Della sua formazione si sa ben poco ma, essendo egli membro di una famiglia con antiche tradizioni artistiche nell'ambito della scultura, fu probabilmente iniziato al mestiere dallo zio, Bartolomeo Spani, fratello della madre Caterina, il quale era già artista di acclamata fama persino a Roma. Pertanto, è probabile il Sogari avesse assunto il nome Clemente Spani proprio per sottolineare la continuità del suo operato con quello del celebre parente ed ottenere ingaggi sicuri.
Biografia Formazione e opere giovanili Scarse sono le notizie della sua vita, trascorsa laboriosa nella città natale, lasciata soltanto per brevi viaggi, dovuti all’esecuzione e collocazione di alcune opere.
Monumento Prati a Parma
Sicuramente intorno al 1546, Prospero si trovava a Parma con lo zio per occuparsi dell’installazione del Monumento Prati, il sepolcro del luogotenente Bartolomeo Prati commissionato agli Spani dal nipote Francesco Del Prato, all’interno della Cattedrale, dove è tutt’ora conservato.
Pensato all’interno di una grande lunetta, collocata sulla parte destra della cappella maggiore della cripta, il monumento è costituito da una sorta di basamento in miniatura, al centro del quale si trova la lapide. Il perno della composizione è il sepolcro, a tronco di piramide, articolata su due registri. Un rilievo scolpito fiancheggia lo stemma della famiglia Prati, nell’ordine inferiore, mentre nella parte alta, compare un teschio sostenuto da nastri. La croce di marmo bianco posta al centro del sepolcro dà l’impressione di essere un’aggiunta, poiché si ipotizza che ne sostituisca una più antica, andata perduta. Un elemento di discussione riguardante, appunto, il monumento è costituito da un foglio, inizialmente ricollegato a Francesco Salviati. Si tratta di un primo pensiero per la composizione, i cui caratteri stilistici fanno pensare, invece, a Girolamo Mazzola Bedoli. Mentre nel monumento le due donne piangenti non hanno alcun tipo di attributo, nel foglio sono caratterizzate come due figure allegoriche: a sinistra la Giustizia con una bilancia (si ipotizza dal disegno, notando la positura della mano che non indica il sepolcro), a destra, forse, la Pace con un ramo d’ulivo. Inoltre si ipotizza, osservando il monumento dal basso, che nella figura a sinistra potrebbe esserci spazio, nell’intreccio delle mani e dei vestiti, per un ramoscello, in metallo, successivamente perduto. Non è un’osservazione da sottovalutare, perché se ciò fosse vero, le due donne non sarebbero più semplicemente le “prefiche piangenti meravigliose”, della mentalità neoclassica, ma delle raffigurazioni allegoriche (appunto Giustizia e Pace) ben più appropriate ad un contesto funerario cinquecentesco. Nel disegno infine è visibile, nella parte alta, una clessidra contro cui si scaglia la croce.
Maturità artistica tra Reggio Emilia e Modena Negli anni ‘50 del XVI secolo, l’artista fu impegnato a Mantova per l’allocazione del Monumento Funebre del Cardinale Giorgio Andreasi. La geografia attuale delle sue opere sembra convalidare l’ipotesi di una carriera consumatasi tutta all’interno del Ducato estense: tra le città che, oltre a Reggio Emilia, ospitano buona parte i suoi capolavori si trovano Modena e Carpi. Non è da escludere anche un viaggio a Roma, finalizzato allo studio dell’antico e delle sculture michelangiolesche. Oltre ad occuparsi della realizzazione del nuovo portale per la Cattedrale dell’Assunta di Reggio Emilia, progetto affidatogli probabilmente a partire dal 1544, Prospero si occupò soprattutto della messa in opera di moltissimi monumenti funerari per i personaggi più in vista della zona.
Sepolcro Fossa e il rapporto con Lelio Orsi
Attraverso questo monumento del 1562, privo di decorazioni fastose ma semplice ed equilibrato, i canonici del Duomo reggiano intendevano celebrare Vincenzo Fossa in un contesto altamente pubblico come la cattedrale.
