La rilevanza del personaggio è legata particolarmente alla sua esperienza di "notaio letterato" umanista.
Omonimia Da non confondersi con Piero di Giovanni Bonaccorsi, detto Perino o Perin del Vaga.
Biografia La famiglia Piero nacque dal notaio Bonaccorso (o Buonaccorso) Bonaccorsi (o Buonaccorsi)Da distinguere dalla famiglia cui appartenne il Buonaccorso Buonaccorsi del XVII secolo. (1380ca.-1430) a sua volta figlio di un Piero; e da una monna Antonia di casato e patronimico ignoti.
La famiglia paterna di Piero era esponente di una delle tante "consorterie"Le "consorterie" erano associazioni di famiglie nobili, dello stesso ceppo o di ceppo diverso, sorte nel medioevo nella fase di dissoluzione del mondo feudale e di affermazione del Comune: ; Bonaccorsi, in specifico; quella dei Bonaccorsi Corazzai, o Valdigiani da Brustugliole, con riferimento alla località d'origine. Nelle ultime pagine del manoscritto Ricc.1764, della Biblioteca Riccardiana di Firenze, è riprodotto anche un albero genealogico della famiglia: è un codice ricco di testi laudativi e agiografici ma la sua peculiarità è di esser sottoscritto da Leonardo Bonaccorsi, primogenito di ser Bonaccorso e fratello maggiore di ser Piero.
Individui appartenenti alla famiglia Bonaccorsi spiccarono per tutto il corso del XV secolo, secondo quanto poté accertare Bruschi.Secondo lo stesso Bruschi, il nonno paterno di Piero ottenne il priorato nel 1402, e da quell'epoca al 1510 i suoi discendenti lo conseguirono sei volte; il padre di Piero fu "notaro della Signoria" nel 1427 e suo ambasciatore a Siena e in Savoia: ; oltre alle cariche di Piero è ricordato un Leonardo col titolo di conte palatino.
Le condizioni della famiglia tuttavia non erano agiate: se Ser Bonaccorso aveva potuto prestare una somma tale che il debitore insolvente aveva dovuto cedergli la casa di Firenze dove il padre di Piero avrebbe vissuto con i figli maschi e la seconda moglie dal 1431, le difficoltà economiche si erano poi acuite talmente che, alla sua morte (nel 1429, quando ancora era attivo come notaio, o tra quell'anno e il successivo come ritiene Bassani),. l'eredità consistette, oltre che in diversi poderi e le due case, in debiti tali che gli altri fratelli rinunciarono ad essa e il peso dei debiti costrinse Piero ad impegnarsi febbrilmente nella professione, a convivere con la famiglia del fratello Leonardo nella casa di FirenzeL'altra, "in villa", anch'essa di convivenza secondo Bassani, era al Mugello. e a sostenerla economicamente..
Bonaccorso, ciononostante, come si deduce. dall'elenco del patrimonio ereditario domestico nell'inventario dei Pupilli, che è a disposizione degli studiosi essendo stato trascritto da Ciociola, aveva posseduto non solo parecchi volumi riguardanti la sua professione e la didattica, ma «II [due] libri di Dante iscritto in cavretto con chiose». Ciociola, seguito da Bassani, intendeva i due libri di Dante posseduti da Bonaccorso e ereditati da Piero quali altrettante cantiche della Commedia.
Piero morì a Firenze il 1ºgiugno del 1477 e fu sepolto nella chiesa di san Lorenzo.
La carriera notarile Ultimati gli studi da notaio presso lo Studio Fiorentino, Piero redasse il primo atto notarile nel maggio del 1429, ragion per cui doveva essersi immatricolato nell’"Arte dei Giudici e Notai" già allora..
Prima del 1433 era notaio dell’"Arte dei Vinattieri"; nel 1441 fu nominato notaio della Signoria per un bimestre, come già suo padre Bonaccorso lo era stato nel 1427; ancora al 1441 risale il servizio per la magistratura dei “Cinque delle Vendite”: dunque Piero non prestava la sua opera per clienti privati ma per enti che incassavano da debitori del comune di Firenze.
