Il fu un importante organo amministrativo del governo del Giappone dal 1949 al 2001, anno in cui fu riorganizzato e rinominato Ministero dell'economia, del commercio e dell'industria (METI).
Funzioni e organizzazione Il Ministero del commercio internazionale e dell'industria è considerato l'istituzione che detenne il massimo potere nell'ambito delle politiche economico-industriali durante il secondo dopoguerra in Giappone, sebbene non adottò mai modalità di intervento comparabili al dirigismo statale, mantenendo dunque un sistema economico basato sul capitalismo. Sin dalla sua nascita, le funzioni del MITI riguardarono:
Ristrutturazione di settori industriali in crisi; Politica tecnologica (attraverso la promozione dell'innovazione e dell'introduzione di know-how nelle piccole e medie imprese); Politica commerciale, in particolare rivolta verso l'estero; Politica energetica.
Inoltre, a partire dagli anni Settanta, si occupò anche di politiche di tutela ambientale.Kazukiyo Higuchi, Corrado Molteni, Lo sviluppo economico del Giappone e il ruolo del MITI, Milano, EGEA, 1996, p. 6
Il MITI era strutturato in Direzioni generali tra cui alcune controllavano orizzontalmente tutti i settori di cui era composto il Ministero, come ad esempio l' e altre che invece detenevano l'autorità su divisioni specifiche, le cosiddette . Questa struttura costituiva un sistema bilanciato di controlli reciproci tra i diversi settori.Daniel I. Okimoto, Between MITI and the Market. Japanese Industrial Policy for High Technology, Stanford University Press, Stanford, California, 1989, p. 115.
Storia Creazione Nel 1949 il generale MacArthur, che con il suo ruolo di Comandante supremo delle forze alleate aveva avuto, fino a quel momento, un ruolo di primo piano nell'amministrazione del Giappone occupato militarmente, avviò un iniziale trasferimento di alcuni dei suoi poteri al governo giapponese in vista del trattato di pace che era in corso di preparazione. MacArthur e il suo staff (acronimo inglese SCAP), infatti, pilotarono gran parte delle scelte economico-politiche durante l'immediato dopoguerra, tra cui lo smantellamento degli zaibatsu (1945), nonché quella dei primi sindacati legittimati dal governo, la riforma agraria e quella del mercato del lavoro, così come l'approvazione della nel 1947. Questo potere derivava dagli accordi riguardanti le modalità in cui si sarebbe svolta l'occupazione: a livello economico le forze Alleate avevano il diritto di esercitare un controllo capillare sull'import-export giapponese, così come su tutte le transazioni finanziarie verso l'estero.Chalmers Johnson, MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy, 1925-1975, Stanford University Press, Stanford, California, 1982. Dopo essere arrivato alla conclusione, nel 1948, che fosse necessario un cambio di passo per permettere la ripresa dell'economia e soprattutto incentivare il transito verso l'autosufficienza del Giappone, MacArthur fece pervenire al governo presieduto da Shigeru Yoshida, da poco insediatosi (15 ottobre 1948), il suo Piano per la stabilizzazione economica (Economic Stabilization Plan) in nove punti, tra i quali i principali erano l'aumento della produzione, la lotta all'evasione fiscale e il rafforzamento dei controlli sul commercio estero, tutte misure di cui il governo giapponese avrebbe dovuto assumersi la piena responsabilità, sia riguardo all'elaborazione di politiche dettagliate per la loro attuazione, sia riguardo alla loro riuscita, soprattutto rispetto agli effetti che esse avrebbero avuto sulla popolazione.Chalmers Johnson, op. cit.. Nonostante la piena responsabilità che l'amministrazione giapponese avrebbe dovuto assumersi, gli Stati Uniti si impegnarono a dare direttive principalmente nella persona del banchiere Joseph Morrell Dodge, già consulente finanziario del generale Lucius D. Clay in Germania, che arrivò in Giappone nel febbraio del 1949, insieme ad un gruppo che avrebbe invece lavorato ad una riforma fiscale, capeggiato da Carl Shoup. La decisione più importante che Dodge fece prendere al governo, con il piano che prese il suo nome (“piano Dodge”), fu la fissazione del tasso di cambio a 360 ¥ per dollaro e il taglio del tasso d'inflazione attraverso una rigida riduzione della domanda interna, con un metodo definito da alcuni come una , che consisteva principalmente nel taglio dei salari o nel licenziamento dei lavoratori.Laura Elizabeth Hein, Fueling Growth: The Energy Revolution and Economic Policy in Postwar Japan. Harvard University Asia Center, Cambridge, Massachusetts, 1990.