Le due figure maschili laterali, indagati nelle espressioni solenni e nell'anatomia, presentano al posto delle gambe una decorazione sinuosa ed allungata che riprende la forma delle due mensole che le figure sembrano sorreggere sulle spalle.
Si nota come una puntigliosa distinzione tra il sacro e il profano siano legati da un'antica cultura umanistica. L’urna in marmo bianco, grande e lunga per essere perfettamente posizionata nella nicchia in marmo rosso, non ha probabilmente né un significato simbolico di tipo esoterico e non sembra altresì essere connotabile in senso cristiano; essa diviene protagonista assoluta e il sepolcro, senza scomparire, si trasforma però attraverso un’ardita metamorfosi in un semplice elemento architettonico: il frontone su cui si imposta il busto di Vincenzo.
Il 30 luglio 1562 lo scultore rilascia una quietanza di pagamento a Fossa dichiarandosi soddisfatto della somma ricevuta quale compenso per l’esecuzione del monumento. Smantellato intorno al 1778, in seguito alla costruzione di una scala per la sagrestia, il monumento venne rimontato nell’ubicazione attuale, privo però di un intero basamento di marmo assai lungo e di due mensole, molto diverse da quelle che sono presenti attualmente: quelle che ora sostengono il timpano sono infatti in stucco. Considerando il monumento Fossa, sorge l’interrogativo su chi possa esserne l’autore, visto che Lelio Orsi aveva realizzato un disegno, forse preparatorio per un reliquiario, che ricalca alla perfezione l’opera del Clemente. Ciò non implica che l’invenzione del Monumento Fossa spetti necessariamente all’Orsi. Precise scelte stilistiche oltre alle specifiche esigenze della scultura in marmo garantiscono dell’autonomia espressiva di Prospero.
Ciò nondimeno vi furono varie occasioni in cui i due lavorarono fianco a fianco alla stessa impresa: per il ciborio e in cattedrale, nel caso della facciata.
Infatti i Musei Civici di Reggio Emilia possiedono un modello ligneo e due grandi disegni relativi alla facciata provenienti dal capitolo del Duomo. Uno dei due disegni, dopo una prima attribuzione a Cottafi e poi allo stesso Clemente, risulta di Lelio Orsi.
Non si potrà negare inoltre come vi siano nel percorso dello scultore vari movimenti di avvicinamento alla immaginazione tellurica dell’Orsi di cui questi due monumenti sono la testimonianza più eloquente.
Sepolcro Rangone
Il monumento funebre dedicato ad Ugo Rangoni, vescovo di Reggio Emilia dal 1510 al 1540, venne commissionato al Clemente nel 1561 dal fratello Ercole Rangoni. Cinque anni più tardi, il 4 Febbraio 1566, lo scultore ottenne dal Capitolo del Duomo di Reggio il permesso di transennare la cappella di Santa Caterina, situata a destra dell’altare maggiore della cattedrale, dove inizialmente avrebbe dovuto essere collocato il sepolcro. Per ragioni tuttora ignote, l’opera venne alla fine collocata nella cappella di sinistra. Il monumento, addossato alla parete laterale esterna, si staglia dinanzi a una nicchia architettonica decorata con una sorta di tendaggio trattenuto da triglifi e coronato da un frontone spezzato da una monumentale conchiglia, simbolo araldico della famiglia Rangoni.
Il piedistallo, in marmo rosso di Verona occupa per intero il vano della parete e si articola su tre livelli: quello inferiore è privo di decorazioni mentre quello mediano presenta ai lati due rilievi nei quali, incorniciata da tendaggi arrotolati simili a quello della nicchia, compare una lucerna; anche qui fanno capolino sofisticate allusioni araldiche come la conchiglia che fa da sfondo alla lucerna, o l’aquila e il cigno che costituiscono i beccucci delle lampade.
Il registro più alto ospita al centro un epitaffio, fiancheggiato dalle due figure allegoriche, la Carità e la Fede, e da due rilievi ovali con stemma della famiglia Rangoni. È su questo monumentale piedistallo che poggia il sarcofago, ispirato a quelli michelangioleschi della Sagrestia Nuova: ai lati si appoggiano due putti, uno con la mitra e il pastorale, l’altro con l’elmo e lo stocco, gli attributi propri della sede episcopale reggiana.
