Fu editrice di giornali rivoluzionari, e molte sue opere sono incentrate sugli anni della prima guerra d'indipendenza.

Per esteso, il suo nome di battesimo fu Maria Cristina Beatrice Teresa Barbara Leopolda Clotilde Melchiora Camilla Giulia Margherita Laura..

Biografia Infanzia e giovinezza

Cristina, figlia di Gerolamo Trivulzio (1778-1812, figlio terzogenito di Giorgio Teodoro Trivulzio, IV marchese di Sesto Ulteriano e discendente di una delle famiglie storiche dell'aristocrazia milanese e del celebre Gian Giacomo Trivulzio) e di Vittoria dei marchesi Gherardini (1790-1836), nacque alle dieci e tre quarti del mattino, il 28 giugno 1808 nel palazzo di famiglia. L'atto di battesimo venne registrato nella parrocchia della chiesa di Sant'Alessandro: nel documento figura come Cristina Trivulzi.. Diverse furono le varianti usate per il suo cognome, da Trivulzi a Triulzi o Triulzio, e lei stessa, fanciulla, si firmava Cristina Trivulzia. Dopo la sua morte si imporrà la versione Trivulzio.

Cristina rimase orfana di padre a quattro anni. La madre si risposò un anno dopo con Alessandro Visconti d'Aragona (Milano 10 agosto 1788 - gennaio 1851) ed ebbe un figlio maschio e tre altre figlie femmine: Alberto (1814 - 8 agosto 1895), Teresa (1815 - 3 luglio 1884), Virginia (15 novembre 1818 -29 settembre 1888) e Giulia Valentina (m. 1898).

Dell'infanzia di Cristina non si sa molto. Le poche informazioni che si hanno sono tratte da una lettera del 1842 in cui lei si descrive alla sua amica Ernesta Bisi, contraddicendo un frenologo che pretendeva di conoscere le persone solamente dalla forma del loro corpo, e credeva che la Trivulzio fosse stata, nell'infanzia, vivace ed estroversa: «Ero una bambina melanconica, seria, introversa, tranquilla, talmente timida che mi accadeva spesso di scoppiare in singhiozzi nel salotto di mia madre perché credevo di accorgermi che mi stavano guardando o che volevano farmi parlare»..

Ernesta Bisi era la sua maestra di disegno. A quel tempo si usava insegnare alle giovinette di nobile famiglia il canto, il disegno e altre forme d'arte. Nonostante la differenza d'età, rimasero grandi amiche per tutta la vita e la Bisi sarà depositaria delle confidenze più intime della Belgiojoso. Ernesta la introdurrà qualche anno più tardi nel mondo della cospirazione carbonara.

L'infanzia di Cristina non fu felice: dopo aver perduto il padre, subì un altro dolore, perché Alessandro Visconti fu arrestato nel 1821 con l'accusa di aver partecipato ai moti carbonari. Tramite l'amicizia con Federico Confalonieri, Visconti, di idee liberali, era entrato in contatto con la carboneria, e quando i moti fallirono uno dei congiurati, Gaetano De Castillia, lo denunciò come «federato». Appreso che erano iniziate le perquisizioni nelle case dei sospetti, la madre di Cristina bruciò tutte le carte del marito, senza però impedire che venisse tenuto recluso in attesa di processo e infine rimesso in piena libertà il 20 gennaio 1824.; . Ne uscì distrutto a livello fisico e soprattutto nervoso, senza più riuscire a riprendersi. Per la ragazza, appena tredicenne, fu come restare orfana di padre per la seconda volta.. Vittoria non tardò a trovare nel siciliano conte di Sant'Antonio il suo nuovo uomo..

Matrimonio

Appena sedicenne, Cristina sposò il giovane ed avvenente principe Emilio Barbiano di Belgioioso, nonostante molti avessero cercato di dissuaderla, conoscendo le abitudini libertine di Emilio. Invitati di rango si affollarono nella Chiesa di San Fedele a Milano, il 24 settembre 1824. La più ricca ereditiera d'Italia vantava una dote di lire austriache.

