Albareto (Albarèjj in dialetto parmigiano, Albarèju in dialetto albarilotto) è un comune italiano di abitanti della provincia di Parma in Emilia-Romagna.

Geografia fisica Il comune si trova in Val di Taro e fa parte della Comunità Montana Valli del Taro e del Ceno. Il suo territorio comunale confina con la Liguria e con la Toscana.

Storia Dalle origini al dominio dei Fieschi Le prime attestazioni documentarie del territorio di Albareto risalgono all'Alto Medioevo. La località è ricordata in diplomi imperiali del 963 e del 1185, rispettivamente dell'età di Ottone I e di Federico Barbarossa, che documentano la giurisdizione esercitata nell'area dai vescovi di Luni. La posizione nell'alta Val di Taro, presso i valichi appenninici che mettono in comunicazione l'Emilia con la Liguria e la Lunigiana, mantenne il territorio in stretto rapporto con le aree poste sui due versanti dell'Appennino.

Nel corso del Medioevo Albareto entrò nei domini dei Fieschi, famiglia originaria di Lavagna, che esercitò una vasta influenza politica nell'Appennino ligure-emiliano. Il territorio rimase sotto la signoria fliscana fino al 1574. La memoria di questa dominazione è conservata anche nello stemma comunale, nel quale le bande rosse e d'argento riprendono quelle dell'arma dei Fieschi.

Alla stessa fase medievale risalgono alcune delle più antiche testimonianze religiose del territorio. La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, di origine medievale, fu ricostruita nel 1475 e successivamente trasformata nei secoli XIX e XX.

Dal Ducato di Parma all'Unità d'Italia Nel 1574, terminato il dominio dei Fieschi, Albareto entrò a far parte del Ducato di Parma e Piacenza, seguendone successivamente le vicende politiche e amministrative. L'inserimento nei domini parmensi non cancellò tuttavia i legami storici, economici e culturali con la Liguria e la Lunigiana, favoriti dalla collocazione del territorio presso i passi appenninici.

La storia della zona rimase inoltre strettamente connessa all'utilizzazione collettiva delle risorse forestali e montane. Nell'alta Val di Taro si sviluppò infatti il sistema delle comunalie, forme di proprietà collettiva attraverso le quali le comunità locali esercitavano tradizionalmente diritti sui boschi e sui terreni comuni. Tale assetto ha lasciato una traccia durevole nell'organizzazione e nell'economia del territorio, in particolare nella gestione delle risorse forestali e dei prodotti del sottobosco.

Dopo la parentesi napoleonica e la Restaurazione, Albareto rientrò negli Stati parmensi e ne condivise le vicende fino all'annessione al Regno di Sardegna. Con il decreto dittatoriale del 27 dicembre 1859, n. 79, il territorio dell'ex ducato fu riorganizzato nella provincia di Parma, articolata nei circondari di Parma, Borgo San Donnino e Borgotaro.

Con l'unificazione nazionale Albareto divenne quindi comune della provincia di Parma. Poco dopo, con regio decreto 5 ottobre 1862, n. 878, emanato in conformità alla deliberazione del consiglio comunale del 12 settembre dello stesso anno, il comune fu autorizzato ad assumere la denominazione di Albareto di Borgotaro.

Dall'età postunitaria al fascismo Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo l'amministrazione comunale si consolidò nell'ordinamento del Regno d'Italia. Al 1903 risale la posa della prima pietra dell'edificio che ospitò l'ospedale e successivamente il municipio; l'immobile è oggi sede, tra l'altro, di una delle strutture del Museo del Fungo Porcino.

Nel primo dopoguerra il comune commemorò i propri caduti con un monumento realizzato negli anni Venti del Novecento.

