La storia della democrazia, si può ricondurre dai giorni nostri all'Atene della Grecia classica nel VI secolo a.C. Malgrado la loro influenza sulle attuali forme di governo, la Grecia classica e la rivoluzione americana non sono gli unici contesti in cui forme di governo democratiche si sono formate autonomamente; molti altri contesti minori l'hanno originata in modo indipendente, come i thing delle società germaniche e la confederazione irochese.

Democrazia III millennio a.C. - Ipotesi Tuttora è in atto un approfondimento sulla natura assembleare e non dinastica della regalità in Mesopotamia. Il primo assiriologo a iniziare uno studio di questo tipo fu Thorkild Jacobsen nell'articolo "Primitive Democracy in Ancient Mesopotamia" nel "Journal of Near Eastern Studies" edito dall'Oriental Institute of Chicago, nel 1943.

Democrazia classica VI/V secolo a.C. In Grecia, nella prima metà del V secolo a.C. si verifica una radicale trasformazione delle idee e delle istituzioni politiche: un certo numero di polis, di città-stato, cambiarono il loro apparato politico in un sistema che riusciva a dare a un considerevole numero di cittadini la possibilità di intervenire negli affari di governo, riconoscendo al popolo sovrano il diritto di autogovernarsi. Ma già nei secoli precedenti alcune città (Megara, Elide, Mantinea, Argo) si erano date ordinamenti democratici. Il primo riconoscimento al démos degli attributi della sovranità si ebbe nel VII secolo a Chio, che è considerata dagli storici la prima democrazia grecaFelice Battaglia, Democrazia, in Enciclopedia italiana, Roma, Istituto Giovanni Treccani, 1931.

Prima che la parola "democrazia" diventasse di uso corrente, gli antichi greci utilizzavano due termini per indicare la condizione di parità necessaria a un buon governo: isogoria (uguale diritto di prendere la parola durante l'assemblea) e isonomia (uguaglianza di fronte alla legge). Con la definitiva affermazione del popolo come unica autorità legittima di governo, viene introdotto il termine democratia come "governo del popolo".

Nel 508-7 a.C., Clistene introduce ad Atene una serie di riforme volte a modificare radicalmente l'assetto politico della città. Riprendendo la costituzione di Solone, Clistene suddivide la popolazione ateniese in dieci tribù, a loro volta divise in tre trittie, con alla base circa 139 demi, ossia distretti territoriali, che fornivano, attraverso sorteggi, i consiglieri al Consiglio dei Cinquecento (Bulé), la commissione esecutiva e organizzativa composta da uomini di età superiore ai 30 anni.

Accanto al Consiglio dei 500, c'era l'assemblea (ecclesia) a cui potevano partecipare tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni (politai) che volessero occuparsi degli affari politici. L'ecclesia costituiva il corpo sovrano fondamentale, e le sue decisioni, prese a maggioranza, avevano valore definitivo sulle attività legislative e di governo. La partecipazione alle decisioni di governo non era avvertita dalla popolazione ateniese solo come un privilegio, ma anche come un dovere nei confronti della comunità. Infatti la democrazia all’epoca dimostra forme richiamanti all’Elitismo.

La democrazia nel Medioevo europeo

Dai thing delle società germaniche, si evolvono forme di assemblee a democrazia diretta come l'assemblea Alþingi (Alþingishúsið), istituita in Islanda nel 930 d.C. Qualche secolo dopo, nasce il Landsgemeinde, l'assemblea a democrazia diretta e voto palese dei cantoni svizzeri.

Nel Regno di Sicilia venne istituito il parlamento siciliano, che viene considerato uno dei più antichi del mondoEnzo Gancitano, Mazara dopo i Musulmani fino alle Signorie - Dal Vescovado all'Inquisizione, Angelo Mazzotta Editore, 2001, p. 30. (assieme a quello dell'Isola di Man, islandese e faroese, che però non avevano poteri deliberativi).

