La basilica minore di San Sebastiano, chiamata anche "duomo di Barcellona Pozzo di Gotto" o "duomo di San Sebastiano", sorge in piazza Duomo e il prospetto principale si affaccia su via Roma. È la più grande delle chiese di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia seconda solo alla cattedrale protometropolitana di Santa Maria Assunta di Messina. Appartenente all'arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, vicariato di Barcellona Pozzo di Gotto sotto il patrocinio di San Sebastiano, sede dell'arcipretura di Barcellona Pozzo di Gotto, parrocchia di San Sebastiano.

L'ingegnere Barbaro, nipote del Monsignore Barbaro, dirige i lavori eseguiti dalla ditta Fratelli Cardillo, collabora alla costruzione del sacrario di Cristo Re, opera contemporanea al duomo di San Sebastiano.

Culto

Il nome Sebastiano deriva dal greco “Σεβαστός” col significato di "colui degno d'onore, venerabile, imperiale". Il culto di San Sebastiano in molti centri siciliani risale al 1300, quando il martire di Narbona di origini milanesi, ritenuto insieme a san Rocco, a sant'Antonio Abate e san Cristoforo protettore contro le epidemie di peste, favorisce la costruzione di numerose chiese. Il culto attecchisce a Barsalona, casale a ponente del torrente Longano e frazione di Castroreale, attorno al 1500 soppiantando l'allora patrono san Nicola di Bari, il cui culto fu introdotto dalle primitive istituzioni dell'Ordine basiliano.

Per le sue doti di fedeltà, lealtà e per la sua intelligenza è molto stimato dagli imperatori Massimiano e Diocleziano che per nulla sospettano della sua fede cristiana. Grazie alla sua posizione e agli incarichi affidati compie numerose azioni a favore dei cristiani, l'aiuto prestato ai segregati in carcere, ai condannati al supplizio, è scoperto e incriminato mentre assicura ai martiri e perseguitati una cristiana sepoltura. Tattiche militari in uso presso Egiziani, Persiani, Greci e Romani ricorrono alle frecce per uccidere, inquinare, avvelenare, assediare, contagiare gli obiettivi di conquista. San Sebastiano grazie alle cure di santa Irene sopravvive al primo martirio eseguito mediante le frecce sul colle Palatino, come sostenitore e difensore degli afflitti e dei sofferenti, per trasposizione, assurge a figura di protettore contro tutte le epidemie di chi è infettato, allegoricamente le frecce rappresentano le epidemie che colpiscono.

Il culto a Melilli, Palazzolo Acreide, Cassaro, Ferla, Francofonte, in tutto il comprensorio siracusano, ad Acireale, Mistretta, Palermo, e in molti altri centri dell'isola, si consolida e propaga capillarmente col ritrovamento del simulacro di San Sebastiano di Melilli avvenuto nel 1414..

Il flagello della peste nera imperversa nell'isola nel 1270, (1347 – 1348), 1449, (1521 – 1527), 1555, (1575 – 1578), (1624 – 1626), (1629 – 1631), 1743. L'ondata d'infezione iniziata nel 1575 al nord Italia, è meglio conosciuta come peste di San Carlo Borromeo, che insieme alla peste del 1630 è citata nei Promessi sposi. Epidemie sempre dovute a guerre, commerci, spostamenti e movimenti migratori, carestie, causano grandi stragi specie nella provincia peloritana e in particolar modo nella città di Messina con gli spaventosi contagi del 1555, 1575 e del 1743, inframezzati dalla peste di Palermo scoppiata il 7 giugno 1624, dovuta allo sbarco alla Cala di una nave carica d'infetti a bordo proveniente da Tunisi via Trapani. Il 15 luglio 1624 si registra il ritrovamento del corpo di santa Rosalia coincidente con l'affievolimento dei focolai entro le mura cittadine del capoluogo, circostanza che determinerà l'elezione corale della Vergine a protettrice della capitale del Regno. Il sentimento religioso popolare aveva fino ad allora invocato e impetrato l'intercessione delle Vergini compatrone dei quattro mandamenti storici cittadini: santa Cristina, santa Oliva, santa Ninfa e sant'Agata, e san Rocco fervidamente invocato durante l'epidemia del 1575. E già prima san Cristoforo, sant'Antonio Abate e san Sebastiano, quest'ultimo martire, sotto la cui celeste protezione, avevano posto e riponevano totale affidamento decine di centri sparsi sull'isola.