La mattina stessa delle nozze Cristina ricevette in dono dal conte Ferdinando Crivelli un epitalamio dal contenuto insolito, in cui, con rimandi anche testuali al Don Giovanni di Lorenzo Da Ponte, si profetizzava l'infelice destino del rapporto:

Contatti con la carboneria L'unione non durò molto. Il principe non era certo fatto per la vita coniugale, e nei rapporti con le donne veniva attratto fondamentalmente dal piacere e dal divertimento. Cristina, dal canto suo, cominciava già a mostrare i segni dell'epilessia che la tormenterà per tutta la vita. Il male non si traduceva solo in periodiche crisi, ma aveva il potere di agire sul suo comportamento, inibendone, tra l'altro, il desiderio sessuale.. Negli anni del matrimonio Emilio intrattenne una relazione con Paola Ruga, una signora della buona società milanese. Fu proprio il rapporto con la Ruga, che era oltretutto un'amica di Cristina, a risvegliare nella principessa quel senso di dignità che la portò alla rottura del legame coniugale. In una lettera del 14 novembre 1828 inviata alla Bisi leggiamo: «Credetti dovere al mio decoro, ed al mio titolo di moglie di non acconsentire formalmente alla continuazione delle sue relazioni con la Ruga»..

Ufficialmente non divorziarono mai, ma si separarono di fatto nel 1828, rimanendo poi in rapporti più o meno cordiali e tentando qualche volta un riavvicinamento.S. Bortone in .

Alla fine degli anni venti Cristina si avvicinò alle persone più coinvolte con i movimenti per la liberazione. Gli austriaci, che dominavano la Lombardia dal 1815, e specialmente il capo della polizia Torresani, iniziarono la loro opera di spionaggio che durò fino all'unità d'Italia. La fama, la posizione sociale e la scaltrezza salvarono più volte la Belgiojoso dall'arresto. Gli austriaci non volevano dare l'idea di infierire contro le élite sociali e culturali milanesi, e chiudevano quindi un occhio sulle sue frequentazioni. Non va inoltre dimenticato che il nonno materno di Cristina, il Marchese Maurizio dei Gherardini, fu Gran Ciambellano dell'Imperatore d'Austria e poi, fino alla sua morte, anche Ministro Plenipotenziario d'Austria presso il Regno Sabaudo. Un arresto della nipote avrebbe causato uno scandalo dagli sviluppi imprevedibili.

Molti anni dopo, Cristina illustrerà così la situazione che si era determinata nella prima parte del secolo: «[Delle libertà politiche e civili] gli italiani avevano sperimentato soltanto la speranza. Soltanto il diritto di parlarne era stato fin qui garantito, per cui quando i dominatori austriaci e borbonici proscrissero la parola magica e si rivelarono per quei tiranni incurabili che sono, furono e sempre saranno, gli italiani sentirono, forse per la prima volta, il peso intollerabile delle catene, le maledirono e si prepararono ai sacrifici più nobili pur di spezzarle».

La principessa voleva però lasciare Milano: il coraggio che aveva manifestato nel separarsi le costava i pettegolezzi della società dell'epoca. Per questo si rifugiò nella tenuta materna di Affori. L'intenzione era quella di procurarsi un passaporto per raggiungere Genova. Sapendo che il Torresani lo avrebbe sicuramente negato, si rivolse al governatore Strassoldo, che rilasciò il documento il 28 novembre 1828. Il 1º dicembre Cristina partiva per Genova, arrivandovi due giorni dopo..

In questa città la donna ricevette un'accoglienza calorosa, venendo invitata in numerosi salotti cittadini, in particolare in quello della marchesa Teresa Doria, fervente patriota. Teresa le presentò Barnaba Borlasca, notaio che sarà di grande aiuto alla principessa quando, due anni più tardi, Cristina verrà braccata dalla polizia austriaca. La salute non migliorava, ed era anzi costretta a letto la maggior parte del tempo, ma la consolazione di essere immersa in una società nuova e di essersi liberata dai pregiudizi faceva sì che la giovane si sentisse rinfrancata, come si può evincere dalla corrispondenza con Ernesta Bisi..

