la seguente conversazione: Norberto Bobbio a Giulio Einaudi: «avete pubblicato un volume su Mussolini, quello del De Felice, che acqua al mulino del fascismo ne porta parecchia». Franco Venturi: «Quel volume non è mai stato discusso in riunione. Si è discusso De Felice e non il libro che è stato letto dopo che si era deciso di farlo. Confermo comunque che se l'avessi letto l'avrei approvato». Einaudi: «Era un libro ordinato per contratto, non proposto dall'autore. Quindi bastava che un membro del consiglio lo leggesse ed approvasse, come infatti è avvenuto». Venturi: «Sono proprio curioso di vedere quando il Mussolini di De Felice diventerà una canaglia: finora non sembra avviato su questa strada».

Controversia con il Dizionario Biografico degli Italiani Nel 1969, il comitato di redazione delle voci di storia contemporanea del Dizionario Biografico degli Italiani decise di apportare d'autorità dei tagli alla voce su Arturo Bocchini – capo della polizia nel periodo fascista – redatta da Piero Melograni, assistente di De Felice. Le parti censurate contenevano alcuni giudizi favorevoli a Bocchini: in particolare era citato un articolo dellAvanti! – all'epoca stampato in Francia da esuli antifascisti – che gli riconosceva il merito di aver evitato sanguinose repressioni. Poiché Melograni si rifiutò di firmare il testo manomesso, la voce fu pubblicata in forma anonimaBocchini, Arturo, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 11, 1969..

In segno di solidarietà con l'assistente, De Felice comunicò alla direzione il rifiuto di scrivere le voci a lui assegnate su Nicola Bombacci, Giuseppe Bottai e Guido Buffarini Guidi, «a causa della impossibilità di conciliare le mie idee su come trattare i problemi di storia contemporanea con i criteri di giudizio che animano la redazione competente per questo genere di voci (criteri che ho potuto riscontrare in occasione della nota vicenda relativa alla voce "Bocchini" redatta dal mio assistente dr. Melograni)». Le tre voci furono quindi affidate rispettivamente a Enzo Santarelli, Sabino Cassese e Frederick William Deakin. Anche la moglie di De Felice, Livia De Ruggiero, si dimise dalla redazione del Dizionario. Anni dopo Melograni ricordò: «il clima interno al Dizionario era ormai molto ostile nei nostri confronti. Alcuni redattori avevano la bandiera vietcong dietro la scrivania: De Felice colse l'occasione anche per togliersi da una situazione impossibile».

Reazioni a Mussolini il duce I. Gli anni del consenso Nel quarto volume della biografia di Mussolini, uscito nel 1974, De Felice esaminava per la prima volta nella storiografia italiana l'adesione popolare al regime: ne riconobbe l'ampiezza e anche un carattere di sincerità, definendola "consenso", termine che suscitò scandalo poiché allora si riteneva che l'atteggiamento delle masse verso il fascismo fosse stato di mera accettazione passiva ottenuta con la repressione, nonostante le riflessioni defeliciane trovassero larga conferma proprio negli scritti di vari antifascisti degli anni venti e trenta, sia italiani che stranieri. L'opera suscitò reazioni molto dure da parte dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, allora presieduto da Guido Quazza. Italia contemporanea – rivista dell'associazione nella cui redazione, oltre allo stesso Quazza, figuravano noti storici come Enzo Collotti, Massimo Legnani, Claudio Pavone, Ernesto Ragionieri, Enzo Santarelli e Giorgio Vaccarino – pubblicò un lungo editoriale, non firmato e intitolato Una storiografia afascista per la "maggioranza silenziosa", che – sancendo «il rifiuto di qualsiasi operazione politico-culturale di mimetismo che sconfini, consapevolmente o inconsapevolmente, in posizioni qualunquistiche, poiché simili posizioni finiscono con il diventare oggettivamente filofasciste e in ogni caso esercitano una funzione tipicamente diseducatrice» – recensiva il volume defeliciano in questi termini:

Sulla stessa rivista, Giorgio Rochat definì l'opera

Per converso, la rivista Mondoperaio organizzò la Tavola rotonda “Le radici del fascismo” sul libro di De Felice, “Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936”; gli interventi coinvolsero anche il mondo giuridico e di storia delle istituzioniSabino Cassese, Intervento alla Tavola rotonda “Le radici del fascismo” sul libro di R. De Felice, “Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936”, Torino, Einaudi, 1974, in “Mondo operaio”, 1975, marzo, pp. 41 42. e confluirono nella successiva elaborazione scientificaPolitica del consenso e struttura dell’apparato statale fascista, in C. Casucci (a cura di), «Il fascismo - Antologia di scritti critici», Bologna, il Mulino, 1982, pp. 632-634..

