Orco (lat. Orcus) era il dio degli Inferi nella prima mitologia romana.. Come con Ade, il nome del dio è stato utilizzato anche per indicare gli Inferi stessiVirgilio, Eneide, IV, 242-244: «tum virgam capit: hac animas ille evocat Orco / pallentis, alias sub Tartara tristia mittit, / dat somnos adimitque, et lumina morte resignat» («Poi piglia la verga con cui evoca le pallide Ombre dell'Orco, altre ne manda al Tartaro, dà e leva il sonno, gli occhi suggella nella morte»).. Nella tradizione, la sua figura fu associata anche a Dite, per poi confluire in Plutone..

Il termine che lo indica, essendo quasi omofono al greco Horkos (, «giuramento»), figlio di Eris, demone punitore dei giuramenti mancatiEsiodo, Le opere e i giorni, 802-804., lo ha portato ad essere confuso anche con quest'ultima divinità..

Origini

Sull'origine del dio gli studiosi si sono divisi. Richard Peter, autore della voce di riferimento nel lessico mitologico del Roscher, considerava Orco «il dio infero indigeno della religione romana», accostandone il nome alla radice di arcere («racchiudere») e arca. Georg Wissowa sostenne invece che nemmeno Orco è una creazione italica: il nome sarebbe la ripresa del greco Hórkos inteso come epiteto del dio infero, come suggerirebbe il confronto fra il «pallido Orco» che Virgilio associa alle Erinni nel quinto giorno del mese e il passo delle Opere e i giorni di Esiodo in cui, nel quinto giorno, le Erinni assistono alla nascita di Horkos, partorito da ErisVirgilio, Georgiche, I, 277-278; Esiodo, Le opere e i giorni, 802-804... Una posizione intermedia è quella di Giulio Giannelli, per il quale Orco è la divinità indigena, «nazionale e popolare», degli inferi romani, la cui figura personale si sarebbe però sviluppata dal concetto locale di oltretomba solo in età relativamente tarda, quando l'ordine delle feste e i sacerdozi della religione ufficiale erano ormai fissati — il che spiegherebbe la sua assenza dal culto, in modo analogo al caso di Giano..

Anche gli antichi proposero varie spiegazioni del nome. Verrio Flacco lo derivava da urgere («incalzare»): Orco sarebbe stato detto anticamente Urgus, «perché è il dio che più di ogni altro ci incalza»Festo, De verborum significatu, p. 202 (ed. Lindsay)..; il commentatore Celso e i mitografi medievali lo interpretavano invece come dio del giuramento, spiegandone così il pallore: «pallido, perché chi giura impallidisce per il tremore»Interpolazione a Servio, Ad Georgica, I, 277; Mythographi Vaticani, II, 10.. I grammatici discutevano anche la grafia: secondo Probo gli antichi scrivevano Orchus, forma effettivamente attestata in iscrizioni e manoscritti accanto alla variante Horcus.

Orco e il mondo etrusco-italico L'immaginario romano dell'oltretomba si formò in stretto contatto con il mondo etrusco e italico, dal quale in età arcaica la religione romana assorbì apporti consistenti: proprio nella tradizione romano-etrusca è radicata, secondo Wolfgang Fauth, la concezione dell'oltretomba come fauce inghiottitrice, di cui si dirà oltre..

Il vero e proprio dio etrusco dell'oltretomba era Mantus — «in lingua etrusca chiamano Mantus Dite padre», annota Servio —, affiancato dalla dea infera Mania, sopravvissuta come spauracchio infantileServio, Ad Aeneidem, X, 200... Fra i demoni del loro seguito, Charun, armato di martello, è quello che i glossari tardi identificano senz'altro con Orco, così come «Caroniti» erano detti popolarmente i senatori Orcini.; Tuchulcha, «rapinatore e carnefice delle anime», è affrescato nella Tomba dell'Orco di Tarquinia — che deve però il suo nome moderno a un peloso e barbuto gigante dipinto sulle sue pareti, in realtà un ciclope. Nella stessa cerchia di immagini rientra il Manducus, maschera dalle enormi fauci e dai denti battenti della pompa del circo, in cui Karl Otfried Müller riconobbe un conduttore dei morti affine a Charun..

