Il processo dei consoli si riferisce ad una determinata seduta del Senato romano, avvenuta negli anni della Roma repubblicana (anno 210 a.C.) e riportata nelle testimonianze di Tito Livio, durante la quale ambasciatori provenienti da Siracusa, da Capua e dall'Etolia sostennero un processo accusando i loro conquistatori o alleati, ovvero i consoli Marco Claudio Marcello, Quinto Fulvio Flacco e Marco Valerio Levino.
Dalla difesa dei magistrati romani:
Inoltre, durante quella seduta senatoria, vennero sorteggiate le provincie in mano a Roma e la sorte venne cambiata da un accordo tra i due consoli vigenti, Marcello e Levino, che di comune accordo, proprio a causa del diverbio con gli ambasciatori della Sicilia, si scambiarono i ruoli, ovvero Levino rinunciò all'amministrazione dell'Italia e quindi alla guerra con Annibale, mentre Marcello, rinunciò alla Trinacria e si preparò ad affrontare colui che si rivelerà essere il suo mortal nemico, il cartaginese Annibale. E dopo che il processo in aula finì, i consoli dovettero rispondere anche alle proteste popolari scoppiate nell'urbe a causa delle ristrettezze economiche dovute al contesto bellico intrapreso da Roma..
Antefatti Le conquiste di Siracusa e Capua
Queste due città nell'anno 210 a.C. erano da poco state conquistate; Siracusa tra il 211 e il 210 a.C., a seguito del noto assedio del 212 nel quale perse la vita anche il genio matematico Archimede,. mentre Capua venne conquistata nel 211 a.C. dopo che Annibale vi tolse la sua postazione e i Romani riuscirono ad entrare e conquistarla.. Entrambe queste città erano di importanza strategica per Roma, poiché Siracusa era stata fino a quel momento potenza commerciale e militare di primario rilievo, approdo ottimo, se non fondamentale, per assicurarsi il controllo sulle sponde del Mediterraneo. Capua anch'essa era considerata di primaria importanza data la vicinanza con il confine dell'urbe romana e il legame di parentela tra campani e latini che facevano di Capua una postazione da difendere per tutelare la serenità della capitale, Cicerone nelle sue orazioni arrivò a definirla "la seconda Roma".
Dopo le relative conquiste vi fu grande malcontento tra le popolazioni conquistate, tanto più che si trattava di città abituate da secoli ad avere la propria autonomia, indipendenza e potere. Fu l'inaspettato e nuovo stato di povertà e sottomissione che spinse i popoli conquistati a chiedere giustizia a Roma. E la notorietà di quei due nomi è testimoniata dalle parole riportate da Tito Livio, il quale nella sua storia romana narra:
Siracusa doveva accusare Marco Claudio Marcello, colpevole, secondo l'accusa, di aver spogliato la città di tutti i suoi preziosi e aver ridotto la popolazione alla povertà. Capua invece accusava i consoli romani, prima Gneo Fulvio Centumalo Massimo e in seguito Quinto Fulvio Flacco, di aver compiuto eccidi sui suoi esponenti politici e di costringere la popolazione nella più crudele condizione sociale.
L'arrivo a Roma e l'inizio del processo
Roma nominò consoli per l'anno 210 a.C., Marco Claudio Marcello e Marco Valerio Levino. Levino ne ebbe notizia quando ancora si trovava in Etolia e stava combattendo con i suoi soldati la guerra intrapresa contro Filippo V, re di Macedonia. La lettera lo informava della sua nomina al consolato e lo invitava quindi a lasciare stare la guerra in corso poiché il suo posto in battaglia sarebbe stato preso da Publio Sulpicio Galba Massimo. Levino dunque si accingeva a lasciare la Grecia e ritornare a casa, sennonché si ammalò e dovette rinviare di molto tempo il suo ritorno..
Nel frattempo Marco Claudio Marcello convocò il Senato solo per dire che in assenza del suo collega, egli non avrebbe discusso né dei fatti di Roma, né di quelli delle province romane. Ma, poiché sapeva che i suoi nemici stavano tramando contro di lui, volle precisare che se anche i siciliani fossero venuti a chiedere udienza al Senato di Roma, questo li avrebbe accolti solamente al ritorno di Marco Valerio Levino..
