La Rocca di Senigallia, conosciuta anche come Rocca Roveresca, dal nome dei committenti, i Della Rovere, si trova a Senigallia, nelle Marche, in provincia di Ancona ed è uno dei più importanti monumenti della città e della regione: ospita mostre, eventi musicali ed artistici. Nel 2015 ha fatto registrare visitatori.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali la gestisce tramite il Polo museale delle Marche, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

Storia La rocca così come appare oggi è il prodotto di un processo evolutivo verificatosi attraverso i secoli. Il monumento risulta articolato in due rocche, l'una inglobata dentro all'altra: il corpo centrale, destinato a residenza signorile, è circondato dalla costruzione destinata alla difesa militare. Il grande complesso architettonico è frutto di fasi costruttive succedutesi nel corso dei secoli a partire dalla prima torre difensiva di epoca romana; a seguire la rocca voluta dal cardinal Albornoz nel XIV secolo, l'ampliamento dei Malatesta alla metà del XV secolo e infine l'intervento roveresco degli anni Ottanta del XV secolo. Quest'ultima ristrutturazione rinascimentale predomina sulle altre. Fino al XV secolo Fin dalla colonizzazione romana avvenuta indicativamente nel 290 A.C. i coloni romani sentirono l'esigenza di fortificare Senigallia, e data la conformazione del luogo decisero di proteggere la città da eventuali pericoli provenienti dal mare, difatti edificarono una torre fortificata tra la città e il mare. La torre infatti sorgeva in un luogo particolarmente protetto tra il fiume Misa e il torrente Penna, oggi interrato.

La prima costruzione comprendeva un'unica torre a base quadrata costituita da blocchi d'arenaria e tufo, la quale successivamente venne inglobata da un'ulteriore torre medievale, costituita da pietra calcarea spugnosa, lavorata in grossi blocchi rettangolari bugnati, alcuni dei quali ora corrosi, ma in complesso molto ben conservati, in quanto anche quest'ultima è inglobata nelle successive ristrutturazioni che l'hanno protetta dall'azione erosiva degli agenti atmosferici.

Nel 1350 in seguito al cambiamento della residenza papale da Avignone a Roma il cardinale spagnolo Albornoz, legato papale, venne incaricato di consolidare il potere pontificio nell'Italia centrale, allora Stato della Chiesa, edificando numerose fortezze fra le quali la rocchetta di Senigallia.

Quando la famiglia Malatesta nel 1379 acquisì i territori di Senigallia ripresero i lavori alla rocca già cominciati dall'Albornoz. La rinascita della città fu segnata nel corso del Quattrocento da due momenti di grande rilievo: la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta intorno alla metà del secolo, e quella di Giovanni della Rovere che, a partire dal 1474, dette vita ad un potere familiare che durò ininterrottamente fino al 1631. Sigismondo Malatesta che aveva intenzione di espandere i suoi territori in quanto signore di Rimini e Fano, decise di ricostruire, ampliare la città e ripopolare un territorio tutt'altro che ideale come quello di Senigallia che si era spopolato anche a causa della presenza delle saline, ridotte a paludi, fortemente malsane e non adatte all'urbanizzazione.

Inizierà quindi un'opera di risanamento e bonifica concretizzata solamente nel 1479 con la realizzazione del “fosso grando per seccare l'acqua”, lavoro affidato a Christoforo De Mantua.

La ripopolazione della città fu rapida quanto la costruzione di una cinta fortificata, fabbricata con il contributo di uomini e materiali provenienti da tutti i possedimenti malatestiani, mentre si comincia ad ampliare e rinforzare la Rocchetta Albornoziana. L'assenza di Sigismondo da Senigallia in quanto questa non fu mai sua residenza fissa contribuisce alla crescita demografica, economica ed edilizia della città, ma allo stesso tempo del malcontento cittadino. Per questo motivo i cittadini accolgono il passaggio di potere dalla famiglia dei Malatesta ai Della Rovere.

La rocca roveresca

La sua struttura attuale è dovuta alla volontà di Giovanni della Rovere, Signore della città dal 1474 al 1501. La fortuna dei Della Rovere comincia con l'ascesa al pontificato di Francesco della Rovere che prende il nome di Sisto IV. Egli infatti nel giro di pochi anni riesce a far sposare i suoi nipoti con personaggi importanti dell'epoca: in particolare fa sposare Giovanni della Rovere con Giovanna da Montefeltro, figlia di Federico da Montefeltro che il papa nomina in quell'occasione duca di Urbino. Il papa concede poi a Giovanni il territorio di Senigallia, oltre che la carica di prefetto di Roma e il ducato di Sora e di Arce. Il nuovo signore di Senigallia dovette affrontare numerosi problemi fra i quali il risanamento delle saline e le questioni difensive. I lavori furono inizialmente affidati a Luciano Laurana, che era al servizio del duca di Urbino. L'architetto nel 1478 progettò la parte residenziale della Rocca e il ponte levatoio che collega la rocca alla piazza antistante. L'architetto si trovò ad affrontare un problema progettuale: da un lato era vantaggioso costruire una torre fortezza sulle solide fondamenta romane, albornoziane malatestiane, ma dall'altro dal punto di vista progettuale è difficile coniugare le nuove esigenza alla struttura preesistente, infatti il nuovo progetto dovrà contenere un alloggio per le milizie preposte alla sua difesa e un appartamento, che in caso di necessità dovesse ospitare il signore. Laurana risolve la questione del terrapieno della piazza e quello delle gallerie sotterranee che la attraversano, le quali, in caso di necessità dovevano consentire il collegamento tra la rocca e l'antistante palazzo ducale. Lo stesso progetta e realizza l'appartamento ducale all'interno della fortificazione ottenuta anche mozzando la torre malatestiana. Questo, venne ultimato nel 1479, fatto testimoniato dall'apposizione degli stemmi, lavoro di rifinitura. Dopo la morte di Laurana, viene chiamato Baccio Pontelli, al suo primo progetto autonomo di architettura militare. Il corpo centrale fu circondato con una nuova struttura difensiva, di forma quadrilatera ai cui angoli sono posti quattro massicci torrioni circolari. La realizzazione della splendida rocca avvenne in soli due anni, in quanto la minaccia “del turco” si faceva sempre più reale. All'interno e all'esterno della fortificazione, nelle troniere, negli architravi, negli stipiti, son ripetuti in continuazione i motti "IO DUX" – "IO PRE", abbreviazioni di "IOANNES DUX" - "IOANNES PREFECTUS" (prefectus = grafia mediolatina per praefectus), che stanno ad indicare "Giovanni duca di Sora" – "Giovanni prefetto di Roma".