Caratteristche Le fauci dell'Orco

Un tratto caratteristico dell'immaginario legato a Orco è la rappresentazione dell'oltretomba come una bocca divorante. Già per gli antichi la pietra che chiudeva il mundus era «la porta di Orco, attraverso la quale le anime degli inferi salgono ai vivi»Festo (epitome di Paolo Diacono), De verborum significatu, p. 128 (ed. Lindsay): «manalem lapidem putabant esse ostium Orci».; Plauto chiama una casa funesta «porta di Orco» (ianua Orci), Lucrezio discute i luoghi creduti «porte di Orco», e Virgilio colloca i mostri dell'Ade «nelle prime fauci di Orco» (primisque in faucibus Orci), immagine ripresa da Apuleio e da Arnobio («strappato dalle fauci di Orco, come si dice»)Plauto, Bacchides, 368; Lucrezio, De rerum natura, VI, 762-763; Virgilio, Eneide, VI, 273; Apuleio, Metamorfosi, VII, 7; Arnobio, Adversus nationes, II, 53.. Nella stessa direzione va Catullo, che maledice «le malvagie tenebre di Orco, che divorate tutte le cose belle»Catullo, Carmina, 3, 13-14.. A questa concezione dell'oltretomba come fauce inghiottitrice, radicata nella tradizione romano-etrusca, è dedicato uno studio specifico di Wolfgang Fauth.

Quanto all'aspetto del dio, un aneddoto tardo lo descrive come un gigante: dopo la sconfitta di Antonio, Cassio di Parma avrebbe visto in sogno «un uomo smisurato, con la chioma e la barba aggrovigliate»; alla domanda su chi fosse, questi avrebbe risposto di essere OrcoNepoziano, epitome di Valerio Massimo, 8, 5..

L'identificazione con Plutone e con Dite Occasionalmente, l'invocazione distingueva le funzioni del dio dell'oltretomba: come dio del sottosuolo e delle ricchezze celate in esso poteva essere visto come generoso dispensatore, e allora era Dite, «il ricco»; come oscuro e brutale esecutore della morte, che materialmente ghermisce l'uomo, era invece Orco. Ma fin dalla prima età letteraria i due nomi tesero a equivalersi nell'identificazione con il dio greco: nellEuhemerus di Ennio si legge che «Plutone in latino è Dis pater: altri lo chiamano Orco»Ennio, Euhemerus, presso Lattanzio, Divinae institutiones, I, 14, 5.. Varrone annoverava Orco fra i di selecti, le venti divinità maggiori, gli attribuiva il ratto di Proserpina e lo diceva fratello di Giove e di Nettuno, trasferendogli cioè per intero la genealogia di PlutoneVarrone presso Agostino, La città di Dio, VII, 2-3; VII, 20; VII, 23; cfr. Cicerone, De natura deorum, III, 43.. Cicerone può così paragonare Verre a «un secondo Orco» che, giunto a Enna, non avrebbe rapito Proserpina ma portato via Cerere in personaCicerone, In Verrem, II, 4, 111., e Agostino riassume la dottrina varroniana con le parole «Dite padre, cioè Orco»Agostino, La città di Dio, VII, 16..

Culto Un dio popolare Nella Roma medio-repubblicana Orco è un dio del tutto familiare. Nel teatro arcaico il suo nome ricorre continuamente come sinonimo concreto della morte: in Plauto ci si congeda con un «arrivederci presso Orco», si «sacrificano vittime a Orco», si teme che «Orco si porti via» qualcuno; Terenzio fa dire a un personaggio «tu che mi hai riportato alla luce, morto, da Orco», e per Ennio è «il grave assalto di Orco» a colpire l'uomoPlauto, Asinaria, 606; Epidicus, 175-176; Bacchides, 368; Terenzio, Hecyra, 852; Ennio presso Servio, Ad Aeneidem, I, 81..

La stessa familiarità traspare dalla lingua giuridica e proverbiale. Orcinus libertus è il liberto affrancato per testamento, che riceve la libertà «da Orco», cioè dopo la morte del padrone; Orcini furono soprannominati i senatori entrati in Senato in forza del testamento di Cesare, che Plutarco riferisce essere chiamati dal popolo «Caroniti»; Orciniana sponda era detta la barella su cui si portavano di notte alla sepoltura i poveri; e presso Varrone e Columella ricorre l'espressione proverbiale «fare i conti con Orco» (cum Orco rationem habere) per indicare il confronto con la morteSvetonio, Vita di Augusto, 35; Plutarco, Vita di Antonio, 15; Marziale, Epigrammi, X, 5, 9; Varrone, De re rustica, I, 4, 3; Columella, De re rustica, I, 3, 2..

