La Storia della Sardegna fenicia e cartaginese tratta due diversi periodi storici compresi tra il IX secolo a.C. e il III secolo a.C. riguardanti il pacifico arrivo nell'Isola dei primi mercanti fenici e del loro integrarsi nella Civiltà nuragica apportandovi nuove conoscenze e tecnologie, e della successiva presenza cartaginese mirante allo sfruttamento delle risorse minerarie e al controllo delle fertili pianure dei campidani.

Storia Premessa

Fin dalla metà del III millennio a.C., la striscia costiera che a Nord della Palestina si affaccia al Mediterraneo, e che ad Est i monti del Libano separano dall'entroterra, fu abitata da una popolazione semita chiamata dai Greci con il nome di Fenici. Dall'inizio del II millennio a.C. fino alla fine dell'età del bronzo furono tributari dei faraoni egizi; dal 1200 a.C. l'arrivo dei Popoli del Mare e le loro invasioni lungo le coste anatoliche e siro-palestinesi sconvolsero l'impero Ittita e crearono gravi difficoltà ai faraoni d'Egitto, costringendoli ad arretrare verso il delta del Nilo. Alcuni gruppi di invasori occuparono le coste palestinesi, è il caso dei Filistei, insieme agli Eqwesh, Teresh, Lukka, Shekelesh, Sherden (questi ultimi da alcuni ricercatori identificati con i Sardi nuragici). Le invasioni travolsero le antiche civiltà che si affacciavano sul Mediterraneo; quelle che resistettero, come riuscì a fare l'Egitto, ne uscirono indebolite. Fu l'inizio di un medioevo di lunga durata. A riprendere le rotte marittime sembra siano stati proprio i Fenici, che si fecero conoscere come esperti e valorosi marinai, i primi ad affrontare la navigazione notturna in mare aperto orientandosi per mezzo delle stelle. Ebbe così inizio un periodo d'oro. Fino all'anno 1000 a.C. la città più potente fu Sidone, poi il primato passò a Tiro. Altre importanti città furono Biblo, Arwad, Beirut, Acco. Abili naviganti ed altrettanto abili nei commerci, i mercanti fenici percorrevano il mar Mediterraneo in lungo e in largo, principalmente per vendere o barattare i prodotti del loro fiorente artigianato, quali gioielli e ceramiche, ma soprattutto le pregiate stoffe di lino e di lana, colorate con la porpora (phoinix) di cui avevano il monopolio e che ottenevano da un particolare tipo di conchiglia marina chiamata murice. Dalla metà del IX secolo a.C., la politica espansionistica dei sovrani assiri e la loro incessante pressione sulle coste libanesi, creò seri problemi alle fiorenti città stato e ben presto i Fenici furono spinti alla fuga.

Prime presenze fenicie in Sardegna

Nel corso dei secoli IX e VIII a.C. si hanno notizie della loro presenza lungo le coste della Sardegna. Secondo le più recenti ricerche, i villaggi nuragici costieri situati nelle rade del meridione e a occidente dell'Isola furono i primi punti di contatto tra i commercianti fenici e gli antichi Sardi. Questi approdi costituivano dei piccoli mercati dove venivano scambiate le più svariate mercanzie. Con il costante prosperare dei commerci, i villaggi si ingrandirono sempre di più, accogliendo stabilmente al loro interno l'esodo delle famiglie fenicie in fuga dal Libano. In questa lontana terra esse seguitarono a praticare il loro stile di vita, i loro propri usi, le proprie tradizioni e i loro culti di origine, apportando in Sardegna nuove tecnologie e conoscenze. Tramite matrimoni misti ed in un proficuo e continuo scambio culturale, i due popoli coabitarono pacificamente e i villaggi costieri divennero importanti centri urbani, organizzati in maniera simile alle antiche città stato delle coste libanesi. I primi insediamenti sorsero a Karalis, a Olbia, a Nora (nei pressi di Pula), a Bithia, a Sulki nell'isola di Sant'Antioco, a Tharros nella penisola del Sinis, poi a Neapolis presso Guspini, e a Bosa. Contemporaneamente al prosperare in Sardegna di questi centri costieri, dall'altra parte del Mediterraneo, nel continente africano, nell'814 a.C. secondo la tradizione classica, nasceva Cartagine, e sessanta anni più tardi, in quello italiano, nasceva Roma.

