La lucina è un romanzo di Antonio Moresco pubblicato nel 2013.

Trama Il protagonista, del quale non viene mai citato il nome, si ritira a vivere in montagna in un borgo completamente abbandonato. “Sono venuto qui per sparire” è la prima riga del romanzo. La natura che lo circonda ha qualcosa di misterioso, animali e piante sembrano ignorare la sua presenza, agiscono unicamente in base al proprio istinto.

Una notte l'uomo vede sulla montagna di fronte a sé una lucina che perfora il buio, ma non ricorda di avere mai notato un edificio. Il giorno dopo, alla luce del sole, non riesce a individuare la fonte. Quando scende al paese per la spesa, domanda delucidazioni al negoziante, secondo il quale nessuno più abita nel luogo da lui indicato. Lo rimanda a un esperto di avvistamenti di UFO, lui si reca a trovarlo piuttosto scettico; infatti l'uomo, un albanese, si limita a registrare su una mappa di avvistamenti il punto in cui lui ha visto la lucina.

Il protagonista si mette alla ricerca da solo, percorrendo in auto un sentiero sulla montagna fino ad arrivare a una casa isolata nel bosco, dove vede un bambino. Nessuno in paese sembra saperne nulla. Il protagonista torna ancora, e riesce a scoprire che il bambino vive da solo senza genitori, e che è lui ad accendere ogni notte la luce che si vede dall'altra parte del monte. Finalmente il bambino lo fa entrare in casa, dove può constatare che effettivamente vive da solo e fa tutto da sé, dal bucato, alle pulizie alla cucina. Inoltre, la sera frequenta anche la scuola.

In paese, tuttavia, escludono che esista una scuola serale. Una notte, il protagonista si apposta fuori dall'edificio e riconosce il bambino che esce insieme agli altri con la sua cartella. Tornato a casa sua lo affronta ed ottiene una confessione: il bambino è morto. Tutti i bambini della scuola serale sono bambini morti.

Il piccolo è stanco perché lavora troppo, sta facendo le pulizie nella casa vicino alla propria; deve prepararla per l'arrivo del protagonista.

Personaggi Il protagonista Nessuno dei personaggi del romanzo ha un nome. Il protagonista si presenta con una dichiarazione lapidaria: “sono venuto qui per sparire” (p. 9). Non sarà dato sapere al lettore da cosa o da chi egli desideri sparire. Il protagonista possiede le stesse caratteristiche di altri personaggi dell'autore, come il fuggiasco del racconto Clandestinità o il protagonista del romanzo Gli incendiati. I personaggi delle opere di Antonio Moresco sono infatti spesso uomini o donne che si perdono volontariamente nelle periferie delle grandi città o ai margini della civiltà, in un luogo disabitato e per molti versi inospitale, seppure bellissimo per la natura incontaminata che vi predomina. Nel caso de La lucina il desiderio di dissoluzione dell'uomo è sublimato dalla solitudine del luogo e dalla povertà della casetta dove egli abita, senza nessuno dei comfort del mondo civile, della città, tranne che per la luce elettrica, che illumina anche la casetta del bambino. Il protagonista scorge, al di là della valle che divide due colli, il tenue chiarore che da essa promana nel buio assoluto.

Il bambino Egli si presenta “in calzoncini corti, con la testa rasata, in una cucina“ (p. 63). Per sua stessa ammissione, il bambino è morto suicida. Vive da solo, nella casa della lucina, si lava il bucato a mano, le lenzuola nelle quali di notte fa ancora la pipì, e va alla scuola serale, con altri bambini morti che lo hanno soprannominato Stucco, per via della sua abitudine di mangiare lo stucco che fissa i vetri delle finestre della scuola. Il maestro lo punisce continuamente perché “non capisce niente“ e gli dà brutti voti, fino allo zero. Il bambino lascia intendere che tutte queste umiliazioni sono state la causa del suo suicidio, anche se non lo dice esplicitamente.