Il censore Marco Cornelio Cetego, nel tempo in cui Roma aspettava il ritorno del console Levino, approfittò di questa calma per spedire alle influenti famiglie romane e al popolo lettere false nelle quali si accusava il prolungarsi della guerra in Sicilia e il cattivo operato del console Marco Claudio Marcello, invitando i più a ribellarsi a questa nuova situazione politica..
Effettivamente il popolo romano non era molto contento della scelta fatta dal Senato riguardo ai consoli; egli riteneva che fossero stati dati incarichi troppo grandi a due generali votati più alla guerra che al fabbisogno civile popolare:
Annibale in Italia, la seconda guerra punica in corso e le recenti conquiste, avevano dunque messo in agitazione il popolo romano che sembrava propendere più a favore delle lettere di Cetego che non avere fiducia nel Senato.
Finalmente il console Marco Valerio Levino tornò in Italia e passando per Capua si ritrovò accerchiato da una moltitudine di capuani i quali, disperati, lo supplicavano di condurli con lui a Roma poiché avevano saputo che dei siciliani sarebbero stati ricevuti dai senatori per lamentarsi delle relative ingiustizie subite, allora essi volevano fare lo stesso e denunciare il cattivo comportamento tenuto dai consoli precedenti e dagli attuali amministratori, nella persona di Quinto Fulvio Flacco, che opprimevano la città da poco conquistata:
La risposta di Flacco fu la seguente:
Livio poi ci parla di come fosse tenuta la città di Capua sotto l'amministrazione dell'ex console Quinto Fulvio Flacco:
L'incendio al quale faceva riferimento Flacco era effettivamente avvenuto quella notte a causa di nobili campani che, dando la colpa a un loro schiavo, avevano incendiato le campagne di Roma e le fiamme, prima di essere spente, avevano quasi del tutto bruciato il tempio di Vesta, salvato infine da schiavi rimessi in libertà. I campani colpevoli dell'incendio doloso vennero uccisi dopo un processo in pubblica piazza.. I sospetti dunque gravavano sulla città di Capua in quanto ribelle. Ma il console Levino riuscì a convincere Flacco a permettere a degli ambasciatori di Capua di partecipare al processo che da lì a poco si sarebbe svolto in Roma e durante il quale si sarebbero anche stabilite le sorti della città di Capua, a patto però che i capuani promettessero di ritornare, qualunque fosse l'esito del processo, nella loro città dopo cinque giorni, altrimenti, Flacco avrebbe ucciso come punizione dei loro concittadini presi a caso. I capuani promisero e seguirono così Levino a Roma., trad. da C. Luigi Mabil, pag. 367.
Levino entrò a Roma accompagnato dai Capuani e dagli Etoli, anch'essi desiderosi di giustizia per i fatti riguardanti la loro nazione di Grecia in rivalità con i Romani. Entrarono in Senato, i Siciliani si ritrovarono di fronte il console Marco Claudio Marcello. Essendo tutti presenti i magistrati romani diedero inizio alla seduta senatoriale.
Lo scambio delle province
All'ordine del giorno non vi fu subito il processo ai consoli da parte dei popoli vinti, piuttosto si discusse dell'andamento della guerra nell'Egeo, Marco Valerio Levino infatti espose in che stato egli aveva lasciato la Macedonia, la Grecia, l'Arcadia, la Locride e l'Etolia, elencando ciò che le sue legioni avevano fatto per mare e per terra, dicendosi soddisfatto di essere riuscito a tenere il re Filippo lontano dall'Italia, altro non disse sulla provincia che aveva precedentemente governato., trad. da C. Luigi Mabil, pag. 370.
