Lizzola (Liddöla o Lissöla in dialetto bergamasco) è una frazione del comune di Valbondione, in provincia di Bergamo.
Geografia fisica Territorio Il centro abitato della frazione è situato in una piccola conca, posta ad un'altezza di circa 1250 m s.l.m., dove confluiscono la Valle dell'Asta, stretta tra il Passo della Manina, il monte Sponda Vaga e la valle Bondione, dove scorre l'omonimo torrente, inclusa tra i monti Pomnolo e Cimone sulla destra e dal monte Sasna sulla sinistra. Il nucleo abitativo è composto dalle contrade Ebond, Cantù, Casa Obert, Simicà, e Piazza, nonché da Lizzola Bassa, situata più a valle lungo il corso del torrente Bondione.
Il territorio è delimitato a nord dal corso del fiume Serio, che lo divide dalle contrade Dosso e Gavazzo, mentre ad est include l'intera valle Bondione. Quest'ultima, chiusa alla testata dal passo di Bondione, è compresa tra le creste dei monti Cimone e Pomnolo a nord-est e dallo spartiacque orografico che va dal monte Sasna al passo della Manina a sud-est, che funge anche da confine amministrativo con Vilminore di Scalve. A sud è invece la costa tra i monti Sponda Vaga e Vigna Soliva, area in cui si sviluppano la Valle dell'Asta e la tributaria Val Stretta, a suddividere le competenze territoriali con l'altra frazione Fiumenero.
La rete viaria è composta da una sola arteria, la strada provinciale SP49 dell'alta Val Seriana (chiamata localmente Roncaglia) che s'inerpica dal capoluogo Valbondione, da cui dista circa cinque chilometri e termina presso l'abitato.
Per ciò che concerne l'idrografia, numerosi sono i piccoli corsi d'acqua che bagnano il territorio: per lo più si tratta di torrenti che si gonfiano solo in seguito ad abbondanti piogge e che raccolgono le acque in eccesso provenienti dai monti circostanti. Il principale di questi è il torrente Bondione, che dà il nome alla vallata. Il Bondione va poi a cadere nel fiume Serio a Valbondione attraverso la cascata Düc.
Origini del nome
Esistono due teorie formulate dagli studiosi riguardo all'origine del nome. La prima vorrebbe farlo derivare dal gentilizio romano "Alletius", traslato prima in "Litius", poi in "Liccius", a cui venne applicato il suffisso diminutivo "-olus", da cui "Licciolus". L'altra, meno probabile, ricondurrebbe invece l'etimo alla voce latina Ilicea, derivante da ilix e ilicis, (indicante l'albero di leccio), poi traslata nella voce tardo-latino "liciola", che starebbe a indicare un boschetto di lecci..
Basandosi sul dialetto locale (variante del bergamasco) appare però molto più semplice far derivare Liddöla da Lédda (slitta usata per il trasporto della legna).
Storia
I numerosi utensili utilizzati per l'estrazione mineraria, quali scalpelli e punte, rinvenuti nelle gallerie poste sulle pendici del monti che circondando Lizzola, portano a considerare che vi fossero sporadici insediamenti abitativi sul territorio, già nell'epoca romana. L'attività mineraria portò un ingente numero di schiavi (citati da Plinio il Vecchio come Damnati ad metalla), le cui abitazioni avrebbero creato il primo agglomerato urbano.
Nei secoli successivi alla caduta dell'Impero Romano, la zona venne abitata da sporadici gruppi di persone che vi si rifugiavano per trovare scampo alle scorrerie e alle incursioni delle tribù guerriere che imperversavano nei fondovalle. Dal 1202 Lizzola risulta inserita nella Grande comunità di Valle di Scalve che era una federazione di vicinie, ognuna dotata di organi deliberativi ed esecutivi autonomi fino a diventare comune o comunello nel 1789..
La contrada di Lizzola, dal 1486 era ed è una società di fatto. L'atto di fondazione, avviene nel 1575 ed elenca i beni posti in società dei vicini di Lizzola ad uso comune. La frazione assume, in questo periodo, diversi nomi "Vicìnia di Lizzola", "Società Vicìni di Lizzola" o semplicemente "Contrada di Lizzola".