Il paesaggio Ne La lucina, il paesaggio si identifica con un bosco lussureggiante fino all'eccesso, nel quale muschio, licheni, piante di ogni genere continuano incessantemente ad avanzare e ad inghiottire e cancellare le tracce dell'esistenza umana, ruderi, muri, viottoli e sentieri, nutrendosi quasi cannibalescamente di se stesse.

Gli animali Anche gli animali ne La lucina interagiscono con silenzi e parole con il protagonista. Le rondini si mostrano come “folli frecce che però non volano come frecce, strappano, si conficcano, invertono improvvisamente direzione, gridano" (p. 83), apparendo, anche con le loro frasi bislacche, creature schizofreniche in preda a uno stato mentale di agitazione. Durante il racconto vengono descritte mute di cani silenziosi o abbaianti, volpi, tassi, lucciole, farfalle. Tutti questi esseri sono estremamente eloquenti nelle loro mosse, nelle esitazioni e nelle fughe e sono sempre capaci di parlare senza parole e di evocare sentimenti fortissimi, contribuendo alla rappresentazione di situazioni ironiche e tragiche.

Gli abitanti del borgo Il piccolo borgo a valle della casa del protagonista è abitato da alcuni esseri umani. Si tratta di personaggi minori: il bidello della scuola serale, anche lui morto, ma che è voluto tornare alla sua occupazione di un'intera vita, la titolare del piccolo negozio di generi alimentari; il bovaro, cercatore di ufo; i vecchi del paese; una donna araba velata che lavora nei campi. Tutti questi personaggi rappresentano un'umanità ridotta ai minimi termini, inerte, rinunciataria, immobile e soggiogata dalla prepotente supremazia della natura circostante.

Tematiche

Il rapporto con la natura Farfalle, rondini, cani e animali selvatici, ma anche microorganismi, talvolta assediano, invadono e soverchiano letteralmente gli ambienti o i personaggi de La lucina fino a diventare l'io narrante e rappresentano una realtà primordiale più antica e più longeva dell'uomo stesso. Le rondini colpiscono l'attenzione del protagonista con i loro insoliti e folli voli, che egli vede come manifestazioni di una totale mancanza di razionalità e addirittura di senso, tipica delle malattie mentali come la schizofrenia. Esse si rivolgono a lui, che le ha interrogate sul significato delle loro traiettorie, e gli rispondono "noi voliamo come non ci hai mai visto volare" (p. 83). Gli animali qui "rappresentano una sacralità 'satanica' o parodistica rispetto alla religione istituzionalizzata" (Marano, La lotta per nascere , p. 19), dal sapore fortemente classico, pagano.

La buca La buca, che in questo romanzo è lo scarico del water della casa del protagonista e del bambino, e che in altri romanzi e racconti di Moresco è raffigurata come una vulva o una bocca, rappresenta la voragine spalancata, dalla quale può uscire un suono o una musica e nella quale oggetti e addirittura esseri umani possono essere fagocitati e scomparire inghiottiti. Nel romanzo il protagonista osserva e descrive il tentativo di far sparire nello scarico del water una piccola farfalla morta che ha rinvenuta su di un davanzale. La buca, sotto forma di bocca, o vulva, è un topos ricorrente nelle opere di Antonio Moresco, fino a dare il titolo, la buca, ad uno dei racconti de Il Combattimento, nel quale essa rappresenta una sorta di punto di contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra la vitalità del "sopra" e la disgregazione del "sotto", il regno dei morti e della corruzione, rappresentata dalle feci, dai rifiuti, dalle viscere degli animali che vi vengono gettate.

L'esplosione escrementizia "L'esplosione escrementizia" (Marano, La lotta per nascere, p. 20) simbolicamente rappresenta nelle opere di Moresco la rigenerazione, la mutazione ricreativa, che assume spesso un carattere sonoro, musicale, che allude pertanto alla produzione artistica, alla creazione dell'opera. Le rondini, che volano in modo incomprensibile, si preparano a migrare, ad andare altrove, "verso quel folle viaggio di cui non conoscono neanche la meta" (La lucina, p. 87), e per tutta risposta all'interrogazione del protagonista, una di esse lo centra in piena fronte con uno schizzo di escremento lasciato cadere come a volergli indicare simbolicamente la meta. La rigenerazione consiste nell'atto di defecare raffigurato come un'esplosione. Da tale esplosione deriva la creazione.

