Marzamemi è una frazione del comune di Pachino, nel libero consorzio comunale di Siracusa in Sicilia.

Origine del nome L'origine del nome Marzamemi è controversa: secondo alcuni deriverebbe dalle parole arabe marsa ("porto", "rada", "baia") e memi ("piccolo"), mentre secondo il glottologo netino Corrado Avolio, nel suo Saggio di toponomastica siciliana, il toponimo deriverebbe dall'arabo marsà al-ḥamāma, cioè "baia delle tortore", "per l'abbondante passo di questi uccelli, in primavera". Simone Sultano, parroco di Pachino tra il 1885 e il 1944, rileva invece come alcuni lo fecero erroneamente derivare da marza e memi, 'pidocchio', perché le madri solevano dire questa parola ricercando i parassiti tra i capelli dei figli. Antonino Terranova, infine, nel volume Pachum Pachynos Pachino, storie e leggende da Pachino a Capopassero, cita anche un'altra tesi, secondo la quale "Memi" sarebbe riferito a Eufemio, l'ex comandante della flotta bizantina il quale, ribellatosi all'imperatore Michele II l'Amoriano, passò dalla parte degli Arabi e con loro incominciò la conquista dell'isola. Marzamemi significherebbe dunque "porto di Eufemio".

Scrive Michele Amari (1806-1889), storiico e massimo studioso della presenza musulmana in Sicilia, che il toponimo Marzamemi nasce per traslitterazione linguistica del termine arabo marsâ ‘al hamâm: “L’h (sesta lettera araba)…o sparisce, per esempio nel nome topografico Mars-el-Hamâm, divenuto Marzamemi" .

Ora il problema filologico-storiografico, mai esaminato finora, è l’associazione della desinenza “‘al hamâm” alla radice “marsâ”.

    Diciamo subito che la traduzione corrente con “baia delle tortore”, vulgata popolare che risale alla spiegazione di Corrado Avolio (1843-1905), medico naturalizzato netino, appassionato e studioso di glottologia, è errata e fuorviante. Precede, senza adeguata prova, l’esame filologico e storiografico, e opta per una spiegazione di tipo ornitologico che, dal punto di vista logico-semantico, è incomprensibile: baia di ingresso di volatili anche denominati tortore?

Dagli studi del più grande degli storici siciliani della civiltà araba, Michele Amari, sappiamo con ragionevole certezza, invece, che la traduzione letterale è, invece, “Porto della Colomba” .  

  Prima di addentrarci, però, nell’esame filologico e ai fini di un’adeguata sua comprensione, si rende necessaria una digressione di carattere storiografico. Bisogna tornare ai tempi della Colonizzazione normanna, afferma M. Amari al dopo Trattato di Pace di San Germano (?) del 25 luglio 1139, che assicura al discendente di Ruggero D’Altavilla, il figlio Ruggero II, la signoria sulle provincie meridionali d’Italia e di Sicilia.

   Tollerante verso le religioni e le etnie, Ruggero II attirò nella capitale ogni genere di scienziati, letterati e artisti, con pari accoglienza, non diversa per il cristiano e il musulmano. Nominò come suo segretario lo sceriffo ‘abu ‘abd ‘allah muhammad ‘ibn ‘abd ‘allah ‘ibn ‘idris, meglio conosciuto ai posteri con il semplice nome di Al-Idrisi.    Nobile musulmano, discendente della schiatta degli Hammuditi, Califfi del Marocco, aveva fama di essere un erudito geografo, per il suo gusto per i viaggi che lo condussero in Africa, in Asia minore e in Spagna.

    Alla corte di Ruggero, e su suo esplicito mandato, scrisse in arabo un trattato di geografia del tempo “kitâb nuzhat ‘al muśtâq…”  (Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo), tramandato col titolo di “Libro di Ruggero” o “Geografia di Edrisi”. In Italia il libro viene conosciuto solo nel 1600, con una traduzione del matematico urbinate Bernardino Baldi. Ma sarà quasi due secoli dopo, nel 1859, che il libro riceverà la sua traduzione in italiano, per la sola parte che riguarda la Sicilia, da parte dello storico e profondo conoscitore della civiltà musulmana Michele Amari (Palermo 1806-Firenze 1889) che la inserisce nella sua “Biblioteca arabo-sicula” tradotta in Italia nel biennio 1880-81.

