Biografia Il padre era un piccolo mercante (con qualche ambizione letteraria) che però fallì. Bartolommeo quindi, di famiglia modesta, già a tredici anni fu costretto a lavorare, dove la vita economica bassanese lo consentiva: divenne garzone nella rinomata tipografia dei Remondini, il cui padrone allora era il conte Giuseppe.
Il giovane ebbe dapprima compiti di lavoro manuale, poi commerciali. Quanto agli studi successivi a quelli elementari, si hanno solo scarne notizie fornite da lui stesso: qualche lezione di francese, una disordinata ma ampia applicazione personale alla lettura ed un sempre più vivo interesse alle vicende della tipografia (cominciando ad assimilarne gli stimoli culturali che vi aleggiavano).
Ma l'angustia dell'ambiente e del ruolo lo spinsero, non ancora ventenne, a cercare di staccarsi dalla piccola Bassano. Chiese così agli agenti commerciali e venditori ambulanti dei Remondini (i Tesini) di essere utilizzato per cinque anni di viaggi a largo raggio. I Tesini venivano inviati dal Remondini per l'Italia, l'Europa ed il Medio Oriente, con l'incarico di vendere “le sue stampe, le sue carte e le sue molte merci”. Il progetto però non giunse in porto, e il Gamba tornò a Bassano al suo lavoro di libraio.
Per quel che concerne la vita privata, in gioventù vagheggiò il matrimonio con la figlia del Remondini. Poi, come egli stesso scrisse, prese in considerazione anche lo stato ecclesiastico, che doveva ritenere come la condizione ideale per una vita di vero studioso. Ma nel 1791, a venticinque anni, prese in moglie Lucia Rota Merendis (detta Lucietta), avendo da lei tre figli: Francesco (Checco), Caterina (Catina) e Marietta.
Probabilmente nel 1787, morto il direttore del negozio dei Remondini a Venezia, Gamba, ormai ventunenne, fu scelto a succedergli, e questo fatto diede una prima svolta alla sua vita. Trasferitosi (una prima volta) a Venezia, fu impegnato nella distribuzione e nella vendita dei libri.
Nel tempo libero compilava per il Remondini estratti di giornali e di riviste straniere, per informare il suo padrone delle novità politiche e letterarie. Raccolse anche informazioni e critiche sulle pubblicazioni che giudicava interessanti e delle quali suggeriva l'acquisto.
Divenne così consigliere e agente per gli acquisti del conte Giuseppe: questi era un appassionato collezionista di stampe e di libri rari, e riunì una preziosa raccolta, oggi andata dispersa.
Il ritorno a Bassano A Gamba, salito nelle sue grazie, fu affidata la riorganizzazione dell'intera azienda remondiniana di Bassano; così ritornò nella città natale (novembre 1793).
Sotto la sua guida, la tipografia (e calcografia e cartiera) Remondini si sviluppò: il numero degli operai e degli artisti fu portato a trecento, fu completamente rammodernata la calcografia, vennero intensificate le corrispondenze in Italia e all'estero, soprattutto in Francia, Spagna e Portogallo e furono introdotte nuove manifatture di carte colorate e fiorate.
Non essendo schierata politicamente e culturalmente, l'azienda superò senza difficoltà i rivolgimenti che precedettero e seguirono la caduta della Repubblica Serenissima. Questa assenza di prese di posizione religiosa, culturale e politica, propria del Remondini, era condivisa anche dal Gamba.
L'impegno nel commercio dei libri, unito agli interessi bibliografici, lo guidò verso un'attività più propriamente editoriale. Amava le edizioni nitide e chiare, semplici, su carta non di lusso. Le lettere che scrisse al tipografo ed editore Giovan Battista Picotti (il miglior emulo del Bodoni), spiegano il suo interesse per la bontà del testo: il buon editore doveva avere valenti compositori e proti, e soprattutto avvalersi di un buon revisore. Affiorò così in lui un gusto puristico: la sua maggiore preoccupazione era quella di fornire ai lettori testi corretti, controllati ed emendati.
