Di bassa statura (da cui il diminutivo nel nome), per la sua specializzazione in affreschi di facciate e in decorazioni a grottesche fu chiamato anche con altri soprannomi, come Bernardino delle Grottesche, Bernardino delle Facciate o Bernardino delle Muse. Il soprannome "Poccetti" con cui è più noto pare derivi, invece, dalla sua abitudine a "pocciare" (letteralmente succhiare, per traslazione "bere") nelle osterie.

Fu un prolifico pittore di affreschi, attivo in Toscana, per lo più a Firenze, che lasciò invece poche e spesso qualitativamente inferiori opere a olio.

Biografia Origini e apprendistato Nacque a Firenze nel "popolo" di San Pier Gattolino, figlio di Bartolomeo, pentolaio nativo di Marino presso San GimignanoBernardino Poccetti nel IV centenario della morte, articolo su La SS. Annunziata, n. 5 , settembre/ottobre 2012.. Rimasto orfano di padre in tenera età, quando la madre, monna Lucia, si risposò col tessitore di lino Pietro Ciardi, egli rimase a vivere con la nonna paterna in condizioni di povertà.

Compì il suo apprendistato nella bottega di Michele Tosini, il quale l'avrebbe preso come apprendista dopo essere rimasto colpito dal suo buon disegnare a carbone sul muro di una chiesa. Aveva circa sette anni. Tra gli aneddoti legati alla sua infanzia, uno ricorda come il maestro, "da cui fu sempre riguardato ed amato come figliolo"Elogio, gli avrebbe chiesto di copiare un occhio nel lasso di tempo in cui lui, Michele, eseguiva una pittura da sopra una scala di legno; Bernardino, invece di eseguire la richiesta, dipinse il pittore stesso, l'opera e la scala, con proporzioni così ben eseguite che stupì il maestro.

Più che allo stile tradizionale di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, Bernardino dovette interessarsi in quegli anni alle decorazioni che Giorgio Vasari e la sua numerosa bottega portavano avanti, tra il 1565 e il 1570 circa, dentro palazzo Vecchio, in particolare nel primo cortile e nel ricetto tra la Sala dei 200 e il Salone del 500. I primi lavori dell'artista dovettero essere essenzialmente grottesche, genere allora molto in voga nel quale gli assistenti di Vasari (in particolare Cristofano Gherardi e il Poppi) andavano raggiungendo esiti particolarmente briosi e raffinati anche nel cantiere di palazzo Vecchio. Scrisse il Baldinucci che non sappiamo se il Poccetti fu spinto verso tale genere per inclinazione personale o per le buone prospettive di impiego; in ogni caso tale specializzazione giovanile influenzò anche la sua produzione figurata matura, all'insegna di un gusto spiccatamente decorativo e fastoso.

Si sposò con monna Lucrezia, nata nel 1560, dalla quale ebbe un figlio che morì da piccolo.

Pittore di grottesche e facciate

Nel 1570 si iscrisse nell'Accademia del Disegno, passo necessario per mettersi in proprio. Da quest'anno circa, fino grossomodo al 1580, l'artista si specializzò nella pittura di facciate, attività da cui gli derivarono i soprannomi "delle Facciate", "delle Grottesche" o "delle Muse". La sua prima opera documentata risale comunque al 1574, anno in cui aprì una bottega in via del Palagio (oggi il tratto più a ovest di via Ghibellina).

In questa iniziale attività di pittore di grottesche e di decoratore a graffito fu al seguito di Bernardo Buontalenti, col quale condivise gli studi di architettura e prospettiva. Fu così chiamato a decorare alcune facciate in palazzi progettati dal Buontalenti, compresa un'opera per l'amico e collega stesso, la facciata della sua casa in via Maggio, che doveva anche dare all'epoca un saggio delle proprie abilità, attirando la ricca committenza fiorentina. Dipinse inoltre la volta della grotta nel giardino di Boboli.

Di quell'epoca restano essenzialmente le sole facciate del palazzo di Bianca Cappello, in larga parte conservatasi miracolosamente nelle forme cinquecentesche, quella del Palazzo Benci, quella del palazzo Ramirez de Montalvo, mentre numerosi lavori sono da tempo perduti: oltre alla casa di Bernardo Buontalenti, la casa Pitti in via Santo Spirito, la casa Compagni in via del Parione, ecc.