     La ri-lettura di quel libro ci consente oggi di sciogliere l’ultimo dei nodi della storiografica locale, quello che riguarda appunto Marzamemi e la sua nascita.

    Della nascita s’è detto, è escluso che il toponimo possa rappresentare un borgo o un insediamento umano. La spiegazione va ricercata altrove con esame comparato filologico e storiografico.

    Il termine arabo ha una radice “marsâ” e una desinenza “‘al hamâm”.

    Sulla radice non può esserci dubbio alcuno, viene tradotta con l’italiano “marza” e ha in “piccolo porto” il suo aspetto semantico di tipo geografico. Lo stesso storico siciliano ce lo conferma perentoriamente:

    “A quella or si rannoda la deteriorazione che parrebbe avvenuta in alcuni porti: ma è da ricordare che Edrîsi estende l’appellazione di marsa, ossia porto, a’ piccoli scali; e che in quella età, ancorché non mancassero navi capaci al par delle nostre fregate, pure si adoperavano ordinariamente piccoli legni e soprattutto men cavi che nostre” Ibidem

    Dunque il riferimento non è di tipo abitativo umano, né ornitologico, ma geografico e marinaresco, Edrisi parla di un porto nei paraggi.

   La desinenza “’al hamâm” rimanda chiaramente alla parola italiana “Colomba”, sicché Amari traduce letteralmente con “Porto della Colomba”.

   Che non si tratti di volatili, colomba o la variante tutta nostrana tortora da cui la tradizione locale di tradurre con “baia delle tortore”, è perfettamente accertato.

   L’accostamento più coerente, dal punto di vista logico-semantico, della radice alla desinenza rimanda a un altro significato del vocabolo “colomba”, che va tradotto con “chiglia delle navi in legno e delle piccole imbarcazioni”. È un termine antico, obsoleto, ma di uso tecnico-scientifico in marineria (OB e TS nel dizionario De Mauro), che, quindi, sta ad indicare la “nave” o, anche, la vela quadra delle imbarcazioni che si chiamava, appunto, “vela di colomba” .

    La traduzione di Amari è fatta al maiuscolo, nel rispetto più assoluto della regola grammaticale che vuole i nomi dei luoghi geografici vengano scritti con l’iniziale maiuscola, tutto l’etimo, senza distinzione, quando è composto da due parole come nel caso in specie: “Porto della Colomba” e la seconda è parte integrante del nome geografico.

    La medesima regola grammaticale impone, viceversa, che in caso contrario il nome comune che segue il primo sia scritto regolarmente in minuscolo: “Porto della colomba”.

    Lo stesso avviene per altri porti o anche isole: ģazîrat ‘al kurrât (Isola dei Porri), marsâ al bawâlis (Porto d’Ulisse oggi La Marza), dahlat ‘ibn dikanî o Cala d’ ‘ibn dikanî (Porto Vendicari). Utilizza la stessa regola grammaticale nella sua seconda accezione, con nome comune in tanti altri casi. A titolo di esempio:“marsâ al śaģarah (Porto dell’albero, Punta di Circia), dahlat ‘al qisâ’ (Cala delle scodelle, Acqua Palomba?), marsâ ‘al haddâq (Porto dell’astuto), ‘anf ‘al hinzîr (Punta del porco).

A eliminare ogni possibile dubbio (metodico) circa la traduzione, sovviene una notazione di carattere filologico-grammaticale.    marsâ ‘al hamâm e “Porto della Colomba”. Di marsā s’è detto, è univoca la traduzione secondo Amari, in porto o piccolo scalo:

“…ma è da ricordare che Edrisi estende l’appellativo di marsa, ossia porto, a’ piccoli scali…Or non ci rimane a notare i porti di essa uno ad uno, e le migliaia o giornate di cammino [che s’interpongono tra l’uno e l’altro]: la quale [rassegna] intraprendiamo con l’aiuto del Signore” . 

