La canonizzazione è la dichiarazione ufficiale della santità di una persona defunta da parte di una confessione cattolica o ortodossa. Emettendo questa dichiarazione, si proclama che quella persona si trova in Paradiso e in più, rispetto alla semplice beatificazione, se ne permette la venerazione come santo nella Chiesa universale, mentre con il processo di beatificazione se ne permette la venerazione nelle Chiese particolari.
È una consuetudine in uso presso la Chiesa cattolica, incluse le Chiese di rito orientale, e la Chiesa ortodossa. La Chiesa anglicana non usa la canonizzazione (unica eccezione in tutta la sua storia è la canonizzazione di Carlo I d'Inghilterra). Le altre chiese protestanti, invece, rifiutano il concetto stesso di una canonizzazione pronunciata da una qualsiasi autorità ecclesiale: secondo queste confessioni, il destino delle persone è conosciuto soltanto da Dio, e la parola santo viene utilizzata in riferimento al credente che "soltanto per grazia" ha ricevuto il dono della fede e della salvezza, non a una persona che si troverebbe già in Paradiso.
Nella Chiesa cattolica, la canonizzazione avviene al termine di un'apposita procedura, che dura in genere vari anni, chiamata processo di canonizzazione (o processo canonico). Tra le altre cose, negli ultimi decenni, è richiesto che vengano riconosciuti dei miracoli attribuiti all'intercessione della persona oggetto del processo. La decisione finale sulla canonizzazione è in ogni caso riservata al papa, che sancisce formalmente la conclusione positiva del processo canonico attraverso un atto pontificio. Il Sommo Pontefice e l'intero processo di canonizzazione non determinano se una persona sia santa, non ne "causano la santità", bensì accertano che essa sia morta in tale stato e faccia quindi parte della Comunione dei santi.
I tempi di canonizzazione sono estremamente variabili: se Pier Damiani fu canonizzato 756 anni dopo la morte, Antonio di Padova fu elevato alla gloria degli altari solamente 352 giorni dopo il decesso, mentre l'intero processo di canonizzazione di Pietro da Verona durò appena 337 giorni.
Evoluzione storica
Se la venerazione, più o meno marcata, di defunti particolarmente incisivi nella storia del Cristianesimo sorse molto presto, come testimoniano iscrizioni e fonti di vario genere, è solo nel secondo millennio di vita della Chiesa che nasce un vero e proprio processo di canonizzazione. Tuttavia, date le enormi differenze storiche che contraddistinguono la millenaria storia della Chiesa, si suole distinguere sei grandi periodi per quel che riguarda l'evoluzione del processo di canonizzazione, cinque storici più l'attuale.
I-V secolo Nei primi cinque secoli di vita delle comunità cristiane, non si parla propriamente di santi, ma più di martiri: la venerazione dei defunti si focalizza soprattutto su quelle persone che, pur di non rinnegare il Signore e il suo messaggio rivelatore, preferirono immolare la propria vita come testimonianza di fede. Ovviamente non esistevano questioni formali da assolvere per venerare un martire: il martirio era un fatto di dominio pubblico, confermato dalle autorità romane competenti che poi eseguivano la pena capitale. Nascono in questo periodo i martirologi, ovvero cataloghi e raccolte dove venivano inseriti i fedeli secondo nome, giorno della messa a morte e luogo di sepoltura, probabilmente per onorarli presso il sepolcro nella ricorrenza del giorno della loro morte.
Un cambio radicale si ha nel periodo della fine delle persecuzioni, prima con la pace costantiniana (313) poi con l'editto di Tessalonica. Questa situazione sociopolitica porta ad aggiungere al culto dei martiri, quello dei confessori, ovvero fedeli che avevano subito gravi violenze durante il periodo delle persecuzioni ma erano riuscite a sfuggire la morte, oppure persone che si erano conformate a Cristo per la propria vita terrena, con penitenze fuori dal normale, vita ascetica e scelte di vita simili. Si deve notare che i confessori in vita dovevano aver patito sofferenze pari ad un martirio non cruento, così da essere venerati come i martiri.
