L'umanesimo lombardo è un'espressione locale della cultura umanistica inaugurata da Francesco Petrarca nella seconda metà del XIV secolo, che fiorì sotto le dinastie dei Visconti e degli Sforza. La lezione petrarchesca, proseguita dal cancelliere Pasquino Capelli sul finire del XIV secolo, mise saldamente le radici grazie alla lezione di umanesimo politico di Antonio Loschi. L'umanesimo lombardo, oltre alla sua dimensione "politica", fu caratterizzato anche da una cultura cosmopolita, connotata da tinte ora filologiche (Uberto e Pier Candido Decembrio), ora religiose (Antonio da Rho), ora pedagogiche (Gasparino Barzizza). Con l'avvento della dinastia sforzesca e il mutamento culturale della seconda metà del XV secolo, periodo in cui il movimento umanista si "istituzionalizzò" nelle corti e si ridusse a puro ornamento del potere costituito, la Milano letteraria subì inizialmente l'influsso dell'umanista cortigiano Francesco Filelfo, ultima espressione di quell'umanesimo classico che lasciò il passo, sotto i regni di Galeazzo Maria e di Ludovico il Moro, ad un umanesimo propenso alla rivalutazione del volgare.

Petrarca a Milano

La produzione meneghina

Francesco Petrarca, dopo il definitivo abbandono di Avignone nel 1353, accolse l'invito di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, a risiedere presso la sua corte meneghinaPetrarca aveva ricevuto l'invito, da parte della Signoria fiorentina, di recarsi a Firenze per ricoprire la cattedra dello Studium fondato da lì a pochi anni (1347). In cambio, la Signoria gli avrebbe rievocato la confisca dei beni paterni avvenuta nel 1304, quando il padre del poeta, Ser Petracco, fu esiliato insieme ai restanti guelfi bianchi. Questa sollecitazione della Signoria, favorita dagli amici fiorentini del Petrarca (Zanobi da Strada, Lapo da Castiglionchio e, specialmente, Giovanni Boccaccio), si tradusse poi in sdegno profondo quando si venne a sapere che il "fiorentino" Petrarca aveva accettato invece l'invito del nemico mortale di Firenze, Giovanni Visconti... Nella città lombarda, Petrarca risiedette per circa otto anni, dal 1352 al 1360, durante i quali l'Aretino visse in uno stato di relativa quiete e sicurezza economica nella sua casa vicino a Sant'Ambrogio.. Da questo locus amoenus avviò il suo progetto di delineare una "filosofia umanistica", improntata ad un impregnamento stoico-cristianeggiante, con cui lanciare la rinascita dei valori del mondo classico al servizio della morale umana. e più specificamente cristiana.. In quest'ottica, la produzione milanese del Petrarca si concentrò nella stesura delle Familiares, nel completamento delle opere morali iniziate a Valchiusa (De vita solitaria, Secretum, De otio religioso), nell'iniziarne di nuove (il De remediis utriusque fortunae.) e nella diffusione dei suoi ideali presso le varie località che visitava.

Capelli e il "proto-umanesimo"

Pasquino Capelli

Il ponte tra Petrarca e l'umanesimo lombardo A Milano, benché fosse rimasto per un periodo non estremamente lungo, l'ideale culturale del Petrarca trovò in Pasquino Capelli (1340-1398), segretario ducale sotto Gian Galeazzo Visconti a partire dal 1385., un erede appassionato della cultura umanista (conobbe Petrarca durante il suo soggiorno a Milano.) che cercò di diffonderla attraverso gli intellettuali che operavano presso la corte viscontea facendo loro consultare i codici di Petrarca e di Boccaccio che possedeva nella sua biblioteca privata. Intorno al Cappelli, così, si riunirono Matteo d'Orgiano, Giovanni Manzini e Antonio Loschi mentre, per il suo entusiasmo nei confronti del movimento umanista, entrò presto in contatto con Coluccio Salutati, il potente cancelliere della Repubblica di Firenze. Insomma, Pasquino Capelli (che finirà tragicamente in carcere per un presunto tradimento) fu il tramite tra Petrarca e la nuova generazione di umanisti, benché il suo ruolo di "guida" non fosse alla pari con quello del Salutati nel Convento di Santo Spirito a Firenze:

L'umanesimo visconteo: gli albori e la diffusione (1400 ca-1447)

La nascita (1400-1412) e i tratti distintivi

L'umanesimo come instrumentum regni di Gian Galeazzo Visconti e Giovanni Maria

Tra gli anni '90 del XIV secolo e i primissimi del XV, la capillare diffusione della cultura umanista in tutta la Penisola italiana attecchì anche nel territorio del Ducato di Milano. Il Capelli aveva favorito, su iniziativa privata, la diffusione dell'umanesimo tra i colti e gli eruditi, senza però ricevere subito un aiuto concreto da parte delle istituzioni governative ducali. Quando Gian Galeazzo Visconti, però, si accorse dello straordinario potere ideologico propagandistico che l'umanesimo poteva offrire alla causa statale e della preparazione culturale dei suoi esponenti, decise di proteggerlo e di finanziarne gli esponenti (in primis il vicentino Antonio Loschi): «Lo sviluppo dell'umanesimo nel ducato di Milano è il tipico esempio di una cultura promossa e sostenuta da un principe, e vivente soprattutto in funzione dei suoi disegni politici».. Innanzitutto, promosse lo sviluppo dello Studium di Pavia (fondato nel 1361 da Carlo IV di Boemia) e arricchì notevolmente la biblioteca ducale di Pavia con manoscritti provenienti da quella dei Carraresi di Padova.. (il che fece confluire numerosi codici del Petrarca, morto in territorio padovano, in territorio lombardo). La politica culturale di Gian Galeazzo, il quale vedeva soltanto nell'umanesimo uno strumento di affermazione politica, ebbe come scopo il potenziamento culturale del ducato, innervando ogni risorsa ed energia all'interno della "capitale culturale" del suo Stato, cioè Pavia. D'altro canto, Gian Galeazzo promosse Loschi quale successore di Capelli alla carica di segretario ducale.. In quanto ex allievo di SalutatiCfr. Antonio Loschi, Loschi ne aveva conosciuto le basi ideologiche su cui l'anziano cancelliere fiorentino costruì la florentina libertas. Per tale motivo, era il più adatto per contrattaccare il vecchio maestro e la sua esaltazione della repubblica con una celebrazione del regime ducale visconteo. Gli sforzi del Loschi trovarono la massima espressione nellInvectiva in Florentinos del 1397. Successore del Loschi come cancelliere ducale (1407) fu Uberto Decembrio, chiamato a questa carica dal nuovo duca Giovanni Maria Visconti.. Il Decembrio seguì la scia del predecessore nel diffondere l'ideologia politica ducale, maturando posizioni di pensiero che confluiranno in un trattato, il De Republica (1422), in cui si sostiene la superiorità del principato sulla repubblica perché governato da un solo uomo:.

La protezione della Chiesa La dinastia viscontea non fu l'unica a favorire la penetrazione dell'umanesimo nel Ducato. Tra il ducato di Gian Galeazzo e quello di Filippo Maria, infatti, si succedettero sulla cattedra ambrosiana uomini dotti ed entusiasti patroni della cultura umanista.: Pietro Filargis (futuro Alessandro V), Bartolomeo Capra e Francesco Piccolpasso, infatti, intrattennero rapporti epistolari con Salutati, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Enea Silvio Piccolomini e molti altri. Inoltre, favorirono l'ingresso nell'''élite culturale viscontea di stranieri quali Antonio Panormita e Lorenzo Valla, dando così all'umanesimo lombardo un sapore cosmopolita. Il rapporto con l'umanesimo non si fermò soltanto al solo aspetto mecenatistico: gli stessi prelati furono ricercatori e scopritori di nuovi codici e manoscritti. Nella seconda metà del 1421, il vescovo di Lodi Gerardo Landriani scoprì nella biblioteca capitolare della cattedrale di Lodi il De oratore e il Brutus di Cicerone, prontamente inviati all'umanista Gasparino BarzizzaSi veda a tal proposito l'articolo di e la magistrale monografia di : «Nella seconda metà del 1421 Gerardo Landriani vescovo di Lodi rinvenne nell'archivio della sua cattedrale un codice di Cicerone....Il Landriani non sapeva decifrare quel codice, e per mano di Giovanni Omodei lo mandò a Milano a Gasparino Barzizza...»; Bartolomeo Capra, invece, scoprì la Rethorica e la Dialectica di Agostino d'Ippona.