Dal XIX secolo

Venuto meno il saltuario uso residenziale che la rocca ebbe in età ducale, la prevalente utilizzazione a carcere istituita in età pontificia fu continuata anche nel periodo post unitario. Da documenti e fotografie storiche esistenti si evince che la rocca di Senigallia fu accomunata al destino di altre architetture militari o religiose acquisite la demanio dello Stato dopo l'unità d'Italia.

L'edificio, di cui si segnalano danni dovuti al terremoto del 1897 e poi a quello del 1930, venne adibito prima a casa di pena, di cui ancora oggi conserviamo le testimonianze dei carcerati attraverso scritte e disegni sui muri, lasciate visibili durante il restauro e poi, affittato alle suore del Protettorato di San Giuseppe, a “ricovero e cura dell'infanzia abbandonata”, ospitando orfani di guerra, figli di carcerati ecc. La rocca, pur riconoscendone l'importante interesse storico-artistico, venne considerata un utile e capiente contenitore da adibirsi ad indifferenziate funzioni di pubblica utilità della città o a deposito di masserizie di varia nature e tale situazione continuò, se pure con specifiche varianti connesse ai diversi periodi storici, fino al secondo dopoguerra.

Così dopo la partenza delle suore e la presa in consegna della Soprintendenza, si avvicendano proposte di destinazioni d'uso e usi contingenti legati al periodo bellico, come per esempio magazzini di generi di sussistenza militari, ricoveri antiaerei, depositi o casermaggi, fino a proporne funzioni quali Sede del Fascio e Caserma per Giovani Fascisti, ma anche biblioteca comunale negli ambienti del secondo piano. Accanto a svariati usi proposti nel secondo dopoguerra (abitazione per sfrattati, sede dell'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, deposito per materiali da pesca, ostello della gioventù…) che continuano ad identificare l'edificio solo in funzione delle necessità contingenti e delle attività turistiche e commerciali della città, si cominciano ad individuare specifiche destinazioni d'uso di tipo culturale.

Nel 1947 il Comune propose di collocarvi un insieme di istituzioni culturali cittadine (pinacoteca, biblioteca…) e nel 1953 in seguito a rinvenimenti di primitive strutture vennero sospesi i lavori in corso per più approfondite valutazioni sulle fasi costruttive dell'edificio.

Negli anni ‘60 si formò un comitato per la valorizzazione degli edifici storici della città e per l'apertura la pubblico dell'edificio, la cui globale fruizione continuò però ad essere compromessa dalle precarie condizioni conservative del complesso e dal procedere dei lavori di restauro, a loro volta spesso rallentati sia dalle insufficienti disponibilità economiche, sia dalla presenza di materiali in deposito e di attività varia ancora site in esso.

Alla luce della migliore rilettura dell'edificio resa possibile dai restauri, divenne sempre più chiaro che la rocca e il vallato circostante dovessero essere conservati e fruiti nella loro naturale sistemazione monumentale, e che la destinazione museale fosse la più consona alla rocca, anche come documento della storia della città.

Descrizione

La Rocca Roveresca mostra all'esterno una struttura semplice e regolare dovuta al progetto di Baccio Pontelli che circondò la residenza signorile con una cinta quadrilatera ai cui angoli sono posti quattro bassi torrioni circolari, collegati fra loro e con il corpo centrale, da un organico sistema di comunicazione, verticale e orizzontale. L'apparente irregolarità degli spazi interni e dei percorsi è una caratteristica delle fortificazioni alla "moderna" e quindi cercata dallo stesso Pontelli, con lo scopo di creare un senso di disorientamento. La complessità della struttura, dovuta anche alle stratificazioni storiche e progettuali, si manifesta dunque all'interno dove la dislocazione degli spazi risulta labirintica. Il cortile adempiva al duplice uso di cortile di casermaggio e di cortile di rappresentanza con un pozzetto decentrato tipico del rinascimento ed è funzionalmente elemento di raccordo tra l'ingresso dall'esterno, dal quale si accede attraverso il ponte levatoio e tra la parte residenziale e quella militare.

Cortile