L'allivellazione della fattoria di Collesalvetti rappresenta un passaggio importante della storia di quel territorio, perché grazie al Senatore Francesco Maria Gianni, che seguì personalmente tutto il processo di alienazione della fattoria, si crearono i presupposti per la nascita di un ceto borghese locale, costituito prevalentemente da trafficanti di campagna e piccoli possidenti, che rappresentava l'ossatura di quella che a distanza di pochi anni sarebbe diventata comunità (nel 1808 Collesalvetti venne eretta capoluogo della nuova comunità).Francesco Mineccia, Da fattoria granducale a comunità. Collesalvetti 1737-1861
Le allivellazioni leopoldine
Nel complesso delle riforme attuate dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo grande importanza rivestì l'alienazione di gran parte del patrimonio fondiario granducale, rappresentato da fattorie, Luoghi Pii e beni comunali.Lorenzo Tocchini, Usi civici e beni comunali nelle riforme leopoldine, pag 235 Questa operazione rispondeva principalmente a due esigenze: dare ossigeno alle malmesse finanze pubbliche e dare nuovi impulsi all'agricoltura, che rappresentava nella Toscana di metà settecento la fonte di sostentamento economico per la quasi totalità della popolazione. Gran parte del terreno toscano era in mano allo Scrittoio delle regie possessioni, che amministrava il patrimonio del sovrano, o a ricchi possidenti che poco interesse avevano a sviluppare la produzione agricola. Il processo di alienazione dei beni granducali fu tutt'altro che semplice e vide il contrapporsi di due correnti di pensiero. La prima, sostenuta dall'Accademia dei Georgofili, che portava avanti le istanze dei grandi proprietari, e che era caldeggiata presso la corte leopoldina da Angiolo Tavanti, Clemente Nelli e Giovan Francesco Pagnini, propendeva nettamente per la cessione dei possedimenti ai migliori offerenti, adducendo come motivazione la possibilità di ottenere maggiori introiti e l'impossibilità da parte dei contadini di garantire adeguate entrate alla Corona. La seconda linea, elaborata da Francesco Maria Gianni e più vicina alle idee del granduca Pietro Leopoldo, prevedeva l'assegnazione dei possedimenti da alienare, dopo un loro frazionamento, ai contadini che già vi lavoravano; la principale motivazione a sostegno di questa posizione era data dalla possibilità di creare un ceto di possessori di modeste quantità di terreno da loro direttamente coltivate, togliendo i fondamenti economici ad una nobiltà improduttiva e sollevando nel contempo contadini e mezzadri dalla servile dipendenza colonica. Ma non c'era solo l'aspetto umanitario a sostenere le idee del Gianni che, nella memoria del 31 luglio 1769, dichiarava che "la terra, specialmente in mano a chi la lavora o guarda da vicino, è sempre ordinariamente la meglio coltivata, e quella che dà allo Stato il frutto della sua fertilità moltiplicato col frutto dell'industria del suo agricoltore, che riguarda la sua piccola possessione, o propria o livellaria, come il patrimonio di tutta la sua discendenza, e come l'asilo che lo preserva dalla dipendenza dei ricchi e dei loro amministratori". Dunque la posizione del Gianni aveva anche una valenza di natura economica e mirava ad un incremento della produzione agricola. Questa era per il Gianni la strada da percorrere per uscire da quell'arretratezza di mezzi tecnici e dall'”assenteismo dei grandi proprietari”Furio Diaz, Francesco Maria Gianni - Dalla burocrazia alla politica sotto Pietro Leopoldo di Toscana., che rendevano pessime le condizioni di vita della maggioranza dei contadini e che condizionava negativamente la funzione economica della campagna del Granducato.