Sia i martiri che i confessori vengono venerati con moto spontaneo collettivo, senza iniziative o approvazioni di natura ecclesiastica. Non v'è traccia di formalizzazioni processuali, sia per la poco sviluppata organizzazione della Chiesa, sia per la mancanza effettiva della necessità di accertamenti, dato che i segni del martirio o di altre testimonianza di fede così marcate sono evidenti e di pubblico dominio.
VI-XI secolo È col progressivo crollo dell'Impero romano d'Occidente ed i sempre più frequenti contatti con le varie popolazioni barbariche che si avviò un cambiamento di rilievo, sempre più accentuato con l'inizio del Medioevo: vide la luce una forma embrionale di processo di canonizzazione, operato dai vescovi che autorizzano la venerazione dopo una sommaria inchiesta e la redazione della Vita del santo, ovvero una sorta di biografia agiografica contenente i suoi miracoli. Si parla in questo periodo di "canonizzazione vescovile". È fino al X secolo che la liceità del culto era determinata dall'approvazione del vescovo: la canonizzazione vescovile rispondeva allo stimolo della vox populi.
Il culto a livello diocesano aveva luogo con cerimonie solenni che prevedevano l'elevazione delle persona santa (dal latino: elevatio) mediante l'esposizione di un sarcofago, del corpo o di sue parti, del reliquiario, spesso legato all'inventio reliquarum, una storia circa il ritrovamento miracoloso delle ossa del santo o del suo sudario (brandeum).
La figura del santo cominciava a delinearsi in maniera più indipendente e a differenziarsi da quella dei martiri e dei confessori dei primi secoli, visto dal credo popolare più come un intercessore di grazie divine che non un modello a cui aspirare: diventava sempre più forte il legame fra la figura del santo ed il miracolo, da un lato elemento essenziale per la sua canonizzazione, dall'altro via per il popolo per ottenere favori divini per superare le enormi difficoltà materiali del periodo. Per canonizzare un defunto era necessario un concilio o un sinodo dell'episcopato locale, ma a volte era lo stesso pontefice a partecipare, soprattutto per figure di rilievo e prestigio.
Una prima forma di processo di canonizzazione si fissò in età carolingia, ma forse addirittura merovingia: requisiti fondamentali erano il miracolo o il martirio, la stesura della Vita, la presentazione all'autorità ecclesiastica competente e la successiva approvazione.
Prima dell'accentramento pontificio, i vescovi locali - e in particolare i primati e i patriarchi- avevano facoltà di garantire ai martiri e ai confessori un onore ecclesiastico pubblico, che era tuttavia limitata al territorio sottoposto alla loro giurisdizioneAugust., Brevic. Collat. cum Donatistis, III, 13, no. 25 in PL, XLIII, 628.; soltanto il papa, in quanto regolare della Chiesa universale, aveva il potere di estendere il culto a tutta la Chiesa.Gonzalez Tellez, Comm. Perpet. in singulos textus libr. Decr., III, xlv, in Cap. 1, De reliquiis et vener. Sanct. All'interno di questa disciplina si insinuarono abusi, dovuti sia alle indiscrezioni del fervore popolare, sia alla negligenza di alcuni Vescovi nell'indagare la vita di coloro ai quali permettevano di essere onorati come santi.
Nel 798, il monaco Alcuino scrisse a Carlo Magno che bisogna diffidare della vox populi durante l'elezione dei principi per evitare l'influenza di effimere emozioni del volgo o la fabbricazione anarchica di santi, che era fonte di inganno.
Nell'Occidente medievale, la Sede Apostolica fu chiamata a intervenire sulla questione delle canonizzazioni per garantire decisioni più autorevoli. Il prestigioso sinodo romano del 993 e la canonizzazione di sant'Udalrico, vescovo di Augusta, da parte di papa Giovanni XV, il 31 gennaio, fu il primo indubbio esempio di canonizzazione papale di un santo vissuto al di fuori di Roma e dichiarato degno di venerazione liturgica per l'intera Chiesa.
