San Martino in Pensilis è un comune italiano di abitanti della provincia di Campobasso in Molise.

Geografia fisica

Territorio Il centro storico del paese si trova sopra un colle, a un'altitudine di s.l.m.. Il colle è in parte a strapiombo e ripidissimo verso il lati sud e ovest. L'abitato si estende lungo il lato nord-ovest, meno scosceso e verso est, lungo il lato ripido meridionale, per alcune centinaia di metri e piega poi verso sud e ancora verso estVedi mappa di San Martino in Pensilis.

I confini naturali del territorio del comune sono rappresentati dal torrente Saccione verso est e dal fiume Biferno verso nord-ovest. Attraversa il territorio anche il torrente Cigno, affluente del Biferno, che ha una portata molto maggiore del Saccione. Altri corsi d'acqua minori sono il "vallone Reale" e il "vallone Sassani" (affluenti di sinistra del Saccione).

Nella campagna collinare circostante si coltivano grano, barbabietole, girasoli e sono presenti anche vigneti ma soprattutto ulivi. Del terreno boschivo restano attualmente alcune macchie, del "bosco di Ramitelli", che si estendeva lungo tutto il corso del Saccione, dal mare fino a Rotello. Questa zona conosciuta anche come la bufalara

Origini del nome

Secondo il vescovo ed erudito settecentesco Giovanni Andrea Tria, il toponimo di "San Martino" deriverebbe da una chiesa situata sul colle e dedicata al santo vescovo Martino di Tours. La posizione sopra una collina, con due ripidi pendii a sud e ad ovest, avrebbe invece dato origine all'aggiunta "in Pensili": entro le mura del paese vecchio ("Mezzaterra") esisteva la chiesa di "Santa Maria in Pensili" e in alcune fonti medievali il colle era citato anche come in PisiliIn effetti il Tria riporta la variante in Pisili (Memorie Storiche Civili di Larino... op. cit., lib. IV, cap. 2, p. 345), ma nella Cronaca cassinese, lib. IV, cap. XLVIII, p. 475, si legge sancti Martini in Pisile, , in Pesile o in PensulisIl Tria riporta, tra le altre, le varianti in Pensili, in Pensile, in Pensilis e Pensulis che si trovano in alcuni documenti medievali redatti in lingua latina. Nello specifico: "nella sentenza del Cardinal Lombardo" (ibid., lib.III, cap.3, n.7, p. 180) viene citato S. Martinum in Pensulis; mentre in due bolle, una di Lucio III (ibid., cap. 5, n.3, p. 192) e l'altra di Innocenzo IV (ibid., cap.5, n.14, p. 197) si trova la forma S. Martino in Pensili.

Per distinguere il comune di San Martino dai numerosi omonimi del Regno d'Italia, nel 1863Regio decreto del 26 luglio 1863., si aggiunse al nome la forma erronea latineggiante in PensilisL'aggiunta della forma in Pensilis (-is: nom. sing. m. f., gen. sing. m. f. e n., voc. sing. m. f.) è tuttavia grammaticalmente scorretta in lingua latina, in quanto la preposizione in, se indica stato in luogo, come nel caso dei toponimi, regge unicamente l'ablativo. Quindi, la forma corretta è in Pensili (abl. sing. m. f. n.), che significa 'pensile' o 'pendente'..

Storia Un centro fortificato (castrum Sancti Martini in Pesulo) è attestato in documenti del XII secolo e doveva forse essere sorto intorno a una chiesa dedicata al santo vescovo Martino di ToursSecondo l'ipotesi del vescovo di Larino ed erudito settecentesco Giovanni Andrea Tria, dopo la distruzione di Cliternia Frentana, alla fine del V secolo, i suoi abitanti si sarebbero rifugiati sul colle dell'attuale paese..

Il Masciotta attesta che durante la dominazione longobarda il castrum faceva comunque parte del ducato di Benevento, non si sa bene se ascritto alla contea di Termoli o a quella di Larino.

In epoca normanna San Martino era in possesso dei conti di Loritello (Rotello), allorché il conte Roberto, figlio di Goffredo d'Altavilla, lo aveva donato all'abbazia di Montecassino nel 1113Franco Valente, op. cit.. Due anni dopo, nel 1115, in una carta riportata ugualmente nella Cronaca Cassinese, l'abate Girardo di Montecassino fa menzione della chiesa di S. Nicolai che si trovava in castro San Martini in Pisili e del celebre Roberto, Comes Comitum di Loritello.