Età comunale

Marsilio da Padova

Una lettura egalitaria del messaggio del Vangelo, la rinascita degli studi aristotelici, la nascita delle prime teorie contrattualistiche, l'assemblearismo dei comuni, sono gli elementi principali che compongono la concezione medievale cristiana della democrazia. "Lo scrittore che meglio incarna l'ideale democratico nel pensiero politico medievale è Marsilio da Padova, in cui i concetti di sovranità popolare e corporativa, di rappresentanza, ecc. vengono applicati largamente alla vita dello stato e altresì a quella della Chiesa".

Presso i nativi americani

Durante il Medioevo europeo, nell'America precolombiana nasce la confederazione delle cinque nazioni dei nativi americani. Si tratta dell'alleanza Haudenosaunee che si strinse fra i cinque popoli Irochesi presenti in quello che oggi è conosciuta come la regione dei grandi laghi nel Nordamerica. I popoli in questione sono i Cayuga, gli Onondaga, gli Oneida, i Mohawk e i Seneca. Con l'aggiunta alla confederazione della nazione/popolo Tuscarora l'alleanza prenderà il nome "delle sei nazioni". Non fu l'unica nel Nordamerica, conosciute sono anche la lega degli Huroni e l'unione del Creek.

La democrazia nell'età moderna "Nella disputa intorno alla miglior forma di governo i classici del pensiero politico moderno, che accompagnano con le loro riflessioni il sorgere e il consolidarsi dei grandi stati territoriali prevalentemente monarchici, sono, almeno sino alla rivoluzione francese, ad eccezione di Spinoza, favorevoli alla monarchia e contrari alla democrazia. Così Bodin, Hobbes, Locke, Vico, Montesquieu, Kant, Hegel"Norberto Bobbio, Democrazia, in Enciclopedia Einaudi, vol. IV, ad vocem.

Contributi di Hobbes e Locke 1600/1650 Hobbes, afferma che la politica è fondata sul perseguimento dell'interesse privato e sostenendo che l'uomo si trova in uno stato di natura conflittuale, pone la necessità di un accordo tra gli uomini al fine di regolamentare questo diverbio umano limitandone le conseguenze. L'accordo sarebbe la cosciente cessione del diritto di auto-governo dei cittadini a una singola autorità autorizzata legalmente attraverso il voto.

Grazie a questo sistema, il popolo resterebbe obbediente al governante, proprio perché si tratta di una libera scelta voluta e necessaria. È quindi il consenso del popolo l'elemento principale del funzionamento di un sistema. Ma Hobbes, nonostante fosse liberale, finisce per contraddirsi quando afferma che il consenso è l'unico vincolo posto a chi governa, lasciando nelle mani dell'eletto un eccessivo potere.

Locke fu un precursore della democrazia protettiva, smentendo la tesi di Hobbes e affermando che se l'uomo è in stato di abituale conflitto per il perseguimento dei propri interessi, non potrebbe rimettere la propria fiducia in un sovrano.

Come Hobbes, Locke si proponeva di capire come si potesse definire un governo legittimo, ma le sue deduzioni lo porteranno a risultati molto distanti dal suo predecessore. Innanzitutto pone che lo stato di natura in cui vive l'uomo, non è uno stato di guerra, ma è uno stato di libertà pura, dove ognuno esercita giustamente il diritto di auto-governarsi. Ci sono però alcuni inconvenienti che devono essere risolti con la necessaria presenza di un governo sovrano, che ha quindi, solo lo scopo di difendere il cittadino dai soprusi alla propria libertà, la propria vita e la proprietà privata.

Il governo andrebbe quindi limitato nelle sue funzioni, attraverso delle costituzioni che mettono in chiaro i principi della sua esistenza e i diritti inviolabili dei cittadini. Nel momento in cui il governo non si attiene più a questi principi, al popolo resterebbe il potere di revocarlo. Nelle lacune lasciate da Locke c'è il fatto che non si propose una scadenza periodica (tornate elettorali) del mandato legale nei confronti del governante. Locke comunque ispirerà profondamente il moderno modello rappresentativo.