Urbanesimo e scrittura I Fenici introdussero in Sardegna una forma di aggregazione urbana fino ad allora sconosciuta agli autoctoni dei territori interni: la città. I clan nuragici abitavano in cantoni, ossia vasti territori ben definiti e controllati tramite torri nuragiche situate in punti strategici. Furono abilissimi nel progettare e costruire complessi agglomerati difensivi, a ridosso dei quali, al di fuori delle mura, si situavano i villaggi, pronti ad essere evacuati in caso di attacco. Così come i Nuragici divisero l'isola in cantoni, così gli oramai Sardo-Fenici organizzarono i villaggi costieri in città ben organizzate.

Una stele sepolcrale datata al IX secolo a.C. rinvenuta a Nora e conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari e secondo molti ricercatori tale stele costituisce anche la prima testimonianza attestante il nome scritto usato per denominare la Sardegna. Sulla stele compare infatti il toponimo SRDN, senza vocali come consuetudine nelle antiche lingue semitiche. Per l'archeologo Giovanni Ugas il toponimo Sardegna è da attribuire agli antichi Shardana, una delle popolazioni facenti parte dei Popoli del Mare

L'epoca d'oro dei Sardi nuragici

Secondo gli archeologi il periodo che va dal 900 a.C. al 500 a.C. corrisponde all'epoca d'oro della civiltà nuragica.. L'artigianato produsse ceramiche raffinate e strumenti sempre più elaborati, mentre aumentò la qualità delle armi. Con il prosperare dei commerci i prodotti della metallurgia e i manufatti sardi raggiunsero ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e atlantiche. Intorno ai nuraghi, sempre più complessi ed elaborati, le capanne nei villaggi aumentarono di numero e ci fu generalmente un ampio incremento demografico. Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l'archeologo G. Lilliu, non fu tanto l'accuratezza nella cultura materiale, bensì l'organizzazione politica che ruotava intorno al parlamento del villaggio, nel quale un'assemblea composta dai capi e dalle persone più influenti si riuniva per discutere sulle questioni più importanti e sulla giustizia. Secondo l'illustre studioso questa forma di governo, benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritrovò intatto, dopo duemila anni, nello spirito delle coronas giudicali.. In epoca recente i ricercatori hanno scoperto, in località Mont'e Prama, non lontano dall'antica città di Tharros (luogo di contatto tra i Sardi nuragici e i nuovi arrivati Fenici), imponenti statue in pietra arenaria, rappresentanti guerrieri armati con archi e altre armi, segno eloquente che la civiltà nuragica si evolveva verso forme sempre più spettacolari ed imponenti.

Espansione militare dei Punici

Conosciute per loro prosperità, le città stato di Sardegna entrarono nell'orbita di espansione di Cartagine. Alla nascente potenza coloniale punica, proiettata verso la conquista delle rotte mercantili nel Mediterraneo occidentale, interessava non solo il controllo del territorio circostante i centri urbani costieri, ma anche le fertili pianure dell'entroterra, e soprattutto lo sfruttamento esclusivo delle ricche miniere di metalli, dominio fino ad allora delle genti nuragiche dell'interno. Ebbe inizio una lunga guerra che vide i Punici penetrare verso i territori dell'interno. Da Karalis arrivarono fino a Monastir e San Sperate, da Sulki fino al Monte Sirai, da Tharros occuparono il Sinis e si spinsero fino a Narbolia e a San Vero Milis, fondando in queste nuove terre i centri urbani di Othoca e di Cornus. Per alcuni archeologi le città Fenicie della Sardegna si schierarono contro Cartagine. Secondo Piero Bartoloni, Sulki e la cittadina di Monte Sirai ad esempio, fondate dai Fenici e abitate come le altre città fenicie della Sardegna sia da Fenici che da Nuragici, furono distrutte dai Cartaginesi verso la fine del VI secolo a.C..

