La battaglia di Tagina (nota anche come battaglia dei Busta Gallorum.), avvenuta al principio di luglio del 552, fu uno scontro armato grazie al quale l'Impero bizantino, il cui esercito era stato posto sotto il comando del generale Narsete, riuscì a spezzare definitivamente il potere degli Ostrogoti in Italia, ponendo sotto la sua dominazione l'intera penisola..
Contesto storico e preludio
Nel 551, l'imperatore Giustiniano I (sovrano dal 527 al 565) decise di mettere fine una volta per tutte al conflitto contro gli Ostrogoti per il possesso dell'Italia, dopo circa diciassette anni di logorante guerra.
Così, nel 551, il cubicularius della corte bizantina Narsete, che godeva di grande fiducia presso l'imperatore,. ottenne nuovamente il comando delle operazioni in Italia:. il generale riuscì a radunare un esercito imponente, senza farsi molti scrupoli di arruolare fra le sue schiere, attraverso generosi donativi, barbari di origine unnica, gepida, erula, longobarda e persiana;. inoltre, sempre attraverso soldi e regalie, non mancò di stipulare accordi per non doversi preoccupare di attacchi improvvisi, come quello concluso col re longobardo Audoino, che Paolo Diacono, riferendosi all'episodio, confonde con il re Alboino.. L'esercito guidato da Narsete e riunitosi a Salona, nella regione illirica, doveva comprendere inizialmente all'incirca uomini. Terminati i preparativi, nella primavera del 552 Narsete e le sue truppe partirono dall'accampamento di Salona alla volta dell'Italia cercando di raggiungerla via terra, dal momento che il generalissimo non aveva abbastanza navi a disposizione per arrivarci via mare e sbarcare l'esercito.. Tuttavia, l'ostacolo posto dal rifiuto di concedere il passaggio nei loro territori alle milizie imperiali, opposto dai Franchi stanziatisi nelle Venezie, costrinse Narsete, bloccato ad Aquileia, a raggiungere Ravenna marciando su percorsi litoranei e passando per le lagune su cui stava sorgendo la futura Venezia,. le cui città costiere erano presidiate dai Bizantini. Nonostante le opere di sbarramento volute dal comes Teia, l'esercito bizantino passò indenne e giunse nella città romagnola.. Non potendo attraversare la via Flaminia partendo da Fano, considerato che la roccaforte della gola del Furlo era ben presidiata, probabilmente Narsete imboccò la via di Sassoferrato e Fabriano, evitando così di sprecare tempo ed energie in assedi, da lui ritenuti perdite di tempo: la tattica di Narsete, infatti, preferiva l'attacco frontale e dava la priorità all'annientamento del nemico attraverso rischiose battaglie campali, a cui solo dopo seguiva l'assedio delle fortezze che avessero rifiutato la resa e dichiarato resistenza.. Lungo la strada che conduceva al sito della battaglia, vi furono, in aggiunta, alcuni episodi avversi agli Ostrogoti e favorevoli ai Bizantini, come il fallimento dell'imboscata tesa da Usdrila a Narsete, che scoraggiarono i difensori germanici e contribuirono alla disunione delle truppe, già fisicamente divise poiché impegnate su vari fronti in Italia.