Nel frattempo il governo, senza consultare Dodge, aveva invece deciso di dare attuazione al piano economico di MacArthur a suo modo, abolendo il che a sua volta aveva assorbito il vecchio , quest'ultimo retaggio del tempo di guerra; venne inoltre soppresso il , un'agenzia governativa creata per ordine dello SCAP nel 1945 per la gestione delle merci che lo stesso Comando supremo importava in Giappone. Le funzioni di questi apparati di governo vennero quindi riunite in una nuova istituzione: il Ministero del commercio internazionale e dell'industria. Heitarō Inagaki, ultimo titolare del Ministero del commercio e dell'industria, fu anche il primo ministro del MITI. Il nuovo ministero assunse come una priorità lo sviluppo del commercio estero, e non solo della produzione industriale, a differenza del vecchio Ministero del Commercio e Industria che negli anni tra la fine della guerra e ila sua dissoluzione aveva messo le esportazioni nettamente in secondo piano.
Il trasferimento dei poteri, a livello economico, dal Comando supremo al governo giapponese si avviò intanto verso la conclusione, con la spinta del primo in direzione dell'approvazione della , promulgata il 1º dicembre 1949, attraverso la quale si sarebbe esercitato un controllo sulle acquisizioni di valuta straniera derivanti dalle esportazioni. Sebbene il Comando Supremo avesse dato a questa legge solo un valore temporaneo, ovvero finché non fosse riuscita a proteggere la bilancia dei pagamenti verso l'estero, essa si rivelò uno strumento di controllo industriale importante per il MITILeon Hollerman, Japan’s Dependency on the World Economy: The Approach Toward Economic Liberalization. Princeton University Press, Princeton, 1967., e per questo rimase in vigore per i successivi trent'anni, anche se non con la stessa efficacia dei primi anni dalla sua promulgazione. In generale, nonostante l'esteso campo d'azione che l'amministrazione centrale aveva a disposizione in campo economico-industriale, il forte intervento governativo nelle questioni economiche del Paese dal dopoguerra in poi non si tramutò mai in un sistema dirigista, che gli stessi politici rigettavano: un sistema dirigista avrebbe nazionalizzato industrie chiave ritenute in difficoltà, ma in Giappone questo non accadde; l'intervento statale assunse al massimo la forma di incentivi agli investimenti di capitali nei settori industriali che il governo riteneva basilari.
Guerra di Corea
Durante il Piano Dodge vennero gettate le basi per il sistema che avrebbe sostenuto l'elevata crescita economica degli anni successivi. Il suddetto piano aveva fermato l'inflazione, seppur con pesanti conseguenze sulla debole ripresa che era stata avviata grazie alla priorità data alla produzione industriale negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. L'evento che avviò stabilmente il sistema economico del Giappone verso una fase di espansione fu la guerra di Corea: analogamente a quanto era avvenuto durante la prima guerra mondiale, il Giappone poté giovare dello sforzo bellico dei suoi alleati per aumentare il proprio PIL, grazie alle richieste delle forze militari dell'ONU, e soprattutto di quelle americane, che oltre a sfruttare il Giappone come base logistica, richiesero forniture militari durante i tre anni del conflitto. I profitti delle imprese che risultarono da questo sforzo produttivo si avvicinò ai due miliardi e mezzo di dollari, per la precisione 2,37 miliardi, e sommati alle spese effettuate dalle truppe statunitensi in Giappone, queste costituirono il 37% del totale del commercio estero tra il 1952 e il 1953, e continuarono a generare profitto ancora nel biennio 1959-60 (11%).Chalmers Johnson, op. cit., p. 200. Fu il MITI a supervisionare questa produzione, per fare in modo che i profitti venissero investiti in industrie essenziali. Il lato negativo di questa intensa domanda era dato dai ritardi nella riscossione dei crediti, aspetto che portò all'adozione di misure preventive come la costituzione di un sistema di banche cittadine e di banche prestatrici di ultima istanza, tra cui spiccava la , che divenne uno dei principali strumenti di attuazione della politica industriale nelle mani del MITI: essa infatti, attraverso il diritto di scegliere a quali industrie concedere prestiti, aveva la possibilità di guidare gli investimenti. Le industrie scelte dalla JDB furono infatti frutto di una selezione di tipo strategico: vennero favorite le aziende produttrici di energia elettrica, navi, carbone e acciaio.