La diffusione del greco antico

Altro merito dell'umanesimo lombardo fu la precoce diffusione del greco antico, grazie alla presenza di Emanuele Crisolora, importante diplomatico ed erudito bizantino attivo tra il XIV e il XV secolo in Italia per perorare, presso i potentati italiani e il papa, la causa dell'Impero bizantino contro la minaccia ottomana<ref>Si veda la biografia a cura di per lEnciclopedia italiana.</ref>. Dopo un soggiorno fiorentino, il Crisolora giunse a Pavia nel 1400. ove, ospite di Gian Galeazzo, si accinse (tra il 1400 e il 1403-04) alla traduzione in latino della Repubblica di Platone, affiancato in questo da Uberto Decembrio.. Nonostante fosse rimasto breve tempo in Lombardia, Crisolora lasciò agli umanisti lombardi i suoi Erotemata, compendi di grammatica e lessico greco che circolavano già a partire dai primi anni del XV secolo. e che permisero ai latinisti occidentali di apprendere e perfezionare poi la loro conoscenza del mondo ellenico.

Il patronato di Filippo Maria (1412-1447)

Il circolo intellettuale e la Biblioteca ducale di Pavia

Filippo Maria Visconti (1412-1447), nel suo trentennale regno, non si occupò soltanto di politica e di guerre. Seguendo la politica del padre Gian Galeazzo, il nuovo signore iniziò subito, fin dagli albori del suo governo, a proteggere gli umanisti che si erano ormai stabiliti entro i confini del Ducato, favorendone la collaborazione col potere centrale. Al contrario del suo genitore, Filippo Maria non si limitò a intuire la portata politico-ideologica dell'umanesimo, ma si dimostrò anche interessato perlomeno alle sue novitates. Benché non fosse un umanista lui stesso: «Sappiamo come, pur avendo avuto un'educazione negli studia humanitatis, non li tenne in grande considerazione, il che ha determinato per sempre il giudizio negativo sulla sua cultura»., il duca continuò a proteggere e a potenziare lo Studium pavese. e a circondarsi di un gruppo di umanisti perché giovassero al prestigio della dinastia viscontea.

Altra opera meritoria di Filippo Maria nel campo della cultura fu il riordinamento e il potenziamento della Biblioteca ducale di Pavia avviata dal padre Gian Galeazzo. Nel 1426, infatti, furono conclusi i lavori di ammodernamento e potenziamento della Biblioteca (che contava, all'epoca, 998 codici acquisiti da Gian Galeazzo, da Filippo Maria e altri sequestrati a Barnabò Visconti, a Pasquino Capelli e, come già ricordato prima, ai Carraresi di Padova), in cui si potevano trovare manoscritti non soltanto legati alla cultura classica (Tito Livio, Svetonio, Seneca), ma anche alla letteratura occitanica e a quella volgare toscana del '300L'interesse nei confronti della letteratura toscana del XIV secolo, in special modo delle "tre corone fiorentine" Dante, Petrarca e Boccaccio, si rivelò dagli studi di Guiniforte Barzizza il quale, oltre a possedere una copia del Canzoniere petrarchesco, iniziò nel 1438 un commento alla Divina Commedia, si veda ..

Pier Candido Decembrio