Corpus Tibullianum è il termine con cui si identifica l'insieme delle opere di Tibullo e di altri poeti del cosiddetto "circolo di Messalla". Questa raccolta di elegie ed epigrammi risale al I secolo a.C. ed è di grande importanza per comprendere il clima letterario romano della prima età augustea.
Struttura I primi due libri contengono le elegie di Tibullo, mentre il terzo contiene componimenti di vari poeti minori, anonimi o coperti da pseudonimi, le cui identità sono impossibili da accertare. Questo libro è definito più specificamente come Appendix Tibulliana, anche se alcuni editori, sulla falsariga di una suddivisione umanistica, considerano come "terzo libro" le sole elegie di Ligdamo, e intitolano "quarto libro" i componimenti successivi, dal Panegirico di Messalla compreso fino alla fine del Corpus.
Libro I Il libro contiene 10 elegie di Tibullo, pubblicate in vita dell'autore. All'interno del libro, i componimenti non sono disposti in ordine di composizione, ma è comunque possibile stabilire una cronologia relativa. Si tratta di 5 elegie dedicate a Delia, 3 a Marato e 2 elegie isolate (un elogio di Messalla e un poema contro la guerra). I, 1: Tibullo rifiuta la ricchezza e la guerra che la procura, mentre sostiene l'ideale di una semplice vita in campagna con l'amata Delia. L'elegia fu composta dopo il 29 a.C., anno di una malattia che trattenne il poeta, in viaggio al seguito di Messalla, sull'isola di Corcira (Corfù). I, 2: l'elegia si apre con un paraclausithyron: Delia è sposata, quindi non può darsi a Tibullo. Il poeta desidera che Delia mostri coraggio e cambi idea, anche con l'aiuto di una maga. I, 3: Tibullo è solo e malato a Corcira: evoca la morte e i Campi Elisi, dove Venere in persona conduce gli amanti defunti. I, 4: l'elegia è dedicata all'amore per il giovinetto Marato. I, 5: la rottura di Tibullo con Delia è definitiva, dato che la donna ha accettato le proposte di un ricco ammiratore. Ciononostante, Tibullo evoca un amore felice in campagna. I, 6: l'ultima elegia dedicata a Delia: il marito di lei non riesce a controllarla né a impedirle di indulgere nei suoi eccessi. Ciononostante Tibullo crede ancora nella possibilità di un amore reciproco. I, 7: Tibullo rivolge un elogio a Messalla per una duplice occasione: il suo compleanno e il suo trionfo sugli aquitani (27 a.C.). Evoca quindi le divinità egizie Osiride e Iside. I, 8: Tibullo si rivolge a Marato, che ora non ama il poeta, bensì Foloe, una giovane donna che a sua volta non ama Marato, ma un altro. Tibullo esorta quindi Foloe a non essere crudele con Marato, ricordandole che la giovinezza e la beltà sono brevi e che, se continuerà a essere sdegnosa, un giorno potrebbe trovarsi a piangere per essere stata rifiutata a sua volta. I, 9: Marato si è lasciato corrompere da un ricco anziano: Tibullo, indignato, gli annuncia che tra loro è finita. I, 10: questa elegia è successiva alla sosta a Corcira: l'autore tratta gli orrori della guerra e la paura della morte, e loda l'amore.
Libro II Il libro contiene 6 elegie di Tibullo. A differenza del I libro, qui i componimenti sono disposti in ordine cronologico, anche se il libro appare incompiuto alla fine e probabilmente non riuscì a ricevere un'ultima mano dal suo autore. II, 1: questo brano rustico evoca un rito di purificazione dei campi: è un inno alla campagna con i suoi frutti e le sue divinità. II, 2: è dedicata a un certo Cornuto, al quale Tibullo rivolge la sua elegia in occasione del suo compleanno e delle sue nozze. II, 3: è dedicata a Nemesi, una donna venale che farà soffrire Tibullo. Egli sogna di essere uno schiavo contadino e di essere vicino a lei, che nella realtà si trova a Roma. II, 4: è nuovamente dedicata a Nemesi. Tibullo esprime la sua rivolta e la sua disperazione per l'avidità e la freddezza della donna. È pronto a commettere un crimine e a rubare oro, se necessario, pur di sedurla. II, 5: è un'elegia civile indirizzata a Marco Valerio Messalla Messallino, figlio di Messalla, in occasione della sua ammissione tra i quindecemviri sacris faciundis, collegio sacerdotale incaricato di conservare i Libri sibillini. II, 6: l'ultima'elegia è dedicata a Nemesi, descritta ormai come una crudele cortigiana che causerà la disperazione di Tibullo.