Poi fu il turno di stabilire chi dovesse governare e guidare le conquiste che Roma aveva fatto. I Padri coscritti, ovvero i senatori, stabilirono che:
Prima di procedere con il sorteggio che avrebbe stabilito a quale dei due consoli sarebbe spettata la guerra contro Annibale, i senatori stabilirono anche i vari compiti amministrativi, tra i quali ci fu l'assegnazione del governo di Capua a Quinto Fulvio Flacco per un anno intero. Si diminuì l'esercito dell'urbe di Roma e quello dei suoi Alleati. Al pretore della Sicilia si ordinò di licenziare tutto l'esercito di terra che era stato di Marco Cornelio Cetego e di tenere solo quello di mare, sostituito poi dall'esercito di Canne diviso in due legioni. Infine dopo altri decreti riguardanti le province di Puglia, Sardegna e l'esercito romano, venne fatto il tanto atteso sorteggio tra i due consoli per dividersi l'uno l'Italia e l'altro la Sicilia..
La sorte decretò che Marco Valerio Levino tenesse il consolato dell'Italia e quindi che affrontasse Annibale, ancora sul suolo italiano pronto a dar battaglia con l'esercito di Cartagine. A Marco Claudio Marcello la sorte riservò invece la Sicilia con la flotta romana, ma delle grida provenienti dagli spalti bloccarono la procedura in atto..
I siciliani infatti, che erano seduti di fronte ai consoli, non appena capirono che Marcello sarebbe ritornato in Sicilia iniziarono a lamentarsi attirando su di essi gli occhi di tutti i presenti. Iniziarono a circondare il Senato dicendo a gran voce che assegnare la Sicilia a Marcello significava come permettergli di prendere Siracusa due volte:
Le parole forti dei Siciliani indussero il Senato a discussione e questi discorsi già fatti precedentemente alle nobili famiglie romane e l'invidia che molti influenti romani avevano verso Marcello, fecero in modo che l'assegnazione delle provincie venisse ridiscussa, ma a quel punto fu Marcello che prese la parola:
Il console Levino non ha nulla in contrario e quindi avviene lo scambio delle province.
Il processo e il verdetto per i siciliani
Dopo l'assegnazione delle province si passò a esaminare la causa della presa di Siracusa e le relative querele che il popolo siciliano additava contro il console Marcello. I siracusani iniziarono a dire e a svelare particolari di come si fosse giunti alla guerra intrapresa contro Roma. Dissero che non la città ma i suoi tiranni volevano essere ostili ai romani, si menzionò l'uccisione del re Jeronimo, dicendo che l'ultimo sovrano siracusano, ancora sedicenne, era stato ucciso per volere della nobiltà siracusana, filo-romana che aveva decretato l'assassinio del re come se fosse affare di pubblico consiglio, allo stesso modo dissero che settanta giovani nobili aretusei, durante l'assedio di Roma, avevano deciso di aiutare Marcello ad entrare nella polis, mettendosi quindi contro i propri comandanti e i tiranni siracusano-cartaginesi, Ippocrate ed Epicide, ma che a causa dell'indugiare del generale romano vennero scoperti e tutti e settanta furono condannati a morte dai tiranni., trad. da C. Luigi Mabil, pag. 378. Inoltre ricordarono al console Claudio Marcello il barbaro saccheggio che egli aveva compiuto a danno dei Leontinesi, alleati dei siracusani, e ciò nonostante Marcello non poteva dire di non aver trovato ancora siracusani disponibili al dialogo, pur consapevoli delle colpe dei loro ex-alleati romani..
Infine rimproveravano al console il fatto di aver voluto prendere la città per mano dello spagnolo Merico e del siracusano Soside, due soldati che tradendo l'esercito aretuseo avevano aperto le porte ai romani e in seguito vennero da Roma ricompensati con oro e terre. Per l'accusa dei siracusani, Marcello si era così comportato in modo da poter dire che la città non si era voluta dare spontaneamente e che quindi egli aveva il diritto di saccheggiarla e impadronirsene con la forza e con la violenza..
I Siracusani aggiunsero inoltre che come atto di giustizia venisse loro concesso di riprendersi tutti i beni che il console Marcello e i soldati romani avevano trasferito da Siracusa a Roma, ciò che egli riusciva a riconoscere doveva essere riportato in patria., trad. da C. Luigi Mabil, pag. 381.