Per gran parte del periodo medievale Lizzola, al pari degli altri piccoli centri della valle Bondione, gravitò costantemente sia in campo amministrativo che in quello religioso nell'ambito della valle di Scalve. Nonostante questa fosse posta sull'opposto versante orografico e raggiungibile soltanto a piedi tramite il passo della Manina ed il passo di Bondione, entrambi posti lungo angusti sentieri, legò a sé Lizzola nell'Istituzione denominata Comunità Grande di Scalve, facendola inoltre dipendere dalla chiesa prepositurale di Vilminore.
Nel 1628 vi fu una carestia molto diffusa, quindi il Comune dei Dieci Denari (Valbondione), distribuì a Lizzola 80 scudi per i suoi 336 abitanti e acquistò del miglio, da distribuire ai più poveri. Nonostante ciò, la carestia fu disastrosa per tutta la valle e fu il preludio, nonché causa principale, della terribile peste che arrivò due anni dopo. Per prevenire il contagio, la Comunità della Valle di Bergamo chiuse l'ingresso ai forestieri. Furono messi cancelli con guardie armate a Fiumenero per evitare l'ingresso agli untori. Nonostante questi provvedimenti, il contagio arrivò e fece numerose vittime. Si tramanda che le prime case costruite dai pochi superstiti del morbo, furono innalzate nella Valmana, zona vicino a Passevra (Piane di Lizzola) e nella zona della "Campulì". Fu edificata una chiesa con cimitero e più a valle vennero costruite le stalle per il bestiame. Un inverno scese un'enorme valanga dal Monte Crostaro, che seppellì l'intero paese. Gli abitanti si spostarono dunque dove si trova l'attuale abitato di Lizzola, che prima era adibito esclusivamente a pascolo e a coltivazioni.
Nel corso del XVII secolo vi fu un discreto sviluppo del borgo e nel 1680 la locale chiesa di San Bernardino venne elevata a rango di parrocchiale, distaccandosi da Bondione. Il primo parroco di Lizzola fu don Pietro Tagliaferri, nominato dai capifamiglia della Contrada (o Società di Lizzola).
In quegli anni la comunità chiese anche l'autonomia amministrativa, che fu concessa contestualmente al passaggio dalla Serenissima alla napoleonica Repubblica Cisalpina, avvenuto nel 1797. In questo ambito Lizzola venne inclusa nel Circondario di Clusone, anche se già nella successiva riorganizzazione territoriale del 1805 perse l'autonomia, venendo accorpata a Bondione (nelle carte citato come Comune dei Dieci Denari) e Fiumenero nell'entità denominata Valbondione, dipendente a sua volta dal Comune di Castione.
In seguito alla Restaurazione del 1816, l'intera regione passò all'austriaco Regno Lombardo-Veneto, che definì nuovamente i confini ripristinando il Comune di Lizzola. La frazione, nel 1822, si staccò dal comune di Valbondione acquistando una sua indipendenza amministrativa. La sede del municipio era situata all'ingresso della canonica dove si trovava anche la scuola elementare.
L'ultimo passo fu quello di svincolarsi dalla Valle di Scalve anche in ambito religioso, passando dalla vicaria foranea di Scalve a quella di Ardesio, avvenuto nel 1852. Nel 1873 la Prefettura di Bergamo, riconobbe Lizzola come "Ente Giuridico Privato" e nello stesso periodo il Decreto napoleonico prescrisse lo scioglimento della Società Vicìnia di Lizzola. La contrada ricorse contro le ingiunzioni dimostrando con documenti alla mano che essa era un ente giuridico privato. Il borgo vinse contro il Decreto e per tale motivo i lizzolesi vengono chiamati "gli avvocati". Da quel momento, il borgo, portò il nome di "Società Contrada di Lizzola Alta".
Nel 1927 il regime fascista, nell'ambito di un'opera di soppressione dei piccoli centri in favore dei più grandi, ne decise la fusione con i vicini Fiumenero e Bondione, andando a formare Valbondione.