Reazioni a Intervista sul fascismo

Le interviste del 1987-1988 Il 27 dicembre 1987, De Felice rilasciò un'intervista a Giuliano Ferrara, pubblicata dal Corriere della Sera in prima pagina, dal titolo Perché deve cadere la retorica dell'antifascismoRipresa a pagina due con il titolo Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole. A colloquio con Renzo De Felice, lo storico del ventennio nero., in cui si commentava un recente incontro tra l'ex capo del governo Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano, e Gianfranco Fini, da pochi mesi successore di Giorgio Almirante alla guida del Movimento Sociale Italiano, forza politica diretta erede del fascismo. L'episodio – segno del tramonto della politica dell'arco costituzionale che per decenni aveva emarginato la destra postfascista – offrì uno spunto per discutere della validità, più di quarant'anni dopo la fine della guerra civile, della contrapposizione tra fascismo e antifascismo, e del valore di quest'ultimo come fondamento della democrazia italiana, in un momento storico in cui appariva già chiara la crisi della prima Repubblica. De Felice affermò che la pregiudiziale antifascista «perde sempre più significato e valore anche di fronte all'opinione pubblica», e che «un discorso di innovazione del sistema politico incontra naturalmente il problema del revisionismo storico: se si deve passare a una nuova Repubblica, è ovvio che ci si debba liberare dei pregiudizi su cui si è fondata la vecchia». Circa il divieto di ricostituzione del partito fascista, posto dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, disse: «si tratta di norme grottesche [...] il ridicolo è nemico della credibilità di un sistema istituzionale. Un partito fascista c'è, è il Msi, ed è sopravvissuto a tutte le tempeste; sopravvive al tempo giudice implacabile». Inoltre affermò che «il fascismo italiano è al riparo dall'accusa di genocidio, è fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto» e «dunque possiamo ragionare, informare, parlare del fascismo con maggiore serenità»Interviste di Giuliano Ferrara a Renzo De Felice , in «Corriere della Sera», 27 dicembre 1987 e 8 gennaio 1988, in Filippo Focardi, La guerra della memoria, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 252-258, in presentepassato.it..

L'articolo fece scalpore e innescò una lunga serie di interventi di storici, politici e opinionisti sulla stampaLa polemica animò anche la satira: sul numero del 4 gennaio 1988 di Tango, inserto umoristico de l'Unità, Michele Serra scrisse un articolo che riabilitava sarcasticamente il fascismo intitolato Il suicidio Matteotti, attribuendolo scherzosamente a De Felice., dando vita a un secondo "caso De Felice" dopo quello del 1975. Tra i politici, vi furono reazioni negative provenienti da tutto l'arco costituzionale tranne che da Craxi, mentre Fini parlò di «fine del dopoguerra». Tra coloro che risposero nel merito delle questioni poste dall'intervista vi fu Paolo Spriano, storico del Partito Comunista Italiano, per il quale l'obiettivo di una riforma politico-istituzionale «nulla può avere a che fare con un supposto superamento dell'antitesi tra democrazia politica e quella ideologia fascista che è oggi rivendicata apertamente dai dirigenti del MSI. Andremmo indietro e non avanti, in questo caso. Potrebbe anzi passare un nuovo fascismo». Altri intervenuti misero le parole di De Felice in relazione con le manovre politiche del tempo, accusandolo di essersi prestato a un'operazione culturale politicamente finalizzata ad attaccare la Costituzione delegittimandone le origini antifasciste, con lo scopo di permettere a Craxi di raccogliere i voti del MSI (in crisi interna dopo il ritiro di Almirante), nonché – si ipotizzò – con l'obiettivo recondito di aprire la strada a una riforma delle istituzioni in senso populista e autoritarioTra gli altri, si espressero in questo senso: La Voce Repubblicana (quotidiano del Partito Repubblicano Italiano) e Giovanni Russo Spena (segretario di Democrazia Proletaria). Cfr.

. Anche Alessandro Galante Garrone, figura di spicco del disciolto Partito d'Azione, espresse un sospetto analogo, pur assolvendo lo storico: