Il western all'italiana (noto anche come spaghetti western o Italo-western in inglese, o anche Italoaters) è un sottogenere dei film western di produzione italiana negli anni sessanta e settanta con la partecipazione spesso di attori di valore ancora agli albori della loro carriera e che successivamente sarebbero divenuti star internazionali. Tali film erano girati generalmente in Italia o in Spagna e, in rari casi, in altri paesi del Mediterraneo.

Grazie a questo prolifico filone, per circa un quindicennio (compreso grosso modo fra il 1964 e il 1978) il western conobbe una rinnovata popolarità in Italia dopo un periodo di decadenza. Questo genere di western ha avuto successo anche fuori dall'Italia, influenzando successivamente anche i temi e le convenzioni del genere western di produzione non europea.

Storia Origini

L'espressione "spaghetti-western" nacque negli Stati Uniti d'America e stava inizialmente a indicare dei lungometraggi girati in italiano, con budget ridotti e povertà di mezzi, secondo le convenzioni dei primi western, in parte intenzionalmente, in parte come conseguenza della limitatezza delle risorse finanziarie. Nonostante un'iniziale diffidenza, il genere si andò sempre più imponendo presso il grande pubblico, mentre la critica si limitò per lungo tempo a riconoscere unicamente il valore di quello che fu il massimo esponente e maestro indiscusso del genere, il regista Sergio Leone (e di un pugno di attori impegnati nei suoi film). Questi, fin dai suoi primi lungometraggi, si era guadagnato infatti la stima e il rispetto dei propri colleghi statunitensi e una crescente popolarità presso le platee d'oltreoceano e internazionali.

Il primo western italiano fu Una signora dell'Ovest, del 1942, girato da Carl Koch, poi troviamo parodie del genere americano, quali Il fanciullo del West, del 1942 di Giorgio Ferroni ed Il bandolero stanco, del 1952 di Fernando Cerchio, con protagonisti rispettivamente Erminio Macario e Renato Rascel. I film più conosciuti, probabilmente gli archetipi del genere, sono quelli della cosiddetta trilogia del dollaro, diretti proprio da Sergio Leone, con Clint Eastwood (che diede vita al ruolo dell'uomo senza nome) e le celeberrime colonne sonore di Ennio Morricone (tre nomi che divennero sinonimi del genere stesso): Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e infine Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Quest'ultimo è senza dubbio uno dei western più famosi di tutti i tempi e godette, relativamente agli altri film, di un budget atipicamente alto: quasi un milione di dollari. A questa trilogia Leone aggiunse poi il capolavoro monumentale C'era una volta il West (1968), un affresco nostalgico sull'epopea del West al tramonto, in cui i personaggi acquistano un maggiore spessore umano e la magistrale abilità tecnica e narrativa del regista si fonde con un soggetto ricco di significati, incontrandosi idealmente con le tematiche crepuscolari del nuovo western statunitense.

Varianti e parodie Alcuni film di caratteristiche similari e di produzione spagnola prendono il nome di "chorizo-western" o "paella-western", mentre una pubblicità per la commedia giapponese Tampopo coniò la definizione di "noodle-western (noodles sono proprio gli spaghetti giapponesi) per descrivere la parodia di un ristorante di "noodle". I moderni film western di Robert Rodriguez sono stati soprannominati "burrito-western".

Tra le varianti del genere c'è il "western gotico", che vanta titoli, come I quattro dell'apocalisse (1975) di Lucio Fulci e Joko - Invoca Dio... e muori (1968) di Antonio Margheriti, dove alla solarità degli scenari western si contrappongono scenari cupi e cimiteriali. In Sentenza di morte di Mario Lanfranchi (1968), appare addirittura una sorta di "cowboy zombie" (ben prima del romanzo e del romanzo a fumetti La morte ci sfida di Joe R. Lansdale). Con un'etichetta più generale, le contaminazioni del western col fantastico - inclusa quindi la fantascienza e l'horror - sono state chiamate in italiano "fantawestern", che comprende pertanto sia il western gotico sia il "western spaziale", cioè un'avventura "simil-western" ambientata nello spazio, come Sette uomini d'oro nello spazio di Alfonso Brescia, del 1979, una sorta di remake fantascientifico de I magnifici sette (1960) di John Sturges.

Anche il western peplum e il thriller western hanno avuto il loro momento d'oro durante la grande stagione di uno dei generi più prolifici della storia del cinema.

È stata tuttavia la commedia, inclusa la parodia, il sottogenere del western all'italiana di maggiore successo. Nel 1965 Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, fecero la parodia del primo film della trilogia del dollaro, dato il suo grande successo, col il loro Per un pugno nell'occhio, per la regia di Michele Lupo, proseguendo due anni dopo con Il bello, il brutto, il cretino di Giovanni Grimaldi, altra parodia di uno dei grandi film di Sergio Leone.

Daniele D'Anza nel 1968 sceneggiò per la Rai Non cantare, spara, una parodia western musicale con il Quartetto Cetra.

Va ricordato anche il fortunato filone che ha avuto come protagonisti Bud Spencer e Terence Hill, con i quali, a partire dagli anni settanta, si inaugurò una sorta di divertente parodia degli spaghetti-western, che Bud Spencer e Terence Hill hanno definito come "western comico". Terence Hill è anche il protagonista, insieme a Henry Fonda, de Il mio nome è Nessuno (1973) di Tonino Valerii. Il confronto fra i due attori è simbolico del confronto fra il western all'italiana, più ironico e autoironico, e quello tradizionale statunitense, certo prestigioso ma bisognoso di essere sospinto verso un rinnovamento radicale. Fra le parodie del western all'italiana va senz'altro annoverato West and Soda, film di animazione del 1965, prodotto e diretto da Bruno Bozzetto, «Contemporaneamente parodia, citazione, omaggio e rilettura con squarci surreali del western più classico».Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008, p. 3297

Declino e riscoperta Il genere, dopo l'esplosione incredibile degli anni sessanta e settanta, scomparve repentinamente quasi del tutto, dando vita a pochissimi film negli anni ottanta e novanta, destino d'altronde non diverso da quello del film western in senso lato, anche statunitense, ormai quasi del tutto scomparso dalle nuove produzioni. Dalla fine degli anni sessanta alla metà degli anni settanta si affermò il genere del "poliziesco all'italiana".

Tuttavia, dagli anni ottanta, poi, si è avuta una sorta di riabilitazione ufficiale, a livello di critica, anche di alcuni film a torto considerati "minori". Tale rivalutazione, che si è estesa con gli anni anche a molti altri film ascrivibili al genere, ha trovato la sua espressione più significativa in una celebre mostra retrospettiva organizzata nell'ambito della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia del 2007.

Uno degli ultimi film che si rifà al genere fu Gli spietati, del 1992, che vede l'icona del genere, Clint Eastwood, dietro la macchina da presa. Nei titoli di coda appare la significativa dedica: "a Sergio Leone" (la stessa che più di dieci anni dopo, nel 2003, Quentin Tarantino ha inserito nei titoli di Kill Bill: Volume 1 e Kill Bill: Volume 2). Un ultimo omaggio al western all'italiana è stato fatto ancora da Quentin Tarantino nel suo Django Unchained, del 2012, inserendo nella scena finale del film il tema principale della colonna sonora di Lo chiamavano Trinità....

Segni distintivi Nel 1971 Franco Ferrini pubblicò sulla rivista Bianco e Nero un articolo in cui individuava nove situazioni-tipo che distinguevano il western all'italiana da quello classico. Queste situazioni riguardavano l'uso diverso che negli spaghetti-western viene fatto dell'alcol, dei nomi, della banca, delle armi, della legge, del cimitero e del duello.

Al di là di questo, si può dire che nei western all'italiana il protagonista non è quasi mai un eroe, ma più spesso un antieroe mosso da interesse invece che da motivazioni idealistiche. Il western italiano non è, poi, ottimista né tantomeno moralista come quello classico, e presenta quasi sempre il denaro o la vendetta come unico vero interesse dei personaggi (tanto che la parola "dollaro/dollari" era presente nei titoli di ben 29 film, mentre "vendetta" in solo 10)https://web.archive.org/web/20200719052208/http://spaghettiwestern.altervista.org/curiosita_west.htm. Le storie e le scene sono in genere più cruente, i personaggi più cinici, "niente più storie d'amore e lunghe e noiose chiacchierate dal tono moraleggiante ma tantissima violenza e azione a volte spinta ai livelli più estremi".da: Dark side il lato oscuro del cinema - SPAGHETTI WESTERN, su , sito rilevato il 9/8/2011

Nei western all'italiana la classica distinzione fra il "buono" e il "cattivo" viene così a sfumarsi notevolmente rispetto al western americano: specie dalla rivoluzione stilistica imposta da Sergio Leone in poi, tutti i personaggi, anche quelli "positivi", appaiono in genere più cinici, trasandati, sporchi, ma in fondo più realistici; le stesse ambientazioni più inospitali, i villaggi appaiono desolati e polverosi. Ne esce, in definitiva, un'immagine certamente meno epica e in generale molto più dura dell'Ottocento americano nelle regioni del West. Da questo punto di vista, il fatto che gli autori dei film (e il pubblico a cui erano destinati principalmente) non fossero americani, ha senza dubbio consentito di distaccarsi con maggiore libertà dagli stereotipi più tradizionali e nostalgici del West, viceversa sentito ancora dagli statunitensi come un'epopea nazionale.

Anche per questo motivo, inizialmente, il genere fu visto con diffidenza dagli americani (il termine stesso, spaghetti-western, aveva infatti anche un sottinteso vagamente dispregiativo): alle differenze stilistiche si aggiungeva infatti una sorta di dissacrazione del mito del west, che aveva l'aggravante, dal loro punto di vista, di provenire da autori non americani.

Un tema assente nei western all'italiana è anche la guerra ai "pellirosse", caratteristica dovuta alla oggettiva difficoltà nel reperire in Europa attori con una credibile fisionomia da "pellerossa", ma probabilmente dovuta anche al fatto che gli autori e il pubblico, non essendo americani, non avvertivano il bisogno di giustificare la guerra ai nativi.