Il cursus che maggiormente gli fruttò credito e importanza fu invece all’interno dell’"Arte dei Giudici e Notai", ove già nel settembre 1429 fu tra i Dodici consiglieri dell’Arte, per poi rivestire progressivamente cariche più alte. Piero negli anni dal 1436 al 1473 fu via via incaricato del servizio notarile per diverse magistrature, lavorando in maniera pressoché continuativa e «ricopr[endo] numerosi e importanti uffici pubblici»,. ma raggiunse il picco della sua rilevanza proprio per la sua corporazione (l'Arte dei Giudici e dei Notai): il 1º maggio del 1443 ne è nominato per la prima volta console, e dipoi in altre sei occasioni; soprattutto, invero, dal 1º agosto 1460 ne sarà proconsolo: «l’incarico più ambito e prestigioso all’interno della corporazione», di durata quadrimestrale, che egli otterrà in tutto cinque volte. Proprio nel corso dell'ultima, dall’agosto al dicembre del 1475, coniugherà al suo lavoro un'attività intellettuale e di letterato particolarmente incisiva per gli studi danteschi.
Notaio letterato L'esperienza di Piero incarnerà significativamente la definizione di notaio-letterato fiorentino evocata da Arnaldo D'Addario:Nell’Introduzione al catalogo della mostra
e adottata da Claudia Bassani.. in
Si tratta di un'esperienza non inusuale nella Firenze del tempo, testimoniata anche negli studi danteschi e nella trascrizione delle opere del poeta da una stretta rosa di conoscenti di Piero quali Iacopo Cocchi-Donati, Paolo di Iacopo di Guido Puccini, anch'egli notaio fiorentino e copista di ricca produzione, e in Per ms Italien 74 lo studioso intende il ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, Italien 74. conoscente di Piero sin dal 1428Il contatto fra ser Piero e ser Paolo è provato secondo Bassani da documenti burocratici già del 1428, quando Paolo roga un atto riguardante una vendita dei Bonaccorsi, mentre nel 1432 risulta creditore di una somma prestata a Piero: . e ser Baldese Baldesi, figlio di Ambrogio di Baldese: collega poco più anziano, Baldese, da cui Piero potrebbe aver ripreso un'interessante procedura stilistica..
Il lascito ideale di Bonaccorsi non spicca nel contesto degli studi danteschi del tempo riguardo la sua produzione letteraria, ma evidenzia il fervore degli studi umanistici e soprattutto «lo stretto legame tra carriera e passione, tra notariato e letteratura, che è in un certo senso caratteristico di tutta un’epoca». Addirittura, a causa delle sue condizioni di vita, del sovraffollamento forzato della sua abitazione, finisce per risaltare l’interdipendenza tra i detti ambiti, giacché Piero non nell'ambiente domestico bensì in quello lavorativo riesce a dedicarsi, senza tralasciare gli obblighi di ufficio, ai suoi studi, alla redazione delle sue opere: «non ne lasciando però le faccende del suo offitio», come precisa quanto alla stesura del "Cammino di Dante" e del "Quadragesimale", e addirittura quanto al "Sommario" della "Città di vita", che compone nella sede dell’Arte nel corso del suo periodo di carica proconsolare.. Troverebbe così giustificazione, secondo la studiosa, quel suo stile che Piero stesso definisce «mal limato» e «corsivo» e che risente dell'«impostazione [...] più tecnico-giuridica che letteraria» dei suoi studi..
I manoscritti 'trattati' da ser Piero
L'interdipendenza, nell'attività del Bonaccorsi, tra carriera giuridico-amministrativa, interessi letterari e bibliofilia può essere osservata nell'elaborazione e nel lavorio testimoniati dai manoscritti con cui venne a contatto, che redasse, su cui intervenne, che conservò.
Il manoscritto "Riccardiano 1038": un caso di filologia
Ser Piero perseguirà con passione l'interesse già testimoniato dal padre a disporre di una biblioteca dantesca: non esiterà, pur di far mettere a punto una «copia di valore» della Commedia, a spendere e indebitarsi con un miniatore, un certo Bartolomeo fiorentino per una somma che da una base di tre fiorini sarà più che quintuplicata.