Nelle cronache non sono riportati danni al castrum in occasione del grande terremoto del 1125, di cui parla Falcone BeneventanoFalcone Beneventano, Chronicon, 1125,1,5..

Tra il 1150 e il 1168 il Catalogo dei baroni attesta che era signore di San Martino un certo "Americ" e che il feudo doveva fornire due militi (e quindi era di discreta importanza). È durante questo periodo che viene a incentrarsi la leggenda più significativa del luogo, in base alla quale il conte Roberto II di Bassavilla, signore di Loritello (1154-1182) e di Conversano (1138-1182), ribelle al re Guglielmo I di Sicilia negli anni 1155-1169, rinviene insieme ad altri nobili, durante una battuta di caccia, il corpo di san Leo. L'episodio viene popolarmente considerato come l'origine della tradizionale manifestazione della corsa dei carri.

Viene menzionato come S. Martinum in Pensulis nel 1175 in una sentenza del cardinal LombardoMemorie Storiche Civili ed Ecclesiastiche... op. cit., lib. III, cap. III, n. 7, p. 180 e in due bolle papali, una di Lucio III (1181) e l'altra di Innocenzo IV (1254), e ancora nella Cronaca Cassinese.

In base a quanto riferisce il Tria nelle sue Memorie, nel periodo svevo (1194-1226), dopo Americ (Amerius), il feudo sammartinese passa nelle mani del Conte di Montagano; ma il Masciotta ritiene priva di fondamento la notizia, poiché nel periodo svevo, e buona parte di quello angioino, non vi sono documenti che lo comprovano. Il Sassi, similmente, conferma che l'epoca sveva resta priva di attestazioni documentali successorie, precisando che dopo Domenico Amerio, morto senza lasciare prole, il feudo entra in possesso di Ugone di Molisio, quindi viene ceduto a sua figlia, moglie del Conte di Chyurlia, e infine nel 1190 passa direttamente nelle mani di Tancredi d'Altavilla.Luigi Sassi, ibid. p. 289 e ss.

Sotto il dominio degli Angioini, in uno statuto per la riparazione dei castelli della Capitanata, redatto intorno al 1270, a San Martino (S. Martini impensulis) era richiesto di contribuire alle riparazioni della fortezza delle Isole Tremiti (castrum insule Tremitane).

Del periodo angioino il Sassi riporta le seguenti successioni: 1234. Sobrano o Sabrani, famiglia di origine francese 1260. d'Alagna (poi Merletto o Merlotti) 1270. Teodoro, casata di origine tedesca 1296. La signoria passa ad Anna Gentile di Larino, moglie di Ruggero Dragone 1310. Il feudo viene concesso al nobile beneventano Matteo Gesualdo 1336. Tomasella, figlia del ciambellano Pietro di Luo, sposando Pietro d'Aquino, ottenne come dote il feudo direttamente dal re Roberto. In data non precisata la regina Giovanna concede il feudo a Corrado di Montagano. 1343. Giovanni d'Eboli

Nel 1381 il re Carlo III di Napoli lo assegnò in feudo alla moglie, Margherita di Durazzo, che durante le lotte tra il figlio Ladislao e Luigi II d'Angiò lo cedette a Ugolino degli Orsini. Fu poi in possesso della regina Giovanna II, figlia di Margherita e fu unito al vicino feudo di Guglionesi, di cui seguì le sorti.

Nel 1410 risulta il feudo sammartinese concesso dal re Ladislao di Durazzo a Guglielmo Sopramondo (Sanframondo).

Nel periodo aragonese viene acquistato nel 1443 da Marcello di Guglionesi, riscattato poi nel 1454 da Antonello di Sanframondo per mezzo dello Ius del Retroemendo.

Diverse fonti storiche riportano che San Martino subì danni ingenti e una drastica diminuzione della popolazione in seguito al terremoto del 1456Il Sassi riferisce che dalla prima numerazione effettuata il 28 febbraio 1448 il paese risultava costituito da 102 fuochi. , che distrusse Larino e altri paesi nelle vicinanze.