Questa politica aziendale entrò in crisi nel 1811, alla morte del Remondini che l'aveva favorita. Il di lui figlio e successore Francesco dimostrò nei riguardi del Gamba un atteggiamento critico, anche perché “parve troppo amato” dal vecchio editore. La convivenza con il giovane erede non tardò a dimostrarsi impossibile: questi gli attribuì apertamente il mutamento delle fortune dell'azienda, anche se le cause erano da individuarsi nelle mutate condizioni dei tempi.
Gamba lasciò un'evidente traccia del suo sconforto nelle lettere inviate agli amici Francesco Testa e G. B. Picotti. A quest'ultimo, il 24 gennaio 1811, scrisse che il conte Francesco gli rendeva “con sottili molestie” la vita difficile. Si disse, inoltre, “così triste nell'animo … da non potersi occupare per niente di letterarie cose”.
Al Testa scrisse dell'argomento in ben tre lettere: già nel marzo 1809 affermò che l'ostilità si manifestava da oltre un anno, nonostante i suoi trent'anni di servizio; al contempo aveva palesato l'intenzione di congedarsi. Infatti ogni sua azione “o eccitava un'ingiuriosa diffidenza, o non era calcolata che col disprezzo”. L'abate Lorenzo Crico diede poi l'ultima spinta alle sue decisioni, mentre in famiglia ricevette solo “dispiaceri e disprezzo”. La sua resa fu accompagnata da un pianto dirotto che lavò, così sperava, “la memoria delle amarezze passate”.
Il periodo milanese Negli ultimi mesi del 1811 Gamba era a Milano, dove l'amicizia con il marchese Giovanni Giacomo Trivulzio (1774-1827), allora ministro delle Finanze del Regno d'Italia, gli procurò diversi incarichi fra l'ottobre 1811 e l'aprile 1812. Fra essi, quello di riordinare la biblioteca privata del viceré Eugenio di Beauharnais e quelli di Ispettore Generale delle Stampe del Dipartimento dell'Adriatico e, poi, di Regio Censore per tutte le stamperie del Regno. Gamba così, assieme alla famiglia, si trasferì (questa volta definitivamente) a Venezia.
Il ritorno a Venezia La sua fortuna in un regime al quale era alieno non deve sorprendere: ambientarsi in esso era un'istintiva reazione del suo temperamento. Con la Restaurazione incontrò qualche iniziale diffidenza da parte delle nuove autorità austriache, “che però il suo distacco di studioso e la protezione del dotto patrizio Alvise Mocenigo” fecero dissipare. Ottenne dalla nuova amministrazione la carica di Direttore dell'Ufficio centrale di censura, e il suo inserimento nel nuovo clima politico avvenne subito e senza scosse.
In questi anni conobbe la fase più fervida della sua attività: erano cessate le inquietudini della guerra, si era stabilito definitivamente a Venezia, era in contatto coi più autorevoli uomini di cultura ed aveva accesso alle grandi raccolte bibliografiche e documentarie venete.
Poco prima si era legato al Mocenigo con vincoli d'amicizia e di affari, divenendone consigliere culturale, amministratore e poi socio. Il nobile lo coinvolse in una sua impresa editoriale. Nel 1810 aveva acquistato una piccola tipografia nel borgo di Alvisopoli, nel distretto di Portogruaro. Quattro anni più tardi ne trasferì la sede a Venezia (senza cambiarle nome), ne quadruplicò i capitali e, nel settembre del 1814, ne affidò la direzione al Gamba, garantendogli anche la metà degli utili.
Sotto l'attenta guida e politica aziendale del nuovo direttore, la tipografia d'Alvisopoli dominò in modo netto il mondo delle tipografie artigianali veneziane (superate dai tempi), divenendo la stamperia della Restaurazione: erudita, operosa e nettamente contraria ai nuovi fermenti di pensiero.
Il Bassanese sapeva bene che l'età artigianale dell'industria libraria era ormai finita, ed era consapevole che solo rinnovando le attrezzature e spezzando il ritmo dei lavori su commissione si poteva entrare nel commercio librario e resistervi. In quegli anni le grandi case tipografiche lombarde (Sonzogno, Bettoni, Silvestri, Stella) avevano rotto il nesso fra tipografo ed editore, avviando, con le grandi collane di libri classici e storici, la nuova tradizione del libro popolare.