La solitudine Tutti i personaggi del romanzo, a partire dal protagonista, sono immersi in una condizione di isolamento e sono avvolti nell'oscurità, nella quale si muovono come in una condizione naturale e inevitabile. La solitudine di Antonio Moresco "è quella rinfrancante e rinfrescante di Giacomo Leopardi che elegge a proprio idolo polemico la concezione immunitaria della letteratura e la sua illusione tipicamente ideologica del poter sfuggire o ripararsi dalla morte" (Marano, La lotta per nascere, p. 21). Il romanzo si apre con una lapidaria dichiarazione del protagonista: "sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l'unico abitante" (p. 9). È una condizione di fuggitivo che si riscontra anche nei personaggi delle altre opere di Moresco, tutti marcati da un tratto di personale isolamento, dal quale non è possibile liberarsi per mezzo di nessuna tradizionale forma di socialità, ma solo attraverso gesti estremi e metafisici, fusioni attraverso il buio, o la fiamma. Nel romanzo La lucina il bambino, i vecchi, il bidello, e perfino il grosso cane rottweiler dalle zampe spezzate incontrato per strada dal protagonista sono pervasi da un profondo senso di solitudine.

La condizione infantile Il piccolo abitante della casa dalle cui finestre il protagonista vede filtrare la lucina, così come il bambino del racconto La buca, incarna per l'autore il tema a lui caro sviluppato ne Gli esordi; la sua particolare condizione di orfano, autosufficiente nella piccola casina, rappresenta letterariamente la fine del soggetto e la nascita dell'autore (Marano, la lotta per nascere, p. 21) e si coniuga con una condizione che, oltre ad essere costituita dall'infanzia, coincide con una povertà di spirito che ha un forte sapore d'innocenza. Si tratta di riferimenti autobiografici dell'autore, che per sua stessa ammissione dichiara di essere stato uno studente classificato come mediocre dalla scuola (Antonio Moresco e Dario Voltolini, Scrivere sul fronte occidentale, p. 47) ed è un intellettuale estraneo alla comunità letteraria tradizionale.

Il bambino è un diverso, un emarginato, e per questo incarna una figura assoluta, che si eleva sulla banalità della normalità per rappresentare un'innocenza quasi evangelica che richiama personaggi come il Principe Myškin di Dostoevskij o il Don Chisciotte di Cervantes, soggetti letterari estremamente cari a Antonio Moresco. Egli rappresenta la chiave di volta dell'esperienza del protagonista, il quale si è immerso nell'isolamento e nell'oscurità della solitudine del borgo disabitato per indursi ai minimi termini, per andare verso un altrove del quale non sa assolutamente niente. Sono proprio quell'ignoranza e quell'inconsapevolezza che garantiscono l'autenticità della sua esperienza. La lucina della casetta del bambino, dall'altra parte della valle, lo incuriosisce e lo richiama, rappresenta per lui il faro che lo guida attraverso lo scuro intrigo della notte e del bosco inestricabile. Essa lo conduce verso l'epilogo, che però, così come è raccontato e lasciato sospeso, costituisce un punto di partenza e non di arrivo, un inizio e non una fine : (Protagonista): "vieni!" (Bambino): "ma non si vedono più i sentieri! Non si può andare da nessuna parte! Non si vede niente!" (Protagonista): "vieni!" (Bambino) Gli do la manina, me la prende, con la sua grande mano. "Dove andiamo?" Gli chiedo: (Protagonista): "non lo so" (p. 167).

Anche nel tessuto narrativo il bambino è uno strumento di una rivoluzione diventando nell'ultimo breve capitolo l'io narrante, che per tutto il romanzo era stato il protagonista adulto, assumendo egli il ruolo di nuovo protagonista, nell'incognita irrisolta del finale.