Dopo circa quindici anni (1462-1477) senza feudatari, S. Martino viene affidato a Lorenzo de Lina di Guglionesi dalla regina Giovanna di Trastámara.

Nel 1495 (dal 1512, secondo il Sassi) lo ebbe in feudo Andrea di Capua, duca di Termoli e seguì quindi le vicende del ducato fino all'abolizione della feudalità nel 1806. Nel 1530 ne furono signori i Garofalo di Montemitro. Acquistato nel 1521 da Giacomo Della Tolfa, la cui famiglia si fuse nel tempo a quelle dei Frangipane e degli Orsini, passò poi ai Sanseverino, nel 1532 alla famiglia aragonese dei D'Avalos, nel 1566 a quella dei Ceva-Grimaldi, nel 1570 ai D'Aponte e infine ai Di Sangro.

Assai numerose furono le vittime della peste del 1656 che, a cominciare da San Giuliano di Puglia, andò estendendosi rapidamente a tutti i paesi limitrofi: Rotello, Santa Croce di Magliano, Larino, Guglionesi, Montorio... A San Martino, che ne sembrava in un primo momento immune, «il 25 settembre 1656 - scrive il Sassi - ... la peste infierì con tale violenza da ridurre in meno di tre mesi i 215 fuochi (da a abitanti) che contava prima del contagio, ad un centinaio appena di persone».Luigi Sassi, ibid. p.249 Nel territorio sammartinese e nelle zone circostanti il ferale morbo cessò il 26 dicembre 1656, ma continuò spaventosamente a desolare il resto della provincia fino al 1658.

All'epoca dei Borboni il paese era tenuto dalla famiglia dei Sanseverino e in seguito da quella dei Pignatelli, Colonna e Cattaneo. Il 9 ottobre 1696 muore Federico Di Sangro, lasciando i suoi feudi, tra cui San Martino, alla nipote Ippolita Maria della famiglia dei Pignatelli. L'eredità è ceduta dunque a sua nipote Isabella di Capua che, morta anche lei nel 1717, passa a suo marito Luigi di Capua e poi nel 1722 alle sorelle Isabella e Giulia di Capua. Quest'ultima, sposando Domenico Cattaneo dei principi di Sannicandro, porta in dote i possedimenti di Termoli e San Martino, i cui discendenti, scrive il Sassi, "ricevono ancora il titolo di Duca di Termoli e Conte di San Martino".Luigi Sassi, ibid., p. 260

Nel febbraio del 1799, con l'instaurarsi della Repubblica Partenopea, nasce la prima municipalità di San Martino, che sostituisce la precedente universitas con il Mastrogiurato. Le notizie di rinnovamento che giungevano della Rivoluzione francese nel Regno di Napoli si riverberano anche tra i molisani, provocando tumulti, disordini e divisioni fra sanfedisti e liberali (giacobini); tra i sammartinesi fautori del cambiamento spicca la figura controversa di Antonio Maria Belpulsi, considerato uno dei maggiori difensori della Repubblica napoletana, al quale viene assegnato il comando della Legione sannitica.Luigi Sassi, op. cit., p. 313 e segg.

Tra la fine de 1798 e l'inizio del 1799, nell'incertezza della situazione politica che si era venuta a creare, "numerose comitive di ladroni e malviventi - scrive il Sassi - come in ogni altra provincia, portarono in quei giorni il terrore e lo sgomento nei nostri paesi, commettendo omicidi, furti, ricatti ed altri gravissimi eccessi"Luigi Sassi, ibid., p. 358. Il 3 dicembre 1798, istigati e manovrati dai borboni e dal duca di Casacalenda, gli albanesi di Campomarino, Portocannone, San Giacomo degli Schiavoni, al comando del sammartinese Giovanni Migliaccio, spinti dalla fame e desiderosi di fare bottino, invasero S. Martino, depredando la tesoreria dell'Università, uccidendo il mastrogiurato e il tesoriere. I liberali reagirono a mano armata e, quando la situazione stava per degenerare, gli animi vennero rappacificati dal guardiano del Convento di Maria e Gesù, certo padre Giuseppe De Macchia.Luigi Sassi, ibid., p. 359.