Sempre il Baldinucci riportò come il Poccetti amasse inserire in quel periodo tra le grottesche figure di proporzioni più grandi, dimostrando già in queste fasi una vocazione per la pittura più ampiamente figurativa. In particolare, sulla facciata della casa di Niccolò Compagni (distrutta nel Seicento per far spazio al palazzo Corsini al Parione) dipinse Nove Muse che riscossero uno straordinario successo nell'ambiente fiorentino.

Il viaggio a Roma Negli anni 1579-1580 dovette essere incoraggiato a intraprendere un viaggio a Roma che, per quanto breve, fu di fondamentale importanza, tanto che al ritorno fu "tanto mutato da quel di prima", come scrisse il Baldinucci.

Alloggiato a casa Chigi, poté vedere direttamente gli affreschi di Raffaello e dei suoi allievi, che studiò con intenso accanimento: per non distrarsi si era chiuso a chiave nella stanza in cui alloggiava, ricevendo il cibo da una ruota. Riscoprendo il primo classicismo dell'Urbinate, si orientò verso un superamento dell'ultima maniera fiorentina e romana, ormai divenuta di sterile accademismo, inserendosi in una corrente "purista" che in quegli stessi anni contava già Santi di Tito, Mirabello Cavalori e Girolamo Macchietti.

In particolare con gli ultimi due condivise uno spettro di artisti ispiratori più ampio, che comprendeva le soluzioni spaziali di Fra Bartolomeo e Andrea del Sarto, nonché la cromia chiara e la fecondità inventiva di Federico Zuccari; personalmente poi non rinnegò la libertà nelle articolazioni delle figure dei primi manieristi fiorentini (Pontormo, Rosso Fiorentino), né il senso scenografico dei più vicini Salviati e Vasari. Ne derivò uno stile vivace, a tratti pittoresco, fluido ma ricco anche di dettagli secondari, presentati con ugual risalto a quelli primari, capace di creare fastosi insiemi, movimentati nella linea e ricchissimi dal punto di vista cromatico.

Rientro a Firenze

Rientrato a Firenze non si occupò più di decorazioni di facciate di palazzi e iniziò a competere con i maggiori pittori fiorentini contemporanei. Aveva il vantaggio di possedere una notevole abilità tecnica, che gli permetteva di finire rapidamente le commissioni e, tenendo onestamente conto del tempo impiegato, non pretendeva alte remunerazioni, garantendosi una vasta committenza, religiosa e laica, pubblica e privata, che è all'origine dell'ingente quantità di sue pitture pervenuteci, a Firenze e nelle zone limitrofe.

Nel 1580, appena rientrato da Roma, si dedicò con altri pittori a un primo ciclo storico-narrativo, in sei lunette, con le Storie di san Domenico nel chiostro grande di Santa Maria Novella. Generosamente offerte per il convento domenicano da Ludovico Capponi juniore (il cui stemma si vede assieme a quello della moglie Margherita Vettori), furono seguite dalla decorazione di soffitto e pareti di un grande salone nel palazzo del Capponi (1583-1586), in cui si trovano motivi quattrocenteschi (soprattutto lunette con le imprese di Casa Capponi) uniti a motivi più liberi e moderni, come la spartizione della volta non estranea ad echi michelangioleschi.

Nel contempo si registrarono affreschi nel convento di Monticelli (1582, perduti), nella compagnia della Santissima Annunziata (1585-1590, con altri, mostrano la sua conoscenza delle incisioni del Dürer), in Santa Felicita (1589, Miracolo della Neve nella cappella Canigiani).

Maturità artistica

Le Storie di san Bruno nella cappella maggiore della chiesa della certosa del Galluzzo (1592-1593) mostrano la raggiunta pienezza dei mezzi di frescante, in cui si ritrovano spunti arcaistici innestati con le trovate del manierismo. Alla Certosa lavorò a più riprese dal 1590 (volta dei Quattro Dottori della Chiesa), poi nel 1597-98 (decorazione della cappella delle Reliquie), nel 1602 (olio con Tobia) e nel 1607 (piccolo affresco della Trinità). In questo periodo si notano anche spunti di vivace naturalismo, soprattutto nei ritratti.