Contributi dei federalisti e di Madison 1750 James Madison, il quarto presidente degli Stati Uniti d'America con la sua opera “federalista” integrò i principi maggiori di Hobbes, Locke e Montesquieu. D'accordo con Hobbes, affermò che la politica fosse fondata sull'interesse privato. Da Locke riprese l'ideale di libertà individuale da difendere come fine principale di un governo. Infine dal pensiero di Montesquieu trattenne il concetto della divisione dei poteri.

Madison criticava la democrazia classica ritenendola ingiusta, intollerante e instabile. Sostenne che anche nell'esperienza greca dove ci si nascondeva dietro l'interesse pubblico, in realtà i governanti curavano soltanto i propri interessi.

Nella società moderna, la nascita delle fazioni era inevitabile, afferma Madison, a causa della distribuzione diseguale della ricchezza. Il governo, dunque, avrebbe lo scopo di regolarne i contrasti.

Il modello sostenuto ottimale da Madison, era quello di un potente stato americano federalista, che avrebbe promesso la funzione prevista, attraverso periodiche elezioni unite all'impossibilità di una dittatura della maggioranza data la vastità del corpo elettorale e di un sistema parlamentare rappresentativo. Si pone quindi favorevole a un governo veramente popolare, ma solo con la sicurezza che non ci sia una tirannia della maggioranza.

Contributi degli utilitaristi, Bentham e Mill 1800 Bentham e Mill sostennero che se l'uomo per regolamentare il conflitto dei propri interessi deve ricorre a un sovrano, quest'ultimo agirà comunque nel suo interesse quindi, conclusero che il governo sarebbe dovuto dipendere completamente dall'elettorato. Entrambi posero i presupposti necessari affinché la democrazia possa esistere in maniera adeguata.

La competizione tra i politici. La separazione dei poteri. La libertà di pensiero, di stampa, ecc.

Questi punti saranno il nocciolo del liberalismo inglese, secondo cui il governo sarebbe ridotto al ruolo di arbitro imparziale nel suo interno e garante all'esterno del confine di stato.

Secondo il pensiero di Bentham e Mill, il governo, per mantenere l'obbedienza dei suoi cittadini dovrà: Fornire assistenza Produrre abbondanza Favorire eguaglianza Garantire sicurezza. A proposito dell'ultimo punto, furono proprio gli utilitaristi che insistettero per la creazione del moderno sistema carcerario. Anche Adam Smith contribuì alle loro concezioni utilitaristiche, che divennero una vera e propria sfida all'eccessivo potere dei governi.

Le loro teorie ispireranno la moderna politica del Welfare. Essi furono gli ideatori del primo modello di democrazia per uno Stato industriale.

Il contributo di John Stuart Mill 1850 A differenza dei suoi predecessori, John Stuart Mill, lo si può considerare democratico in senso pieno. Aspetto fondamentale del suo pensiero fu la libertà di cui avrebbero dovuto godere tutti. J. S. Mill affermò che la partecipazione politica del popolo è necessaria e va incitata attraverso tutti gli organi pubblici, come ad esempio l'amministrazione comunale.

La sua opera principale “On liberty” espone chiaramente i principi di libertà dei cittadini per cui si sarebbe dovuta creare una forma efficiente di controllo reciproco tra governo e governati. Le sue teorie posero le basi del moderno Stato liberale.

Criticò aspramente il sistema dispotico con l'opera “Considerations on representative governement”, dove sostenne che non è possibile l'idea che un solo uomo possa amministrare in maniera adeguata uno Stato. Aggiunse anche che sarebbe stato contro la dignità umana eliminare la voce dei cittadini sulle decisioni che li riguardano. Quindi, pensava che solo una attiva partecipazione del popolo, nei limiti, avrebbe indirizzato uno Stato verso la prosperità.

Mill espose in maniera dettagliata il problema della burocrazia, che strettamente collegata all'evolversi dello Stato cresceva rischiando di aumentare in maniera eccessiva il suo potere. Necessario sarebbe che oltre lo Stato ci siano altri punti di riferimento in termini di sviluppo in modo da mantenere un equilibrio tra forze che si controllino a vicenda.