L'autonomia amministrativa fu interrotta durante il fascismo. Con il regio decreto 10 maggio 1928, n. 1181, il comune di Albareto di Borgotaro fu soppresso e aggregato a quello di Borgotaro; contestualmente il comune risultante assunse la denominazione di Borgo Val di Taro. L'aggregazione fu disposta nell'ambito della politica di accorpamento dei comuni minori attuata dal regime.

Seconda guerra mondiale e Resistenza Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'alta Val di Taro divenne una delle aree dell'Appennino parmense interessate dalla Resistenza contro l'occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana. Tra il febbraio 1944 e l'aprile 1945 nel territorio di Albareto operarono formazioni partigiane impegnate nella valle del Gotra e nell'alta valle del Taro.

La partecipazione della popolazione e delle formazioni locali alla guerra di liberazione comportò un rilevante tributo di vittime: nella motivazione della successiva decorazione al valor militare sono ricordati cinquantanove partigiani caduti in combattimento e ventiquattro decorati al valor militare, due dei quali con medaglia d'oro alla memoria.

Il contributo fornito dal territorio alla Resistenza fu successivamente riconosciuto dalla Repubblica con il conferimento al comune della medaglia d'argento al valor militare il 25 febbraio 1999.

Ricostituzione del comune Terminata la seconda guerra mondiale, fu ripristinata l'autonomia amministrativa di Albareto. Con decreto legislativo luogotenenziale 24 gennaio 1946, n. 34, fu disposta la ricostituzione del comune mediante distacco dal territorio di Borgo Val di Taro. Il comune riprese contestualmente la denominazione di Albareto, abbandonando quella di Albareto di Borgotaro utilizzata prima dell'aggregazione.

Nel secondo dopoguerra l'economia locale mantenne uno stretto legame con il patrimonio boschivo dell'alta Val di Taro e con lo sfruttamento delle risorse del sottobosco. Un ruolo particolare assunse progressivamente la valorizzazione del Fungo di Borgotaro, la cui denominazione ottenne nel 1996 il riconoscimento di indicazione geografica protetta. Nel 2022 ad Albareto fu inaugurata, insieme a quella di Borgo Val di Taro, una delle due sedi del Museo del Fungo Porcino.

Simboli

Stemma

Lo stemma fu concesso, insieme al gonfalone, con decreto del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi del 12 agosto 1957.

La composizione riunisce elementi riferiti alla storia e al territorio comunale. Le bande rosse e d'argento derivano dall'arma della famiglia dei Fieschi, signori di Albareto fino al 1574; la mezzaluna richiama invece l'antica diocesi di Luni, alla cui giurisdizione è ricondotta la documentazione medievale relativa al territorio. L'albero costituisce un'arma parlante: è identificato con un pioppo, indicato nella parlata locale con il termine albarèl, riconducibile al latino tardo albarus, «pioppo bianco».

Gonfalone

Il gonfalone, concesso con il medesimo decreto, è costituito da un drappo troncato di bianco e d'azzurro recante lo stemma comunale.

Bandiera

La bandiera è stata concessa con il decreto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella del 23 settembre 2015. Il vessillo riprende lo stemma del 1957 su un drappo partito d'azzurro e di bianco; la concessione è registrata dall'Ufficio onorificenze e araldica della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Onorificenze

Monumenti e luoghi d'interesse Chiesa di Santa Maria Assunta

Società Evoluzione demografica

Geografia antropica Frazioni Bertorella, Boschetto, Buzzò, Cacciarasca, Campi, Case Bosini, Caselle, Case Mazzetta, Case Mirani, Codogno, Folta, Gotra, Il Costello, Lazzarè, Le Moie, Groppo, Montegroppo, Pieve di Campi, Pistoi, Ponte Scodellino, Roncole, San Quirico, Spallavera, Squarci, Tombeto, Torre.

Pieve di Campi prende il nome da una delle più importanti testimonianze dell'arte gotica italiana.

Amministrazione Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Note

Voci correlate Foce dei Tre Confini Riserva naturale regionale dei Ghirardi

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