Venezia, così, ebbe una sola grande casa editrice: quella di Alvisopoli. Gamba assicurò al Mocenigo, il 10 settembre 1814, che essa sarebbe stata “il più grande scopo delle mie cure e l'unica tipografica mia occupazione”. Da conoscitore del mutato mercato librario, qualche mese più tardi (il 26 aprile 1815) dissuadeva il conte dall'accettare lavori su commissione, consigliandolo di stampare “per proprio conto e rischio: ogni libro ha una stella, e questa è da adoprarsi in modo che possa essere sempre fausta”.
Il sostegno a Giovanni Maria Contarini Il 7 maggio 1824 Gamba venne esonerato dall'incarico di capo censore perché, coi torchi di Alvisopoli, aveva sostenuto il segretario del Dipartimento Finanza Giovanni Maria Contarini, risultato perdente in uno scontro con gli alti funzionari dell'I.R. Governo delle province venete. Si trattò di un episodio sul quale, con una distorsione di fatti e di cose, le autorità distesero “una patina politica”.
Perdette dunque il posto di censore, ma non la completa fiducia del Governo. Nello stesso anno, infatti, venne ricompensato con la nomina a “provvisorio” della Biblioteca Marciana di Venezia; nel 1830 ne divenne vice-bibliotecario “ufficiale”, rimanendo tale fino alla morte, e rendendosi benemerito con la pubblicazione di preziosi indici ed alcuni cataloghi.
Egli doveva badare pure alla sua situazione economica: con la vecchiaia i suoi problemi finanziari si acuirono, considerato anche che la “crudele malattia” della moglie Lucietta aveva esaurito la sua “povera borsa”. Nel 1836 cedette la direzione della Tipografia d'Alvisopoli al figlio Francesco.
I riconoscimenti ufficiali Nel frattempo si erano moltiplicati i riconoscimenti ufficiali e gli onori accademici da tutta Italia. Oltre ad essere membro del Consiglio accademico dell'Ateneo Veneto, fu anche socio di parecchie accademie: Fiorentina, Olimpica di Vicenza, degli Erranti di Feltre, dei Concordi di Rovigo e dei Rinvigoriti di Cento. Inoltre fu socio corrispondente di molte altre, fra le quali la Regia Accademia delle Scienze di Torino e l'Accademia della Crusca (dal 26 aprile 1831).
Il suo nome compariva sistematicamente nei ringraziamenti premessi alle opere che i letterati ed eruditi del tempo elaboravano sui fondi marciani. All'Ateneo Veneto offrì più di una volta qualche inedita comunicazione, volta ad illustrare il mondo dei manoscritti e delle stampe rare, al quale si era completamente dedicato. Non si ritrovava in lui un'esplicita adesione al regime austriaco; si riscontrava invece uno spontaneo inserimento in quel clima culturale di erudizione, scevra dai problemi politico-sociali del tempo, che il governo imperiale tanto di buon occhio incoraggiava e vedeva fiorire.
Tenne una vastissima corrispondenza con molti degli eruditi e dei bibliofili del suo tempo, per molti dei quali funse anche da abile guida nei meandri dei fondi marciani. Le sue lettere non ci aiutano a scoprire l'uomo: trattano quasi esclusivamente della stampa di libri ed opuscoli, dello scambio di pubblicazioni, di informazioni erudite, di richieste d'autografi di italiani illustri per impreziosire le raccolte, e di questioni familiari.
Sono del tutto assenti giudizi e convinzioni profonde: non si vede, se non rarissimo, un qualche moto dell'animo. Rari sono anche gli apprezzamenti sulle persone. Non sono presenti le valutazioni politiche (che si saranno rivelate nelle lunghe conversazioni con gli amici): spesso nelle lettere scrive di non voler aggiungere altro perché ne avrebbe parlato a voce, profittando del fatto di incontrare il dato corrispondente.