Il dialetto triestino (nome nativo dialeto triestin, ) o triestino-giuliano è un dialetto della lingua veneta, parlato nella città di Trieste e, affiancato dallo sloveno, oltre che dalla lingua italiana, in buona parte della provincia di Trieste. Si tratta di un dialetto veneto coloniale, ossia dell'evoluzione di quel veneziano che, come lingua franca, venne impiegato dagli stranieri e dagli italiani di altre regioni affluiti in città, attratti dai vantaggi offerti dall'introduzione del Porto Franco (1719), e che prese gradatamente il posto dell'antico dialetto, il tergestino, di origine retoromanza, dunque affine a friulano, ladino e romancio.

Storia Fino agli inizi dell'800 a Trieste si parlò il tergestino: un dialetto romanzo affine al friulano, con il quale il veneziano coloniale ha convissuto per secoli per poi soppiantarlo. Fin dall'Età moderna Trieste era linguisticamente circondata dall'arcaica enclave veneta dei dialetti bisiaco e gradese a nord-ovest, dalla fascia di dialetti sloveni del Carso, dal ladino muglisano e dall'istroveneto del Capodistriano a sud.

Lo sviluppo della nuova città ebbe come conseguenza l'immigrazione di persone venute dal bacino del Mediterraneo e dall'Impero Asburgico. Una parte consistente di popolazione immigrata proveniva dal Friuli, dal Veneto, dall'Istria e dalla Dalmazia. Fu in questo momento che si affermò il veneziano coloniale, da cui poi il triestino, e scomparve il tergestino. Le ipotesi degli studiosi su questo processo di sostituzione linguistica sono varie. Il "veneto comune" nella variante veneziana, nota in tutto l'Adriatico orientale e nel Mediterraneo orientale fino a Cipro, che Venezia utilizzava come lingua "franca", potrebbe essere stato scelto come koinè linguistica tra popoli di etnie diverse, oppure potrebbe essere stato il dialetto dominante degli immigrati.

Il dialetto triestino si differenziò in parte dai dialetti parlati nel territorio corrispondente all'attuale Veneto nei secoli successivi, assimilando - in modo simile all'istroveneto, al veneto fiumano e al veneto dalmato - vocaboli e forme dei popoli di quelle zone o in relazione con quelle zone, in modo particolare slavi e tedeschi. La vitalità del dialetto triestino emerge anche da alcune affermazioni dello scrittore Italo Svevo nel romanzo La coscienza di Zeno:

Anche James Joyce durante la sua permanenza a Trieste all'inizio del Novecento imparò a parlare e a scrivere in dialetto triestino. Di ciò sono testimonianza alcune delle sue lettere a Svevo. Attualmente il triestino si è limitatamente ridotto per diffusione, ed è conosciuto da quasi tutte le persone originarie della provincia o ivi residenti da lungo tempo. A questo proposito contribuisce forse la sua relativa somiglianza alla lingua italiana, che negli ultimi decenni si è andata progressivamente intensificando. Nella provincia di Trieste il triestino rimane, in ogni caso, il dialetto di relazione privilegiata, anche fra estranei di differente condizione sociale, e in città è tuttora molto vitale. Esiste un certo numero di opere teatrali, poetiche o letterarie scritte in triestino, molte delle quali sono opera di Virgilio Giotti e Carpinteri & Faraguna. Inoltre si deve ricordare Nereo Zeper, che ha tradotto La Divina Commedia di Dante Alighieri in triestino.

Classificazione Il triestino è uno dei dialetti coloniali della lingua veneta.

Distribuzione geografica Il dialetto triestino è parlato nella città di Trieste e in tutta la sua provincia storica. Nei comuni del Carso di lingua slovena è usato come lingua veicolare assieme alla lingua slovena, come pure nelle zone confinarie della Slovenia. Il triestino ha da tempo esteso la sua influenza sul dialetto veneto usato a Gorizia - benché questo presenti più cospicue influenze dal dialetto bisiaco - sullo stesso dialetto bisiaco, che ha quasi sostituito a Monfalcone e in qualche altro centro urbano minore, e pure sull'attuale istroveneto e sul fiumano. Inoltre il triestino è parlato, come lingua veicolare in subordine al friulano, anche in comuni friulani (Aquileia, Fiumicello-Villa Vicentina ecc.) confinanti con l'area venetofona, e a Grado.

Vanno infine segnalati i numerosi triestini emigrati all'estero nella seconda metà del '900, presso le cui comunità, in particolare per le generazioni più anziane, si registra un notevole grado di conservazione del dialetto nativo in ambito familiare (con l'interessante peculiarità che il dialetto da loro utilizzato si mantiene ancor oggi nella forma in cui era all'epoca della loro partenza, non avendo essi recepito e partecipato all'evoluzione e alle contaminazioni più recenti).

Fonologia

Il triestino presenta cinque vocali fonologicamente distintive: /i/, /e/, /a/, /o/, /u/. A livello fonetico il grado di apertura delle vocali medie può variare, senza che ciò abbia valore fonologicamente distintivo. Le /e/ e le /o/ atone sono sempre aperte ([ɛ], [ɔ]). Se toniche, possono essere aperte o chiuse senza essere fonologicamente distintive

Le consonanti fonologiche sono: le occlusive /b/, /p/, /d/, /t/, /g/, /k/ le fricative /z/, /s/, /v/, /f/ le affricate /t͡ʃ/, /t͡s/, /d͡z/ le nasali /m/, /n/, /ɲ/ la laterale /l/ la vibrante /r/

A livello fonetico vanno aggiunti la nasale velare (che si ha per assimilazione davanti a consonante velare) e la laterale approssimante palatalizzata (che è un allofono della laterale alveolare).