Al tentativo di colonizzazione seguì l'inevitabile reazione armata dei Sardi nuragici: in breve rioccuparono i territori invasi minacciando la distruzione delle città costiere. La fortezza del Monte Sirai, baluardo avanzato dei Punici, fu ripetutamente attaccata e ripresa. Il tentativo di respingere l'invasione verso l'entroterra segna, verso il VI secolo a.C., l'entrata della Sardegna negli annali della Storia: la letteratura classica infatti ci dà per la prima volta un resoconto preciso e datato su ciò che stava accadendo sull'Isola.

A difesa degli interessi punici, nel 540 a.C. Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in Sicilia contro i Greci e da questi chiamato Malco (ossia il Re). Sbarcato nell'isola con un corpo di spedizione composto dalle élite puniche, con il compito di liberare le città costiere dall'incombente pericolo di annientamento, Malco trovò ad aspettarlo la feroce ed organizzata resistenza dei Sardi nuragici. Travolti da continui attacchi e dalla sanguinosa guerriglia che si sviluppò intorno ai loro movimenti, i Cartaginesi furono costretti a ritirarsi e a reimbarcarsi subendo ingenti perdite.. Non furono le fortezze nuragiche però lo strumento di vittoria per i Sardi, ma i Punici furono sconfitti in scontri campali. L'intervento di Cartagine fu descritto dallo storico romano Marco Giuniano Giustino, e sembra che nella madrepatria questa sconfitta fu accolta come un disastro tanto da motivare successivamente ampie riforme civili e militari. Dopo questi avvenimenti, l'esercito fu potenziato e divenne il simbolo e lo strumento della volontà di dominazione cartaginese.

In tale periodo, secondo gli studiosi, vi fu l'introduzione nell'isola di una malattia fino ad allora sconosciuta: la malaria. Si suppone che furono le truppe di Malco a portare in Sardegna le zanzare anofele, terribile flagello per gli isolani sino al 1946-50.

Dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i Greci focesi, i Punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, nel 535 a.C. tentarono una nuova campagna militare per la conquista dell'Isola.

Non si sa molto di tale spedizione, ma si suppone che l'avanzata cartaginese fu arrestata nuovamente nei Campidani, prima ancora di raggiungere le propaggini montuose delle zone interne. La resistenza dei Sardi fu nuovamente accanita e la guerriglia assai feroce. Di sicuro, venticinque anni dopo, nel 510 a.C., si combatteva ancora, ed in quell'anno i Punici persero in battaglia il generale Asdrubale. Gli sforzi tuttavia portarono a dei risultati se si pensa che nel 509 a.C. si poté stipulare il trattato con Roma che riconobbe a Cartagine il possesso della Sardegna. Ma la convivenza armata tra i due popoli fu assai difficile e ripetutamente scoppiavano rivolte e ribellioni nelle comunità sardo-nuragiche dei territori occupati, costrette a pagare forti tasse e a sottostare a pesanti imposizioni come il divieto di coltivare in proprio la terra. I Nuragici persero il controllo dei centri minerari dell'Iglesiente dove i Punici assunsero il controllo diretto delle miniere, sfruttando la manodopera indigena per l'estrazione dei minerali. Nel 368 a.C., nonostante quasi un secolo di presenza cartaginese, scoppiò l'ennesima ribellione. Per la durata di diversi decenni, i Sardi nuragici costrinsero gli eserciti cartaginesi a vere e proprie campagne militari per sedare le rivolte.

Aiutata dalla sua potente flotta, Cartagine riuscì però a controllare tutti i porti e impedì alle popolazioni nuragiche della parte settentrionale e orientale della Sardegna ogni commercio con l'esterno, assediando l'isola con un vero e proprio blocco navale. Il trattato del 348 tra Roma e Cartagine dimostra che i Punici raggiunsero un relativo controllo sulla Sardegna attuando un'accentuata occupazione territoriale nei Campidani, nel Sinis, in Trexenta, Marmilla e nel Sulcis-Iglesiente. Si costruirono opere di difesa a Nora, Monte Sirai, Kalari, Tharros e Bithia.

Il limes