Le pessime condizioni igieniche, la scarsa profilassi, le inesistenti cure, costituivano facile mezzo per la veicolazione e propagazione della forma infettiva, che si manifestava in tutta la sua virulenza specie nelle città di mare per la presenza di porti e relativi traffici marittimi con le zone più esposte al rischio.

Ristabilitosi dalla feroce punizione il milite Sebastiano affronta nuovamente l'imperatore. Diocleziano commina un secondo martirio impartito per flagellazione sui gradini del Tempio di Eliogabalo. A morte sopraggiunta, il corpo del martire è oltraggiato e buttato nella Cloaca Massima. La sua figura appare in sogno alla matrona Lucina che sollecita ai collaboratori più intimi il temerario recupero delle spoglie. La pietosa opera di ricomposizione e il seppellimento del corpo avviene presso le Catacombe di San Sebastiano in Roma.

Storia

Epoca aragonese-spagnola Tempio primitivo. XIV secolo (?), È documentata l'esistenza della primitiva chiesa di San Sebastiano.Pagina 40, Abate Francesco Sacco, "Dizionario geografico del Regno di Sicilia", , Volume primo, Palermo, Reale Stamperia, 1800 1592, Il luogo di culto è documentato. Duomo antico. 1595 - 1606, fondazione del primitivo duomo di San Sebastiano. 1650 circa (?), gli architetti Andrea Suppa e Nicola Francesco MaffeiPagina 27, 797, Gioacchino di Marzo (Conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana Lazelada di Bereguardo), "I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI; memorie storiche e documenti." , Volumi I e II, Stamperia del Giornale di Sicilia, Palermo., quest'ultimo appartenente alla corrente d'artisti lombardo - carrarese operante in provincia, riprogettano il duomo antico di San Sebastiano. Attribuzione parzialmente condivisa dai critici in mancanza di documentazione certa.Pagina 127, Vito Amico - Gioacchino di Marzo, "Dizionario topografico della Sicilia" , Salvatore di Marzo Editore, Volume primo, Seconda edizione, Palermo, 1858.

L'arciprete di Castroreale Giovanni Cutrupia in una cronaca del 1731 - nella ricognizione effettuata nel comprensorio su richiesta di monsignor Tommaso Vidal y de Nin, arcivescovo di Messina - descrive in dodici il numero degli altari presenti nell'edificio sacro. Il prelato tralascia di indicare la disposizione e l'attribuzione delle opere custodite: quadri, statue e manufatti trasferiti due secoli più tardi nell'attuale duomo. In mancanza di testimonianze fotografiche e di planimetrie è possibile solo ricostruire idealmente la collocazione delle opere all'interno del duomo antico di San Sebastiano. Dei vecchi dodici altari enumerati il sunto:

«... il maggiore è ubicato in un cappellone sotto la cupola, disposto secondo lo schema romano innanzi al coro, in esso è collocato il quadro della Beatissima Vergine Maria riconducibile alla Madonna delle Grazie. Altri due altari posti nel transetto sotto due cupole minori: in uno è esposto il Santissimo Sacramento, nell'altro il Glorioso San Sebastiano ...».

Nella cronaca l'arciprete non menziona San Nicola, inoltre indica nel lato o navata sinistra, il passaggio di comunicazione interno tra il duomo antico di San Sebastiano e la chiesa degli Agonizzanti, circostanza rafforzata dal fatto che su una parete delle navate laterali sono presenti quattro altari anziché i cinque presumibilmente posti sul lato destro che si affaccia su via Garibaldi. La chiesa degli Agonizzanti con prospetto a settentrione, è posta quindi dietro la mole del campanile, elemento architettonico che unitamente alla facciata, è notoriamente rivolto a occidente. È ipotizzabile l'esistenza di un ingresso laterale su via Garibaldi ma, è altrettanto vero supporre per simmetria, la presenza di un varco comunicante con la sacrestia o vani accessori.