Nella poesia Orco è il dio esecutore della morte, còlto nell'atto di ghermire: il «pallido Orco» delle Georgiche, la «vittima di Orco che non ha pietà» e l'«Orco che miete le cose grandi con le piccole» di Orazio, il «livido Orco» di Tibullo che chiama ai vasti fiumi e alla nera paludeOrazio, Carmina, II, 3, 24; Epistulae, II, 2, 178-179; Tibullo (Ligdamo), III, 3, 38..

Il problema dei luoghi culto Alla popolarità del nome non corrisponde quasi alcuna traccia di culto. Il calendario festivo romano non menziona Orco, e le dediche votive sono rarissime; in un epitaffio napoletano la formula Orco peregrino non indica un culto, ma segnala che il defunto è morto lontano da casa.. Il presunto tempio di Orco (aedes Orci) sul Palatino, menzionato solo dalla Historia Augusta come luogo su cui Eliogabalo avrebbe edificato il tempio del proprio dio, è considerato con certezza apocrifoHistoria Augusta, Vita di Eliogabalo, 1, 6.. Presso Festo si conserva forse un antico epiteto del dio: «gli antichi chiamavano Orco Quietalis», il dio della quieteFesto, De verborum significatu, p. 267 (ed. Lindsay)..

Isolata resta la notizia di Servio su una festa celebrata congiuntamente per Orco e per Cerere: le «nozze di Orco» (Orci nuptiae), un rito di particolare severità — vi era nefas, cioè religiosamente proibito, fare uso di vino — che i pontefici avrebbero onorato con la loro presenza celebrandolo «con enorme solennità» (ingenti sollemnitate)Servio, Ad Georgica, I, 344: «aliud est sacrum, aliud nuptias Cereri celebrare, in quibus re vera vinum adhiberi nefas fuerat, quae Orci nuptiae dicebantur, quas praesentia sua pontifices ingenti sollemnitate celebrabant».. Sul carattere e sull'antichità della cerimonia gli studiosi sono però divisi. Già l'Ussing sospettava della notizia, secondo Peter senza motivi sufficienti; per Wissowa le Orci nuptiae appartengono al sacrum anniversarium Cereris, la festa matronale di agosto di carattere «completamente greco» introdotta a Roma poco prima della seconda guerra punica, e il particolare della presenza dei pontefici — che non officiavano i culti di rito greco — è «certamente inesatto».; Fowler, contro la lettura di Frazer che vi cercava un'antica ierogamia romana, vi riconosce «semplicemente il matrimonio greco di Plutone e Proserpina».. La singolare unione della dea della terra e del dio infero richiama in effetti il matrimonio greco di Plutone e Persefone e le theogamiai siciliane.

Continuazione e altre forme del mito Il nome di Orco sopravvisse alla fine del paganesimo: La sua persistenza nel Medioevo romanzo e germanico è rilevata già dagli studiosi ottocenteschi a partire da Jacob Grimm. Secondo la tesi dello storico dell'arte Richard Bernheimer, Orco era venerato principalmente nelle zone rurali, e questa lontananza gli avrebbe permesso di sopravvivere in campagna molto tempo dopo la cessazione dell'adorazione degli dèi principali: aspetti del suo culto sarebbero stati trasmutati nella figura del selvaggio, con feste organizzate nelle zone rurali d'Europa perdurate fino ai tempi moderni..

Dall'associazione con la morte e con gli Inferi, il termine orcus cominciò ad essere usato anche per altre creature mostruose e ripreso dai bestiari medievali. In particolare, l'italiano orco — direttamente dal latino Orcus — indica una creatura antropomorfa con connotazioni bestiali, in certi casi anche demoniache.

Il termine orco appare nelle opere di Iacomo de' Tolomei («Ser Lici è orco e mangia li garzone»), Fazio degli Uberti e Ristoro Canigiani, il quale ne parla esplicitamente come di uno spauracchio dei bambini.