I primi sospetti sull'attività rivoluzionaria della Trivulzio maturarono proprio in questo periodo, per quanto la principessa, come si è detto, passasse molte ore in preda all'infermità fisica. In realtà, la conoscenza superficiale che la legava a Bianca Milesi Mojon, animatrice di un celebre salotto genovese e personaggio noto alla polizia austriaca per aver preso parte ai moti milanesi del 1820-21, forniva un motivo sufficiente per destare allarme tra le file dei governanti.

Il 1829 fu speso in viaggi nelle maggiori città italiane: Roma, Napoli e Firenze. Nell'Urbe giunse ad aprile, rimanendone affascinata a tal punto da raccontare alla Bisi che «la città, i suoi abitanti, non hanno l'eguale. A Roma nessuno è semi-colto; qui la storia locale è storia universale». Entrò subito nellentourage di Ortensia di Beauharnais, ed è probabilmente in questo frangente che aderì alla carboneria. Il salotto della madre di Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III, costituiva il quartier generale dell'attività carbonara romana. Cristina conobbe anche il figlio di Ortensia, riponendo in lui grandi speranze.. A Roma ebbe rapporti con la contessa patriota Teresa Gamba Guiccioli e con la scrittrice francese Hortense Allart..

Dopo un breve soggiorno napoletano, consacrato a cure per la salute sempre cagionevole, risalì la penisola, fermandosi a Firenze. In questa città strinse amicizia con il fondatore dellAntologia, Gian Pietro Vieusseux, e fu accolta con grande calore. Firenze viveva allora un periodo di spensieratezza e vivacità culturale. Leopoldo II godeva di indipendenza politica: il suo territorio era pertanto per tutti un porto franco, dove gli esuli potevano trovare ospitalità al riparo dalle spie austriache, le quali potevano soltanto informare Milano o Vienna. Il Gabinetto Vieusseux era il polo di incontro per i liberali, ma, a differenza di quanto avveniva nella dimora di Ortensia a Roma, aveva una funzione più letteraria che politica. Anche Cristina si diede a una vita gaia e brillante, mostrando le proprie doti di attrice (interpretò Shakespeare e Sheridan con la colonia inglese) e organizzando balli.

Ebbe modo di conoscere anche il figlio maggiore di Ortensia, quel Napoleone Luigi che morirà prematuramente, e Edmond d'Alton-Shée, il quale si accingeva a diventare il confidente del principe di Belgiojoso.. Shée ricorderà così il primo incontro con la donna, avvenuto nel corso di un ballo: «Tra quelle donne bellissime ed elegantissime, mi colpì l'apparizione di una bellezza strana. La sua veste rossa e nera era semplice e insolita; i bei capelli neri, ondulati di natura e disadorni [...] Mentre la perfezione del naso, il sorriso malizioso e l'attrattiva della fossetta nel mento rivelavano grazia femminile in tutto il suo fascino». Successivamente Cristina attraversò varie città della Svizzera, da Ginevra a Lugano.S. Bortone in .

Quando, nel marzo 1830, l'ambasciatore austriaco rinnovò il passaporto alla principessa, questa decise di recarsi in Svizzera con un duplice obiettivo: aiutare gli esuli politici con cui era entrata in contatto a Firenze e sottoporsi alle cure di uno dei medici più stimati del tempo, Jacob d'Espine. Ai primi di maggio la Belgiojoso arrivò dunque a Ginevra, ma vi rimase poco tempo. Il dottore le consigliò di passare un periodo nel paesino di Carqueiranne, vicino a Hyères in Provenza, dove avrebbe potuto beneficiare di un clima particolarmente mite. Cristina accettò, ma volle prima recarsi a Lugano per rivedere la madre ed Ernesta Bisi. La destinazione era situata in un punto geograficamente favorevole per l'incontro, trovandosi a pochi chilometri dalla villa di famiglia nel comasco. La principessa a luglio era a Berna, ed ottenne senza intralci un rinnovo del passaporto, mentre anche Torresani, dall'altra parte, accordò il visto a Vittoria ed Ernesta, che poterono anche essere accompagnate da alcune delle loro figlie. A Lugano si ritrovarono tutti insieme nella fugacità di una giornata..

Fuga in Francia