Gli anni novanta del Cinquecento e il primo decennio del Seicento furono molto intensi. Diventato l'agiografo prediletto dei certosini, realizzò le decorazioni, oltre che a Firenze, anche nelle certose di Siena (vasto ciclo di affreschi, 1596, e unUltima Cena nel refettorio, 1597, assieme alle Storie di san Brunone provenienti dal chiostro principale) e di Pisa (Ultima Cena nel refettorio, 1598). In queste opere si nota l'adesione alle esigenze di propaganda devozionale propugnate dalla Controriforma, con un linguaggio pittorico chiaro e popolare.

Nel 1598 si avvicinò inoltre all'ordine Servita, con la decorazione delle cappelle della Madonna del Soccorso e di Sant'Ignazio nella chiesa della Santissima Annunziata a Firenze.

Nel 1599 lavorò alla cappella di Santa Maria del Giglio presso l'allora chiesa del Cestello (oggi Santa Maria Maddalena de' Pazzi), in cui spicca lIncoronazione della Vergine tra le schiere di santi, dove dimostrò di padroneggiare la disposizione ampia e disinvolta delle figure, caratterizzate da scioltezza e grandiosità, con panneggi morbidi che richiamano Andrea del Sarto e i senesi Vanni e Salimbeni.

Altre opere sul finire del secolo furono l'affresco con la Vergine tra la Maddalena e San Giovanni nella chiesa di Santa Monaca, la tela di Sant'Andrea Corsini che sulla porta di Avignone libera cieco, la tavola dellAnnunciazione e l'affresco del Sacrificio di Elia (1600) nel convento del Carmine (in cui ritrasse sé stesso, la moglie Lucrezia, il figlioletto morto qualche anno dopo, e la suocera). Proprio mentre dipingeva la tela del miracolo di sant'Andrea ebbe un colpo apoplettico, da cui fu "liberato" grazie all'intercessione del santo. Il suo fu uno dei miracoli portati nel processo canonico per la canonizzazione di Andrea Corsini: nei documenti ne resta la testimonianza, assieme a quella della moglie Lucrezia, che aveva pure ricevuto numerose grazie.

Il nuovo secolo

Nel successivo decennio continuò ininterrotta la lunga serie di lavori a Firenze e dintorni. Nel 1601 affrescò nove lunette del chiostro della Sagrestia della chiesa di Santa Maria degli Angeli, nel 1601-1602 lavorò a una parte delle lunette con Storie di sant'Antonino nel chiostro principale del convento di San Marco, nel 1603 le Storie della famiglia Usimbardi (già nel palazzo presso il ponte Vecchio, distrutto nel 1944), nel 1604 le lunette del chiostro dei Morti nella Santissima Annunziata e la decorazione della cappella Pucci, nello stesso anno una Cena nel refettorio della Badia a Ripoli, nel 1606 la Cappella Strozzi in Santa Trinita.

All'Annunziata in particolare, tra le quattordici lunette che dipinse, fu particolarmente celebrata quella dell'"Affogata" (oggi una delle più rovinate), per la quale il vescovo Alessandro Marzi Medici inviò all'artista 25 piastre nuove su una guantiera d'argento (un vassoio). Bernardino però restituì la guantiera non sapendo che farsene, così come respingeva le somme offertegli se non credeva di essersele meritate.

Tra le opere fuori Firenze, oltre a quelle già ricordate nelle certose di Siena e Pisa, le Storie di santi nel chiostro di Santa Maria dei Servi a Pistoia (1601-1602), la tavola dellAndata al Calvario del Museo d'arte medievale e moderna e lUltima Cena di Casa Vasari.

Non aveva nel frattempo abbandonato la pratica della grottesca, in cui diede prova di un'abile capacità grafica: ne sono esempio alcune volte del primo corridoio degli Uffizi, o nel bagno della villa medicea di Artimino. In quest'ultima opera la vena macchiettistica e popolaresca si fonde con un gran numero di riferimenti culturali, dall'ambiente artistico locale e all'antico, dalla natura e la vita quotidiana ai primi esempi di pittura di genere fiamminga, con notevoli capacità di riprodurre illusoriamente i materiali più disparati, dalle sete ai marmi, alle boiserie.

Nella decorazione della cupola della chiesa di Santa Apollonia si riconosce l'influsso della pittura di Federico Barocci.