Il periodo compreso tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XX vide un periodo molto florido per il borgo, con la popolazione che crebbe dai 230 residenti del 1776 ai 474 del 1853, raggiungendo quota 612 nel 1861 e 746 nel 1911. Il tutto grazie alle molteplici possibilità di lavoro che il territorio offriva: oltre alle miniere, vi era sia l'indotto ad esse legate (vedasi gli altiforni presenti nelle zone limitrofe), ma anche le professioni di boscaiolo e carbonaio.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, cominciò a entrare in crisi l'industria estrattiva con pesanti ripercussioni sulla vita degli abitanti. Gli anni seguenti videro infatti una progressiva diminuzione della popolazione che, dopo aver raggiunto le 786 unità rilevate nel censimento del 1921, scese fino alle 100. Soltanto nella seconda parte del XX secolo il territorio comunale venne interessato da un nuovo sviluppo dovuto all'incremento dell'industria turistica, grazie alla presenza di piste da sci, ma anche agli itinerari naturalistici. Ciò nonostante, il numero degli abitanti è rimasto intorno alle 100 unità.
Lo statuto di Lizzola Lizzola aveva un suo statuto già dal 1486 come risulta da un atto notarile dell'11 agosto del medesimo anno, dove si descrive la posa dei confini tra un certo Giovanni Capitanio di Vilminore "ed un pascolo di diritto dei sovrascritti di Lizzola". Parte di questo atto ci dice che a questa data, in Lizzola, alcune famiglie gestivano in società dei pascoli. In un altro atto del 1575, si legge che alcuni capifamiglia "in rappresentanza di tutti i Vicini della Vicìnia Contrada di Lizzola" acquistano due proprietà sui monti circostanti. Da questo secondo documento appare chiaro che "Vicìnia Lizzola" è ormai un ente di fatto. Successivamente, nel 1730 vennero convocati tutti i capifamiglia della Vicìnia di Lizzola, allo scopo di amministrare i beni della Società. Nacque così uno statuto redatto dal notaio Marcantonio Albrici di Vilminore. Lo statuto prevedeva la presenza di tre "sindaci", i quali potevano restare in carica per due anni. Alla scadenza, avevano l'obbligo di predisporre le pratiche per l'elezione di quelli nuovi. Chi rifiutava di diventare sindaco senza motivo, poteva essere multato di due scudi. La vendita dei beni poteva avvenire solo con i voti di tutti i membri della contrada. Se qualche forestiero veniva scoperto a danneggiare i beni della Società, veniva denunciato al tribunale. I capofamiglia potevano essere solo i padri delle famiglie residenti a Lizzola con i seguenti cognomi: Frani, Semperboni, Piffari e Pacati. Le donne erano escluse da qualsiasi decisione e partecipazione alle riunioni. In caso di mancanza del padre, il capofamiglia diveniva il primo figlio maschio erede.
Nel 2025, con l'intervento del Tribunale di Bergamo, alle riunioni ed eventuali decisioni organizzative, possono partecipare anche le donne capofamiglia.
Le miniere, l'ardesia e la produzione di carbone L'estrazione del materiale ferroso dai monti Flesio, Manina, Vigna Soliva, Colle, Pomnolo e Posso - Lupi è molto antica. In zona Passevra, vi sono resti di muri e di una fornace per la cottura del minerale del ferro. Ci sono, sulle cime del Colle, Pomnolo, Manina e Flesio, piccoli fornelli nei quali i nostri antenati cuocevano il ferro a mezzo di legna e carbone, che poi selezionato e diviso dal quarzo, veniva trasportato a valle con le slitte (lise) da addetti chiamati strüsì ed in seguito veniva fuso nei forni di Bondione. Il minerale del ferro estratto dalle miniere di Flesio e Vigna Soliva veniva convogliato ai forni fusori di Gavazzo tramite teleferica, mentre quello estratto dalla Manina veniva trasportato e cotto a Teveno (valle di Scalve), in seguito poi trasportato a mezzo di carri trainati da cavalli agli alti forni di Brescia. Durante i periodi invernali era impossibile trasportare il materiale con le slitte e quindi veniva messo in depositi chiamati scotèr.
Intorno al 1600, prima dell'uso della polvere da sparo, il minerale veniva estratto con il solo uso dello scalpello. Con l'impiego della polvere da sparo e con rudimentali bussole, furono aperte nuove gallerie: Capuccina, Flesio, Ribasso Maria e Chioccia. La polvere da sparo si costruiva localmente con un miscuglio di carbone di legna, zolfo e salnitro.