Le condizioni dei contadini colligiani alla metà del Settecento Fino alla seconda metà del Settecento la totalità della popolazione del territorio di Collesalvetti era dedita all'agricoltura. Sin dall'acquisto della fattoria da parte dei Medici nel 1476 i contadini avevano lavorato con rapporti di dipendenza diretta ma, a differenza della realtà agricola fiorentina, il modello mezzadrile stentò a decollare e nei due secoli successivi convissero forme contrattuali diverse, come l'affitto, il livello, la conduzione diretta a mezzo salariati. Generalmente il contratto prevedeva l'affidamento da parte del proprietario della terra, della casa, bestiame ed una serie di “accessori” (pagliai, finimenti, carri, recipienti per la vinificazione); in cambio il contadino avrebbe provveduto ad accudire il bestiame e a coltivare la terra; le spese per la gestione del podere (compreso l'acquisto del concime) erano divise a metà. A metà erano divisi tutti i prodotti del podere, anche se il contadino era aggravato di oneri aggiuntivi, quali il trasporto a titolo gratuito della merce presso la casa del padrone o al mercato, gli “obblighi sul pollaio del contadino” (che si pagavano in natura con uova e polli), i cosiddetti “patti angarici”, che prevedevano una serie di servizi gratuiti (quali il trasporto delle derrate o le pulizie) e i “patti di fossa”, in virtù dei quali i contadini avevano l'obbligo di scavare e tenere puliti i fossati del podere.Francesco Mineccia, L'alienazione del patrimonio granducale nel pisano sotto Pietro Leopoldo: Collesalvetti e Casabianca, pag 864Giorgio Giorgetti, Per una storia delle allivellazioni leopoldine. Le condizioni di vita dei contadini erano tutt'altro che agevoli e nel corso del XVIII secolo peggiorarono, anche in virtù del passaggio della dipendenza dall'amministrazione granducale a quella degli affittuari (iniziata nel novembre 1740), al punto che gran parte dei mezzadri risultava indebitata, con una conseguente crescita della dipendenza alimentare nei confronti degli affittuari, che determinava l'imposizione di nuovi aggravi a cui era impossibile sottrarsi, pena la minaccia di licenziamento in caso di rifiuto. Le difficili condizioni dei mezzadri nella seconda metà del settecento sono testimoniate dai redditi dei poderi delle fattoria di Collesalvetti: solo sette poderi (podere del Colle, della Tanna, del Pero, Primo di Vicarello, Secondo di Vicarello, Casino di Vicarello e di Guinceri) generavano un reddito sufficiente a garantire condizioni economiche dignitose alle famiglie che li conducevano. Per gli altri, talvolta, non si raggiungeva neppure il livello minimo di sussistenza (con le situazioni più critiche nei poderi dell'area Mortaiolo – Guasticce). Del resto l'economia di un podere poggiava su un delicato equilibrio dettato dal rapporto tra estensione del terreno da coltivare e numero di braccia adibite al lavoro, tra reddito ricavabile dal podere e consistenza numerica della famiglia. Una variazione di uno di questi fattori poteva determinare una crisi del “sistema podere” che conduceva all'indebitamento, in una prima fase, e successivamente al licenziamento. Se, poi, si registrava un'annata produttivamente ingenerosa, la situazione diventava per i contadini insostenibile. Condizione, quella dei contadini colligiani, condivisa con quelli di tutto il Granducato; caso emblematico è la terribile carestia del 1772 che spinse il vescovo di Cortona, mons. D'Ippolito a denunciare apertamente i proprietari che “si abbandonano ai loro lussi e vivono solo per le loro avarizie, senza curarsi delle miserie dei contadini”, aggiungendo che “se è vero che la terra non vale niente senza l'uomo …il contadino è il vero autore, e il solo depositario delle primitive ricchezze le quali passando dalle sue mani in quelle di tutti gli altri formano la ricchezza dei proprietari”Lettera parenetica, morale, economica di un parroco della Val di Chiana a tutti i possidenti o comodi o ricchi, scritta nell'anno 1772, concernente i doveri loro rispetto ai contadini - Firenze 1772.
L'allivellazione della fattoria di Collesalvetti Fase preliminare Nel contesto del piano di alienazione del patrimonio fondiario del Granducato, l'allivellazione della fattoria di Collesalvetti riveste un'importanza particolare per due motivi; in primo luogo il giudizio sull'esito dell'allivellazione fu positivo anche da parte di chi aveva osteggiato questa metodologia di dismissione. In secondo luogo perché tutto il processo che porterà alla definitiva assegnazione dei poderi (quindi dalla fase progettuale a quella attuativa) beneficiò dell'attiva partecipazione del Gianni che, per Collesalvetti, fece tesoro dell'esperienza non sempre completamente positiva delle precedenti allivellazioni realizzate in altre parti della Toscana. La fattoria di Collesalvetti era una delle aziende più grandi della Toscana (56.418 staiora, pari a 2.836 ettari); la sua consistenza veniva esaustivamente rappresentata dalla “pianta della fattoria di Collesalvetti di S.M.C. fatta l'anno MDCCLIII” realizzata nel 1753 da Giuseppe Sovesina (o Soresina), in cui vengono indicati i proprietari dei terreni confinanti con la fattoria ( a nord la “Sacra Religione di S. Stefano” con la fattoria di San Savino, ad est il “Signor Cavalier Grifoni e la “Comunità di Fauglia”, a sud il “Sig. Balì Zucchetti”, il “Sig. Rosselmini”, il “Sig. Cav. Lenzoni” e a sud ovest S.M.C. con le Fattorie di Nugola e Antignano)Renzo Mazzanti, Il Capitanato nuovo di Livorno (1606-1808) - Due secoli di storia del territorio attraverso la cartografia.. In una carta della Toscana, disegnata da Ferdinando Morozzi nel 1768 vengono indicate le località di Collesalvetti, Vicarello, Mortaiolo, Tanna, Badia, Marignano e Pergola.
Nonostante la vastità della fattoria, solo il 46% della superficie era appoderata, mentre oltre la metà era rappresentata da paludi (che rendevano l'aria insalubre), praterie e boschi.