Sopra al sarcofago troneggia la gigantesca figura del Rangoni (raggiunge i quindici palmi d’altezza), avvolto in un sontuoso piviale chiuso da un fermaglio a forma di conchiglia, ornato lungo i bordi con le immagini di San Pietro, San Paolo e una serie di figure femminili, scolpite con un rilievo di aggetto minimo. Il vescovo tiene con una mano un libro poggiato sul ginocchio sinistro mentre leva la destra nell'atto benedire.
I Ritratti: i cento volti del Ducato Estense nella seconda metà del ‘500 Prospero Sogari non si limitò alle grandi commissioni di carattere sacro ma seppe portare avanti anche un filone parallelo legato all’esecuzione di manufatti ad uso privato. Moltissimi furono i busti e i ritratti che egli eseguì per i personaggi più in vista dell’area reggiano-modenese, dei quali egli seppe catturare gli aspetti peculiari della loro personalità, fondendoli con il gusto neo imperiale cinquecentesco in voga per questo genere artistico.
I busti dei Coniugi Scaruffi
Commissionati da Gasparo Scaruffi nel 1579, anno della morte della seconda moglie Lucrezia Malaguzzi. Rispetto ad altri ritratti realizzati da Prospero, qui il Clemente conferisce ai busti una maggiore immediatezza ruotando la testa rispetto al torace e giocando con i dettagli del vestiario. Gasparo ha uno sguardo intenso, gli occhi sporgenti sono incorniciati e resi ancora più espressivi dalle cespugliose sopracciglia; indossa un abito dal collo alto di cui il Sogari non ha mancato di scolpire anche i legacci parzialmente allentati. Il busto di Lucrezia Malaguzzi ha invece un gusto maggiormente archeologizzante, sottolineato dalla scelta di un abito, che se confrontato con quello “ moderno” del marito, pare un travestimento all’antica. Sebbene non sia certo che fossero stati commissionati con preciso scopo funerario, i due busti vennero comunque successivamente posti nella cappella di famiglia all’interno Chiesa di San Francesco a Reggio Emilia e lì fino al 1720, quando a causa di alcuni interventi di restauro, vennero collocati nel convento di Santo Spirito. Nel 1796, in seguito all’arrivo delle truppe francesi, i busti vennero spostati nella canonica della chiesa di San Giorgio e successivamente nella Sala del Congresso, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1859, quando l'edificio divenne sede del Consiglio Comunale, le due opere furono trasferite definitivamente nel Museo Civico di Reggio Emilia.
Busto di Ercole II d'Este
Conservato oggi alla Galleria estense di Modena, il ritratto risale al sesto decennio del Cinquecento. Ercole II d’Este viene rappresentato con tratti fisionomici estremamente precisi e in una posa di tre quarti. Il duca indossa un’armatura all’antica, decorata sul petto con un cartiglio sorretto da un motivo a ghirlanda a cui lati sono raffigurati Ercole che sostiene la Terra sulle spalle mentre Atlante riposa. La figura di Atlante presenta chiari riferimenti all'Adamo della Sistina dipinto da Michelangelo nella scena della Creazione.
Per realizzare quest’opera il Clemente si ispirò al marmo raffigurante Carlo V realizzato da Leone Leoni e dal figlio Pompeo, che avevano rielaborato il classico ritratto romano imperiale sulla base della nuova cultura manierista.
Sul basamento, sormontato dallo stemma estense, è rappresentata l’allegoria della Pazienza, che il duca Ercole aveva scelto come proprio emblema personale. L’iconografia risente di quella presentata da Giorgio Vasari nel suo dipinto del 1551, dove la Pazienza appare come una donna legata per un piede da una catena che viene lentamente corrosa dall’acqua. L’immagine è racchiusa in un grande medaglione circondato da un drappo annodato in alto, ed è sostenuto ai lati da due figure di satiri, che nella resa volumetrica riecheggiano il modello dei Prigioni michelangioleschi.
Una nuova facciata per il Duomo di Reggio Emilia