È questione discussa, tra gli studiosi, quale fosse effettivamente la copia miniata, se si possa identificare con uno dei manoscritti pervenuti, e a quale mano potesse risalire. Tra le proposte, spicca il manoscritto "Riccardiano 1038", un codice di 244 carte che contiene una copia della "Commedia" insieme con il "Cammino di Dante" bonaccorsiano e che Bruschi, seguito da Aurigemma, ma con tale posizione non concordano specialisti più recenti, considerava autografo di ser Piero.L'attribuzione è mantenuta nel sito: , che permette la visione di alcuni dei manoscritti che tramandano la "Commedia", riportandone segnatura e nome del copista.
Aurigemma assegna il manoscritto, con Bruschi, al 1430, e lo ritiene autografo bonaccorsiano; quanto al contenuto, menziona, delle prime undici carte, i "detti dove Dante tratta dei mali pastori della Chiesa", quindi le tre cantiche precedute da prologhi, «che ripetono quello attribuito al Petrarca dal codice Riccardiano 1036, quello del Buti e quello dell'Ottimo rispettivamente per l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso»; in margine alla prima cantica sono apposte note autografe del copista con testo derivante dall'Ottimo; le carte 219-224, invece, contengono i Capitoli di Iacopo e di Bosone da Gubbio.
Bassani invece lo enumera fra i testimoni non autografi che tramandano il "Cammino di Dante" e la lettera a fra' Romolo. Secondo la studiosa,. nel manoscritto, in cui si trovano anche disegni acquarellati e schemi attribuibili al copista, si alternano una scrittura 'mercantesca' non bonaccorsiana e una scrittura 'umanistica' probabilmente di altra mano, cui appartengono anche le indicazioni delle sezioni del "Cammino"; Bassani continua inoltre la descrizione del contenuto del manoscritto stesso, con bibliografia monografica e note. Quando menziona l'indice delle rubriche del "Paradiso" nel manoscritto, con Pegoretti rileva che «le rubriche corrispondono a quelle trascritte da Piero Bonaccorsi in apertura dei canti del Paradiso nel cod. Laur. Plut. XC sup. 131».
Il manoscritto Laurenziano-Gaddiano Pluteo XC sup. 131 BML (autogr. PB)
Tale manoscritto, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, è definito anche "Laurenziano-Gaddiano", o "Gaddiano", perché rimase presso la biblioteca della famiglia Gaddi di Firenze fino al 1755..
Bassani ipotizza che, a completare l'insieme delle tre cantiche di cui si fregiava la sua biblioteca personale, ser Piero si sia disposto a trascrivere egli stesso il "Paradiso": tale copia consisterebbe in quella riportata nel manoscritto Pluteo XC sup. 131 della Biblioteca Medicea Laurenziana.In ambito biblioteconomico, "pluteo" (dal latino pluteus) è un tipo di scaffale o banco di lettura utilizzato nelle biblioteche antiche, specie rinascimentali, come la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Dacché tali scaffali erano progettati in modo da conservare e rendere accessibili i manoscritti, spesso disposti in posizione orizzontale, questi ultimi venivano identificati da una specifica segnatura che ne indicava il numero di pluteo e la posizione fisica all'interno della biblioteca, insieme, talora, a informazioni sulla provenienza e sulla storia del manoscritto. Per esempio, il manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana che contiene la Divina Commedia e la Consolazione della Filosofia di Boezio, il Codice Laurenziano Pluteo XC sup. 125, la cui segnatura è Plut. XC sup. 125, era quindi collocato nel pluteo 90, sullo scaffale superiore (sup.) e al 125º posto. ;
Si tratta di un codice in folio di 88 carte, in cui ser Piero aveva effettuato, e concluso nel 1440, una trascrizione del "Paradiso", arricchendola di schizzi astronomici e note marginali in italiano "volgare" e in latino, derivate le une dall'Ottimo e le altre forse da Pietro di Dante.