La battaglia L'arrivo dei due eserciti e la contesa della collina
Il re ostrogoto Totila, informato dell'imminente arrivo di Narsete, all'inizio rimase a Roma in attesa di Teia con nuove truppe, e non appena queste furono disponibili, ad eccezione di unità di cavalleria rimaste indietro nella marcia, mosse con l'intero esercito in direzione del nemico, intenzionato ad annientarlo in una battaglia campale che decidesse le sorti della guerra.. Avvertito dei movimenti del nemico bizantino, il re ostrogoto pose gli accampamenti presso Tagina (o Tadina), in una località al tempo conosciuta con il nome di Busta Gallorum,Tale particolare poleonimo, significante, letteralmente, "Pire dei Galli", viene riportato da Procopio nella forma grecizzata e univerbata (latinizzato in Boustagallṓrōn), difatti il termine non deriva dal greco, bensì dal latino: si può riconoscere, nella parola busta (neutro plurale sostantivato del participio passato bustum), il verbo burĕre "incendiare, cremare", derivato da un'errata lettura e un conseguente processo di rianalisi di urĕre "bruciare", cui è stata aggiunta una b. La "combustione delle orde galliche" farebbe riferimento ai numerosi caduti, poi cremati, provocati dalla schiacciante vittoria conseguita dai Romani contro il rix celtico Brenno, cacciato e sconfitto, secondo la leggenda, dalla riscossa guidata dal dictator Camillo. luogo in cui, ci riferisce Procopio di Cesarea, il generale romano Furio Camillo avrebbe in passato sbaragliato le truppe dei Galli (tuttavia, non esistendo alcuna traccia di tale battaglia combattuta da Furio Camillo, la questione viene frettolosamente liquidata perché comunemente si ritiene che lo storiografo bizantino Procopio si sia qui confuso con la battaglia del Sentino, verificatasi in quel luogo o nei pressi circa un secolo dopo rispetto agli avvenimenti da lui richiamati, cioè nel 295 a.C., anno in cui i consoli romani Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano ebbero la meglio su una potente coalizione composta da Galli Senoni, Etruschi, Sanniti e Umbri, Procopio, sempre molto scrupoloso e attento alle sue fonti, sembra in realtà menzionare una battaglia realmente svoltasi nei paraggi tra i Galli appenninici e Camillo, che li aveva inseguiti fin nel loro territorio, lager Gallicus.). Totila scelse Tagina per l'eventuale scontro decisivo (che, a ogni modo, non avvenne esattamente qui) forse perché il terreno era piano per un buon tratto e ottimale per le cariche della temuta cavalleria gota..
Narsete, accampatosi poco lontano, inviò ambasciatori a Totila per esortarlo a deporre le armi e ad arrendersi immediatamente, "non avendo egli alcuna speranza di sconfiggerlo", e ordinò agli stessi ambasciatori, non appena avessero intravisto in lui eccessiva brama di guerra, di chiedergli di stabilire il giorno della battaglia. Totila, arrivati gli emissari e interpellato sullo scontro, rispose: "Dopo non più di otto giorni saremo a combattervi". I messi, fatto ritorno, riportarono la risposta di Totila a Narsete il quale, temendo insidie da parte del re ostrogoto, preparò le truppe al combattimento come se dovessero combattere già il giorno successivo, ed ebbe ragione a sospettare un inganno: Totila arrivò con tutte le sue truppe il giorno successivo.
Gli uni e gli altri, a una distanza non maggiore di una o due balestrate, tentarono di conquistare una collina, siccome entrambe le fazioni ritenevano un vantaggio importante poter attaccare da alto a basso la fazione contraria. Narsete, dunque, nottetempo vi spedì cinquanta fanti scelti ed esperti ordinando loro di stabilirvisi e difenderla contro il nemico; raggiunta la cima senza trovare alcuna opposizione, essi dovettero però subire, all'alba, l'assalto dei cavalieri ostrogoti che tentarono, per ordine di Totila, di scacciarli dalla vantaggiosa posizione. I Bizantini, strette le file e riparati dagli scudi, respinsero gli attacchi, favoriti dalla reazione negativa dei cavalli nemici, divenuti incontrollabili a causa della malagevolezza del suolo e per l'inaudito rumore. Disperati della riuscita, gli Ostrogoti si ritirarono per prepararsi ad un secondo assalto, anch'esso senza esito. Dopo ulteriori tentativi, Totila, scoraggiato, rinunciò alla difficile impresa.
Il temporeggiare di Totila Gli eserciti, dopo le arringhe dei due comandanti, vennero posti in ordinanza, di fronte l'uno con l'altro.Procopio, IV,31 Narsete e Giovanni erano circondati da una folta mano di lance e pavesai, da un gran numero di sceltissimi Unni e dal fiore delle truppe bizantine; essi comandavano l'ala sinistra presso la collina. Valeriano, Giovanni Faga e Dagisteo con i loro soldati comandavano l'ala destra; in entrambe le ali vi erano ottomila fanti arcieri. Al centro erano posti i Langobardi, gli Eruli e le altre truppe mercenarie, disposte in modo che non potessero tentare la fuga durante il combattimento. Narsete dispose nell'estremità dell'ala sinistra mille e cinquecento cavalieri, un terzo dei quali doveva soccorrere le truppe che arretravano perché in difficoltà. Totila schierò le sue truppe allo stesso modo, e animava l'esercito passando in rassegna le truppe in tutta corsa ed esortandolo a dare il meglio di sé nel combattimento finale. Non diversamente agiva Narsete. I due eserciti indugiarono per qualche tempo prima di dare inizio alla battaglia.