Il termine "canonizzazione" apparve nei documenti di papa Benedetto VIII relativi alla canonizzazione di san Simeone di Polirone. Viborada di San Gallo, canonizzata nel 1047 da Clemente II, fu la prima donna ad essere dichiarata santa da un pontefice. La canonizzazione di Ildegarda von Bingen, promossa da papa Innocenzo IV e dai suoi predecessori, fu più volte ritardata dal vescovo di Magonza, che avrebbe voluto mantenere la responsabilità del procedimento, finché essa non ebbe luogo nel XVI secolo.
Da Giovanni XV in poi, il ricorso al giudizio del papa avvenne con maggiore frequenza. Verso la fine dell'XI secolo, i Papi iniziarono ad affermare il loro diritto esclusivo di autorizzare la venerazione di un santo contro i più antichi diritti dei vescovi di farlo per le loro diocesi e regioni ecclesiastiche. I Papi quindi decretarono che le virtù e i miracoli delle persone proposte alla pubblica venerazione fossero approvate nei concili, più precisamente nei concili generali. Papa Urbano II, papa Callisto II e papa Eugenio III si conformarono a questa disciplina.
XII-XVI secolo Se Urbano II cominciò un processo di accentramento della questione, inserendo altri requisiti per la canonizzazione come le prove testimoniali, fu papa Alessandro III, nel XII secolo, che rivendicò a sé il potere di riconoscere una persona come santo al fine di mantenere un'uniformità di culto in tutta la Cristianità, inserendo definitivamente i processi di canonizzazione nelle causae maiores Ecclesiae. Tale norma fu poi confermata da Gregorio IX nel 1234, ed inserita successivamente nel Corpus Iuris Canonici.
Durante il pontificato di Alessandro III furono esaminate dodici cause di cui sette furono respinte, mentre per le rimanenti cinque fu autorizzata la venerazione del santo. Alessandro III tentò invano di riservare queste autorizzazioni con il decreto del 6 luglio 1170, ma questa ordinanza non fu emessa senza resistenze e alcune traslazioni di corpi santi ebbero ancora luogo per ordine dei vescovi.
Walter di San Martino di Pontoise fu l'ultimo santo ad essere canonizzato da un'autorità diversa dal papa, nello specifico da Ugo di Amiens, arcivescovo di Rouen.
È opinione comune fra gli studiosiA. Vauchez, La santità nel Medio Evo, Il Mulino, Bologna 1989, pag. 41; R. Pernoud, I Santi nel Medio Evo, Rizzoli, Milano 1986, pag. 270, che il primo processo di canonizzazione di cui ci siano pervenuti gli atti, sia quello relativo a Galgano da Chiusdino, cavaliere poi penitente eremita morto il 30 novembre 1181; il processo, indetto presumibilmente su richiesta del vescovo di Volterra, competente per territorio, da papa Lucio III si tenne nel 1185 (appena quattro anni dopo la morte di Galgano), ma non è certo se, al termine dell'indagine, vi sia stata una sentenza da parte del papa, o piuttosto la commissione pontificia non abbia decretato la canonizzazione del sant'uomo attraverso la cosiddetta jurisdictio delegata, con la quale l'autorità superiore, in questo caso il papa depositario del più alto potere di giurisdizione, trasferisce tale autorità ad una figura gerarchicamente subordinataA. Conti - M. A. Iannaccone, La spada e la roccia. San Galgano: la storia, le leggende, Sugarco, Milano 2007, pagg. 123-126..
Se la prima canonizzazione da parte del papa risale al 993, la procedura episcopale o la vox populi durò fino al XII secolo.
In vista della canonizzazione di Cunegonda di Lussemburgo nel 1200, papa Innocenzo III promulgò una bolla che confermava le regole introdotte da Alessandro III. La bolla di papa Innocenzo III portò a richieste sempre più elaborate da parte della Sede Apostolica in materia di canonizzazioni.