«... quattro cappelle e relativi altari sono disposti su un lato della navata e cinque sull'altro. L'altare dedicato al Glorioso Patriarca San Giuseppe, l'altare della Beatissima Vergine dell'Itria, l'altare della Beatissima Vergine degli Agonizzanti, l'altare delle Anime del Santo Purgatorio, l'altare del Santissimo Crocefisso. Sul lato opposto l'altare di San Francesco, l'altare con la statua della Beatissima Vergine del Riposo, l'altare della Beatissima Vergine del Rosario, l'altare di San Cristoforo. Nell'attigua Chiesa degli Agonizzanti comunicante sulla sinistra sono presenti altri quattro altari: nel primo è esposto il quadro di Gesù e Maria, segue l'altare del Santissimo Crocefisso con la Beatissima Vergine della Pietà e San Giovanni Apostolo costituito da statue di stucco, l'altare di San Giovanni Battista e l'altare della Santa Croce ...».

Alcune opere sostituite con versioni contemporanee, con tutta probabilità, sono andate irrimediabilmente perdute nel corso degli eventi sismici dei secoli scorsi.

In seguito al terremoto della Calabria meridionale del 1783, il vescovo vicario Guglielmo Stagno, il 24 maggio 1795 giorno di Pentecoste, sotto il patrocinio di san Sebastiano e dei protomartiri santa Restituta, santa Reparata e , riconsegna il duomo ristrutturato alla cittadinanza.In merito, lo storico Giovanni Vivenzio scrive: " ..... né Barcellona, e la Città di Patti, né le Piazze di Melazzo, e di Augusta andarono esenti da danni, e da lesioni nelle loro fabbriche."A pagina 263 dell'opera "Istoria e teoria de' tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria, e di Messina del MDCCLXXXIII" di Giovanni Vivenzio: "... Barcellona, comunemente Barcellonetta. Più in là, all'W. di Melazzo trovasi Barcellonetta, la quale soffri moltissimo nelle abitazioni dal Tremuoto de' 5 Febbrajo, e susseguenti, ed in modo, che si doverono costruire alcune Baracche per la celebrazione delle Messe, essendo le Chiese o fracassate, o dirute." .

Epoca risorgimentale

1850 circa, allargamento e accorpamento con la chiesa degli Agonizzanti. La comunicazione tra i due edifici è documentata dall'arciprete di Castroreale Giovanni Cutrupia nel 1731.

In seguito all'unione amministrativa dei casali di Barcellona e Pozzo di Gotto del 1836, al conseguente raddoppio della popolazione, si rese necessaria la costruzione di un nuovo tempio capace di accogliere un maggior numero di fedeli, che rappresentasse degnamente la comunità cristiana e che fosse punto di riferimento storico, artistico e religioso del nuovo centro costituito.

L'accelerazione alla realizzazione del progetto fu data dal disastroso terremoto di Messina del 1908 che danneggiò gravemente l'antico duomo di San Sebastiano. Reso inagibile per alcuni anni, compromesso nella stabilità, in un primo tempo demolite le parti che presentavano maggiore pericolo e puntellato il tetto, per le necessità impellenti del culto fu riaperto.

Non sono trascurate le motivazioni dei nascenti sviluppi urbanistici: il vecchio duomo avrebbe impedito l'esecuzione dell'asse viario costituito dall'odierna via Roma, naturale sbocco d'accesso alla Stazione Ferroviaria, anch'essa oggi trasferita lungo il nuovo percorso della linea a doppio binario. Il tempio primitivo completato nel 1606, l'attigua chiesa degli Agonizzanti, il teatro Placido Mandanici, distrutto a causa di un incendio il 31 maggio 1967, e il Monte di Pietà, costituivano l'antico nucleo di Barcellona fino ai primi decenni del 1900, allorché il luogo di culto fu definitivamente demolito con il perfezionamento del nuovo duomo.