U+I (Unificato per urbane ed interurbane) è stato un telefono pubblico diffuso in Italia a partire dagli anni 1960.
Era prodotto da numerose aziende su ordine della SIP, che poi lo sostituirà col Rotor.
Storia Le postazioni telefoniche fino agli anni cinquanta Fino agli anni cinquanta le postazioni dei telefoni pubblici non erano numerose; inoltre all'epoca la gestione del servizio telefonico era assegnato a cinque concessionarie, secondo competenza territoriale: STIPEL, TELVE e TIMO (controllate da STET, con un'utenza e una tecnologia su cui erano stati eseguiti maggiori investimenti) e TETI e SET (controllate da IRI), che svilupparono le infrastrutture per le chiamate urbane e interurbane all'interno della propria zona di competenza. Sebbene dal 1958 tutte e cinque fossero passate sotto il controllo di STET, di fatto ogni concessionaria aveva "carta bianca" sulla scelta della tipologica di eventuali apparecchi pubblici, e sui luoghi della loro installazione.
Le postazioni telefoniche disponibili al pubblico erano ubicate quasi esclusivamente presso esercizi commerciali (bar, alberghi, strutture ricettive) o altri impianti di pubblica utilità, comunque legate a un contratto fra il fornitore di servizi (la società telefonica) e il gestore delle strutture. Di conseguenza, i telefoni non erano fruibili senza pagamento di un corrispettivo anticipato o posticipato a un'eventuale cassa o a una figura legata a un tesoriere; trattandosi – in pratica – di telefoni intestati al titolare dell'esercizio. Al di là del costo della chiamata calcolato in base al contascatti o all'uso di una "gettoniera" (alcune concessionarie avevano coniato propri gettoni utilizzabili solo nei loro apparecchi), la possibilità di ottenere la linea per chiamare passava spesso attraverso il centralino del gestore, quindi questi – o il titolare dell'apparecchio – si potevano rifiutare di offrire questo servizio ai non clienti della struttura, o senza che il possibile utente avesse consumato qualcosa; per esempio, se si voleva telefonare da un bar come minimo si doveva anche pagare una tazzina di caffè.
Gli anni sessanta e il primo telefono unificato con i nuovi gettoni All'inizio degli anni sessanta, grazie a una nuova gestione "centralizzata" da parte di STET, in alcune parti d'Italia cominciarono ad essere installati i primi telefoni utilizzabili direttamente dagli utenti con dei nuovi gettoni, coniati nel 1959, e di tipo universale (ovvero utilizzabili in questi nuovi telefoni, in tutta Italia) – inseribili uno per volta – autonomamente. I primi modelli standard di telefono, denominati "prepagato urbano a comando locale" (S119 – dove S stava per circuito della Siemens – in varie versioni contraddistinte da progressive lettere), erano stati ideati da progettisti della IPM (Industria Politecnica Meridionale di Napoli) e, come accadrà per i modelli successivi, prodotti poi anche da altre aziende, fra cui la C3 di Roma. Di forma parallelepipeda, e dimensioni contenute, avevano sul frontale un disco e una tabella, e sul lato sinistro l'aggancio per la cornetta: parti mutuate da quelle dei telefoni domestici, prima in bachelite, poi in plastica. La fessura per i gettoni (che non venivano in alcun caso restituiti) era sul lato superiore. Tali apparecchi potevano effettuare solo brevi chiamate urbane (la tariffa forfettaria era di 5 minuti per gettone) attraverso una procedura farraginosa, indicata sulla targhetta, che permetteva l'inserimento di un solo gettone che cadeva al momento dello stabilirsi della comunicazione. Nel corso della loro esistenza andarono incontro a modifiche, che permisero alle ultime versioni (denominate "a gettone universale per servizio urbano") di sostenere chiamate urbane anche più lunghe inserendo progressivamente, via via, nuovi gettoni. Le chiamate interurbane – soprattutto quelle a lunga distanza, sulle linee gestite da ASST – avevano ancora necessità di un operatore.
Il progetto U+I e le aziende produttrici Quando le concessionarie telefoniche furono assimilate e unificate nella SIP - Società Italiana per l'esercizio telefonico nel 1964, questa, già dopo la metà degli anni sessanta, si preoccupò di rinnovare sia i telefoni posseduti dagli italiani nelle loro case (spesso apparecchi in bachelite, vetusti) che quelli pubblici, sia per rinnovarne il design, che per inserirvi una circuiteria che avrebbe permesso all'utente di effettuare in totale autonomia chiamate sia urbane che interurbane.
Nel primo caso l'operazione – affidata a Lino Saltini e su progetto dalla Sit-Siemens – portò in breve tempo, nel 1962, alla nascita e distribuzione agli abbonati del nuovo apparecchio S62 (prodotto poi anche da FATME e Face Standard, tutti e tre storici fornitori delle ex concessionarie), utilizzato anche come telefono "a scatti" nelle cabine di molti esercizi commerciali.