‘al hamâm è tradotto, sempre da Amari, con della Colomba. Abbiamo già discusso del lemma Colomba e e del suo significato scientifico: la vela quadra delle imbarcazioni. Ma dal punto di vista grammaticale il lemma “colomba” è la contrazione/semplificazione di “vela di colomba”, la vela più alta delle navi a vele quadre.

    Nella lingua italiana “vela di colomba” è una parola polirematica o anche lemma complesso unità lessicale superiore (Dardano, 1979), formata da più di una parola, che ha una particolare coesione strutturale e semantica. Gode della proprietà di non ammettere la sostituzione sinonimica dei costituenti interni o la variazione per via di flessione, sia per quanto riguarda gli elementi che non sono testa del sintagma “colomba”, sia per lo stesso elemento testa “vela”. Ne consegue logicamente che l’unica traduzione filologicamente corretta di marsā ‘al hamâm, tenuto conto di tal regola grammaticale è “porto della Colomba” correttamente inteso come “porto della vela quadra”.

    A sciogliere ogni pur ragionevole esercizio del dubbio metodico ci viene in soccorso lo stesso Al-Edrîsi nella traduzione fattane dallo storico siciliano. In modo specifico e mirato il geografo arabo ci dice che sta descrivendo i porti dell’isola, piccoli e grandi senza distinzione, e le distanze tra essi, nella parte finale del § II Della Sicilia, del Libro di Ruggero:

  “Qui finisce la descrizione della Sicilia. Non si trova sulla faccia della terra un’isola di mare che contenga maggior numero di paesi, né regioni più prosperose”.

    Il problema filologico della traduzione del toponimo marsā ‘al hamâm va risolto in complementarietà con l’altro, dahlat ‘al qişâ, di cui non possono esserci dubbi che è un luogo di mare, che coincide con la fontana di acqua dolce che la tradizione orale locale appella con “acqua re palummi”, acqua delle colombe. Basterebbe già l’evidente consonanza grammaticale e semantica con “porto della Colomba” e, tuttavia, ci viene in aiuto quel Michele Amari che sembra essere il dominus filologico cui appellarsi.

    dahlat ‘al qişâ, è composta da una radice dahlat e da una desinenza ‘al qişâ. Amari traduce la prima con “cala” mentre la seconda con “scodelle”.

    Cala, nella definizione che ne dà il Dizionario di Italiano Sabatini Colletti, è “insenatura marina piccola, poco profonda, propria delle coste rocciose... diminutivo caletta”. Da qui l’assonanza morfologico-ambientale perfetta con l’”acqua re palummi”, una caletta tra due costoni di roccia, le falesie che calano a picco sul mare.

    La desinenza ‘al qişâ è tradotta dallo stesso autore con “delle scodelle”, che è “nome generico di recipienti concavi”, per cui il senso complessivo del toponimo arabo è “cala delle scodelle”, che non può che far riferimento alle vele quadre che approdavano in quella caletta per rifornirsi di acqua, che almeno fino alla fine degli anni ’50 del Novecento, per esperienza diretta dell’autore, sappiamo sgorgare copiosissima e filtrata dalle falesie rocciose sovrastanti.

In Sebastiano Lupo, Saggi sul Capo Pachino, La via Elorina e le vie del sale marsâ ‘al hamâm, ovvero di marzamemi Note critiche su Antonio Di Rudin', Youcanprint, 2021 Copyright Sebastiano Lupo

Storia Il borgo è nato attorno all'approdo, poi divenuto porto da pesca, e si è sviluppato grazie a quest'ultima attività, molto praticata ancor oggi, dotandosi anche di una tonnara, tra le più importanti della Sicilia. La tonnara di Marzamemi risale al tempo della dominazione spagnola in Sicilia nel 1600 sotto il regno di Filippo IV che nel 1655 venne venduta al barone Simone Calascibetta di Piazza Armerina.