Un soldato ostrogoto, Cocas, un ex soldato bizantino disertore passato poi dalla parte di Totila, separatosi in arcione dall'ordinanza, s'avvicinò all'esercito imperiale chiedendo ai soldati nemici se vi fosse qualcuno disposto ad affrontarlo in duello, e consentì alla disfida un lanciere di Narsete, Anzala di nome, originario dell'Armenia. A vincere il duello fu Anzala, che uccise Cocas. L'esito del duello rincuorò i soldati imperiali, che mandavano grida al cielo, ma né gli uni né gli altri osarono tuttavia cominciare ancora la battaglia. Totila procedette quindi in mezzo ai due eserciti per rinviare ulteriormente la battaglia, essendo intenzionato ad attendere l'arrivo dei duemila guerrieri ostrogoti; alla ricerca di un modo per tenere a bada il nemico fino all'arrivo dei rinforzi si vestì di tessuti ricchissimi d'oro, con, pendenti dal suo cimiero e dalla sua asta, bende così sfolgoranti di brillantissima porpora che si potevano addire solo a un monarca. Dato sfoggio dei suoi vestiti lussuosi ai due eserciti, diede mostra le sue doti, gettando la sua lancia in alto per quindi agguantarla, quando cadeva, nel mezzo, oppure passandola destrissimamente da mano a mano, e si mise addirittura ad eseguire una danza; consumata in cotal modo tutta la mattinata, nel tentativo di rimandare la battaglia fino all'arrivo dei duemila guerrieri ostrogoti, chiese a Narsete un abboccamento, ma il generale bizantino, comprese le intenzioni di Totila, rifiutò.
La disfatta ostrogota I duemila guerrieri ostrogoti finalmente raggiunsero l'accampamento degli Ostrogoti, e, non appena Totila lo seppe, si ritirò, avvicinandosi l'ora di pranzo, nel suo padiglione; anche le truppe ostrogote, sciolta l'ordinanza, si ritirarono per pranzare. Il re di ritorno alla tenda passò in rassegna i duemila nuovi arrivati, e ordinò all'esercito di pranzare. Quindi, fattolo nuovamente armare con la massima diligenza, si diresse verso il nemico, sperando di sorprenderlo impreparato, ma Narsete aveva fatto attenzione a non far calare la concentrazione ai suoi soldati, prevedendo un arrivo a sorpresa dell'esercito di Totila, dunque questa tattica del re ostrogoto fallì. Narsete infatti aveva fatto in modo che nessuno desinasse, né si ponesse a dormire, né spogliasse l'usbergo o sbrigliasse il cavallo; e ordinò di conservare il proprio schieramento, tenendosi pronti all'arrivo degli Ostrogoti, che sarebbe potuto accadere in qualunque istante.
Lo schieramento bizantino vedeva nell'ala sinistra Narsete stesso con le sue guardie del corpo, Giovanni, le migliori truppe bizantine e gli Unni; al centro i federati barbari, in particolare longobardi, che ricevettero l'ordine di smontare da cavallo e combattere appiedati - in modo da prevenire una loro eventuale fuga; nell'ala destra, infine, il resto delle truppe. Lungo le due ali di cavalleria, Narsete pose arcieri appiedati, per parte, che si disposero, poco prima della battaglia, a semicerchio. I Goti schierarono invece la cavalleria davanti e la fanteria dietro, per impedire eventuali fughe dei soldati; Totila, inoltre, contava sulla carica dei suoi guerrieri ostrogoti, che sperava sfondassero le linee nemiche, evitando così il combattimento a distanza.