Libro III Il libro include 6 elegie dell'ignoto Ligdamo, molto probabilmente uno pseudonimo, di cui è stata proposta l'identificazione con lo stesso Tibullo, o addirittura con un giovane Ovidio: tuttavia l'identità di Ligdamo non è accertabile. Ligdamo è un buon dilettante, che riesce a sviluppare il discorso elegiaco senza scadere nel topico e nel banale, ma senza raggiungere i livelli degli elegiografi maggiori.
Libro IV Il Panegirico di Messalla, poemetto di modesto valore risalente al 31-30 a.C., è l'unico componimento in esametri dell'intera raccolta, in cui l'ignoto panegirista tesse lodi sperticate di Messalla come condottiero e come oratore.
La raccolta continua con 11 componimenti, suddivisibili in due gruppi, composti rispettivamente cinque da un autore ignoto e sei da Sulpicia. Nei manoscritti si trovano in quest'ordine, benché sia chiaro che la composizione degli elegidia (dal greco, "piccole elegie") di Sulpicia sia precedente ai primi. Sulpicia, una nipote di Messalla, una delle poche poetesse note della letteratura latina, donna colta e di nobilissima famiglia, compose sei brevi componimenti in forma di messaggi amorosi rivolti a Cerinto, mostrando una certa immaturità stilistica ma una grande forza di sentimenti. I 5 componimenti di autore ignoto, forse lo stesso Tibullo, rielaborano i temi della storia d'amore di Sulpicia con una tecnica compositiva degna di un autore più esperto.
Chiudono il Corpus due componimenti generalmente attribuiti a Tibullo, ossia un'elegia e un epigramma ove si affrontano i temi della dichiarazione d'amore e del tradimento.
Temi La poesia d'amore di Tibullo non nasce dalla passione né da un'autentica esperienza di vita, come in Catullo, ma è frutto della fantasia del poeta. Delia è una figura evanescente, donna tenera e gentile che però è anche incostante, infedele ed altera; l'amore per Nemesi appare invece più sensuale. Il poeta esprime sempre sogni, illusioni, delusioni, desideri, timori del proprio animo. Ad esempio, nella terza elegìa del primo libro, Tibullo, al pensiero della morte, sogna una vita beata nei Campi Elisi, fra danze, canti, canti di uccelli e campi fioriti. All'Averno immagina che vadano i suoi nemici e rivali in amore. Ritorna qui anche il sogno idillico ed elegiaco dell'età dell'oro, più volte ricorrente nella sua produzione lirica."Tibullo", in Storia della letteratura latina, Luciano Perelli, Paravia, Torino, 1969.
Note
Bibliografia (Per la bibliografia specifica sui primi due libri del Corpus Tibullianum si rimanda alla voce Albio Tibullo)
Appendix Tibulliana, herausgegeben und kommentiert von Hermann Trankle, Berlin, de Gruyter, 1990. Giuseppe Baligan, Il terzo libro del Corpus Tibullianum, [...], Bologna, UPEB del dott. C. Zuffi, 1948. Laurel Fulkerson, A literary commentary on the Elegies of the Appendix Tibulliana, Oxford, Oxford University Press, 2017. Neera di Ligdamo, Versione di G. B. Pighi, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1960.
Voci correlate Albio Tibullo Publio Ovidio Nasone Elegia Elegia latina Epigramma Distico elegiaco
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