Il triestino non ha consonanti geminate. La grafia “ss” non indica una consonante geminata ma la fricativa alveolare sorda in posizione intervocalica.

Grammatica La grammatica del triestino è accuratamente descritta in una serie di studi linguistici (vedi bibliografia). Alcuni suoi aspetti:

tendenza a sostituire il congiuntivo con il condizionale e viceversa. Per esempio sono considerate corrette sia la frase se fussi libero, ‘nderia de sicuro (se fossi libero, ci andrei di sicuro), sia la frase se saria libero, ‘ndassi de sicuro, come pure addirittura, se saria libero, ‘nderia de sicuro. La coniugazione del verbo esser indicativo presente mi son ti te son lu (el) xe / ela (la) xe noi semo voi sè lori (i) xe / lore (le) xe indicativo imperfetto: mi iero ti te ieri lu (el) iera / ela (la) iera noi(altri) ierimo voi(altri) ieri lori (i) iera / lore (le) iera la coniugazione del verbo (g)aver indicativo presente mi go ti te ga lu (el) ga / ela (la) ga noi(altri) gavemo voi(altri) gavè lori (i) ga / lore (le) ga indicativo imperfetto mi gavevo ti te gavevi lu (el) gaveva / ela (la) gaveva noi(altri) gavevimo voi(altri) gavevi lori (i) gaveva / lore (le) gavevaV. in Bibliografia - Grammatica del Dialetto Triestino

Vocabolario Il lessico del triestino è in maggior parte di origine latina. Tuttavia presenta influenze di altre lingue, soprattutto dello sloveno, del croato e del tedesco. Sono presenti anche parole derivate dal greco moderno a causa della presenza storica di una comunità greca nella città.

Nella tabella seguente si riportano alcuni esempi di parole triestine di varia origine.Il Nuovo Doria - M. Doria - N. Zeper - Trieste 2012 Viene segnato, ma a titolo solamente indicativo, anche l'accento tonico.

Dialetto significato in italiano origine Armeròn armadio accrescitivo di 'armer' (v.) Armèr cassettone dal latino ARMARIU(M), 'cassa dove si tengono le armi'.Bagolarandare in giro senza metaprobabilmente un verbo denominale dal latino VAGULU(M) 'vagabondo'. (Un) bic' [bit͡ʃ] (un) pochino utilizzato solo nella locuzione un bic. Dal ted. Bisschen 'un pochino' (letter. 'un piccolo morso'); meno probab. dall'inglese a bit. |- | Bìsniz, bisnìz, bìsnis | pateracchio, intrallazzo | plur. bisnìzi. Dall'inglese business ['biznis] 'affare, lavoro, occupazione', probabilmente risalente al periodo di occupazione alleata alla fine della seconda guerra mondiale, o anche più tardi |- | Bòro| moneta, soldo | da un antico *borro 'oggetto rotondo'. |- | Brisiòla| braciola di maiale, cotoletta | dal latino *BRASIATA(M), cotta sulla brace. |- | Bubez| garzone | dal tedesco der Bube, che significa 'giovane', 'ragazzo' o 'monello', tramite lo sloveno bubec ['bubɛ/t͡s/]. |- | Carèga| sedia | da *'catreda', metatesi del latino CATHEDRA(M). |- | Chèba| gabbia | dal latino CAVEA(M). |- | Chez| cacciata, licenziamento | dar el chez = cacciare, mandare via, allontanare, congedare. O dal tedesco dialettale gehe z(um Teufel), 'va al diavolo!' o dallo sloveno kec [kɛt͡s], interiezione per scacciare il gatto, che però potrebbe essere un prestito dal ted. hetzen 'aizzare, istigare'. Più fondata parrebbe la derivazione dal tedesco dialettale meridionale gehtz! (geht's!), letteralmente 'andiamo!', ordine assai comune per lo scioglimento dei ranghi tra le truppe austro-ungariche.senza fonte |- | Cìsto| privo di denaro, in miseria, scadente | dallo sloveno o croato čist [t͡ʃist], 'pulito' |- | Cocàl| gabbiano | probabilmente dal greco kaukalìas (uccello non identificato). |- | Còfe| matto; stupido, incosciente | dal tedesco Kopfweh, 'mal di testa, male alla testa'. Sembra che il termine risalga alla prima guerra mondiale e si riferisca ai soldati scartati alla visita di leva in quanto malati di mente. |- | Flìca| soldo, moneta | dal ted. Flicken 'rattoppo, cencio', in quanto durante le guerre del Risorgimento l'Austria era solita sostituire le monete metalliche con buoni di carta che si riducevano ben presto a brandelli |- | Flòsca| schiaffo, scapaccione | dal tedesco viennese Flazka, 'schiaffo' |- | Clùca| maniglia | dal croato e sloveno kljuka ['kλuka], 'maniglia' |- | Màre| mamma | voce veneta dal latino MATRE(M) |- | Mlècherza - Mlècarza| lattaia | dallo sloveno mlekarica ['mlɛkart͡sa], con lo stesso significato. Reliquia dei tempi in cui il latte veniva venduto in città da donne provenienti dal vicino contado massicciamente slovenofono. |- | Mùlza| sanguinaccio, grasso adiposo sui fianchi (maniglie dell'amore) | dal dialetto sloveno del Carso mulca ['mult͡sa] 'sanguinaccio' |- | Mùlo/a| ragazzo/a