Nel caso dei telefoni pubblici, l'operazione richiese più tempo. Il compito che la SIP delegò nuovamente alla IPM, infatti, era di concezione innovativa. Dettandone le specifiche tecniche, estetiche e di utilizzo, SIP chiedeva un telefono che dovesse impiegare lo stesso tipo di gettone già in circolazione e ormai diffuso, essere finalmente posizionabile sia in luoghi interni (esercizi commerciali, postazioni ad hoc in hotel, stazioni, aeroporti) e anche in cabine esterne, quindi non più legato agli orari dei locali ed esercizi. Doveva essere a prova di scassinamenti, robusto, in grado di accettare in "deposito" anche più gettoni. Ma, soprattutto, al pari degli apparecchi domestici, l'utente doveva poter effettuare in totale autonomia chiamate sia urbane che interurbane (in teleselezione) senza centralino, come la tecnologia delle reti dell'epoca già permetteva. Un apparato di nuova concezione che rispecchiasse, al pari di altri prodotti, la tipologia di società indipendente e veloce che stava arrivando con gli anni settanta, utilizzabile in libertà ad ogni ora del giorno e della notte, velocemente, e senza vincoli di destinazione.
La IPM progettò quindi il telefono denominato U+I unificato (acronimo per "sistema unificato per chiamate interurbane ed urbane"). Lo U+I sarà prodotto principalmente dalla stessa IPM (Industria Politecnica Meridionale) di Napoli e – come da accordi all'epoca in vigore – anche dalla URMET di Torino, azienda di riferimento della SIP; pochi esemplari furono inizialmente prodotti anche dalla fiorentina Sime Telefonia. Entrò in servizio dalla fine degli anni sessanta – sia per i tempi e costi di progettazione e produzione, che in modo da permettere il recupero dei costi d'investimento dei precedenti apparecchi, in fondo installati solo da pochi anni. Nella sua lunga carriera, i mutamenti – seppure minori – vi furono, sia a livello estetico che a livello di elettromeccanica/elettronica, operando alcune modifiche anche alle schede. Negli anni ottanta l'assemblaggio fu delegato anche alla SIT-Siemens, nel frattempo divenuta Italtel. Le parti furono prodotte da queste aziende e da innumerevoli fornitori terzi (fra le quali la stessa Sime, rimpiazzata poi dalla C.I.V.E. S.p.A., in relazione alle piastre interne e ai componenti da aggiornare, e al ripristino degli apparecchi), e cambiarono nel corso degli anni e in base alle modifiche effettuate a circuiti e meccanica. Se infatti il progetto iniziale era IPM, in base agli accordi dell'epoca, mantenuto anche per il successivo telefono Rotor, le migliorie e gli adeguamenti vari alle evoluzioni delle reti e delle centrali potevano essere anche appaltate o proposte dalla URMET o dalle altre aziende.
Caratteristiche Il telefono U+I fu uno strumento innovativo per l'epoca, essendo dotato di una raccoglitrice a gettoni che permetteva l'inserimento contestuale di diversi pezzi senza dover essere pronti a inserire via via i gettoni a ogni "scatto". Poteva effettuare telefonate urbane e interurbane. Per le chiamate urbane, inizialmente – in alcune zone d'Italia con ancora una tecnologia obsoleta – occorreva una procedura simile a quella del vecchio S119; ragion per cui ai telefoni veniva aggiunto un ulteriore pulsante frontale giallo – posizionato all'interno della parte sinistra, blu, dell'etichetta, con istruzioni appositamente modificate – che azionava un circuito ad hoc, sostituito a parte della scheda dell'U+I. Tale procedura scomparve presto con gli adeguamenti tecnici effettuati anche in tali zone, e gli U+I così dedicati – seppur immutati esteticamente – vennero modificati internamente con la disattivazione dei circuiti aggiuntivi – in modo da funzionare come gli altri. Modifiche erano effettuate anche per gli U+I dedicati a usi speciali, con aggiunta, alterazione (o privazione) di parti o funzioni. Fra i molti, quelli dei pazienti ospedalieri non in grado di deambulare; gli apparecchi erano montati su un carrellino, ribassati per essere facilmente raggiungibili dal letto, e con il cavo della cornetta prolungato e retraibile.
La struttura esterna dell'apparecchio standard, a parallelepipedo, era in metallo zincato – con colori che variavano dal grigio dei primi modelli, a un colore più giallastro o verde, comunque legato anche al lotto e all'azienda produttrice. Il contenitore era composto da una cassa scatolata (che ospitava le piastre e i componenti) saldata al muro attraverso una piastra, mentre il frontale era composto di due sportelli separati, che potevano essere aperti e sfilati dai tecnici.
Sulla cassa, il lato superiore ospitava, in rilievo, la fessura per l'introduzione guidata dei gettoni o delle monete; sul fianco sinistro si trovava, agganciata a un meccanismo a molla, la "cornetta" di plastica, simile a quella del modello Siemens S62. Sempre a sinistra, in alto la serratura per aprire lo sportello superiore e accedere ai circuiti, e in basso quella per aprire lo sportello inferiore ed estrarre la cassetta con i gettoni ingoiati dal telefono.
Lo sportello superiore ospitava la maggior parte dei comandi utili all'utente. In alto al centro vi era il disco combinatore con i numeri – posizionato nella parte frontale alta, al centro – simile a quello dei telefoni casalinghi bigrigio dell'epoca, che, nel suo cerchio interno, a destra, riportava, nei primi modelli, il nome SIP all'interno di un piccolo cerchio, sostituito successivamente da quello dei fornitori, o eliminato in caso di apparecchi revisionati. Alla sinistra del disco si trovava la finestrella con l'indicatore di servizio del telefono (verde/rosso con dicitura di fuori servizio). Sopra – o al lato destro – del disco (in base all'azienda produttrice), il luogo (feritoia o cornice) per la targhetta con il numero telefonico dell'apparecchio, che era abilitato anche a ricevere chiamate. Ancora a fianco, le feritoie per la suoneria del campanello.