Fu uno dei massimi protagonisti della pittura napoletana ed europea del XVII secolo nonché uno dei più rilevanti pittori seguaci del filone del caravaggismo napoletano, da cui generò una peculiare corrente pittorica, il tenebrismo, che si caratterizzava da una esasperata rappresentazione della realtà, violenta e brutale, accentuata da particolari epidermici, anatomici e psichici dei personaggi raffigurati.
Il suo stile, che nel tempo si evolve influenzato dal classicismo neoveneto, fu modello e punto di riferimento per i pittori partenopei coevi e di generazioni successive, segnando in maniera indelebile tutta la pittura napoletana del Seicento.
Biografia Gli anni giovanili La formazione Ribera nasce a Xàtiva, nel Regno di Valencia nel 1591 da Simó de Ribera (calzolaio) e Margalida Cucó, secondogenito battezzato all'anagrafe Joan Josep Ribera y Cucó, dove poi preferirà firmarsi e farsi chiamare solo Jusepe, probabilmente anche per distinguersi dal fratello terzogenito Juan, nome che verrà utilizzato anche per appellare il primogenito Miguel Jeronimo..
Secondo fonti ottocentesche e, più generalmente, spagnole, Ribera avrebbe iniziato l'apprendistato presso la bottega di Francisco Ribalta, che nella città valenziana era molto frequentata dagli artisti locali. Tuttavia tale ipotesi non trova conferma definitiva da parte della critica moderna, che invece ritiene che il pittore possa aver intrapreso il suo apprendistato già in Italia, dove sarebbe giunto già immediatamente negli anni a ridosso del 1600..
L'arrivo in Italia Mancante di fonti certe è anche la tratta che il Ribera ha seguito per raggiungere la penisola italiana. In tal senso si aprono quindi due possibili scenari, uno vede lo spostamento via mare da Alicante a Napoli, dove dopo una breve tappa, una volta appresa la pittura del Caravaggio, risalì dapprima a Roma per perfezionare lo studio del pittore e poi, una volta entrato in contatto con la famiglia Farnese, risalì per Parma e poi per Milano, prima di fare ritorno definitivo nella capitale vicereale; l'altra ipotesi vede invece il pittore raggiungere prima Genova, città amica della corona spagnola, partendo sempre via mare da Alicante ma costeggiando stavolta tutta la costa spagnola e francese, tragitto più sicuro (che qualche anno dopo ripeterà anche Diego Velázquez) che consentiva di evitare gli assalti pirateschi saraceni del mare aperto, raggiungendo quindi i territori del nord Italia fino a giungere prima a Roma e poi a Napoli.
Ad ogni modo, a prescindere da quali dei due tragitti abbia percorso il pittore spagnolo, una volta giunto in Italia le notizie circa le attività del Ribera sono ben documentate: nel 1611 è infatti segnalato nel settentrione, a Cremona, a Milano e a Parma, dove entrò probabilmente in contatto con i Farnese, dove ebbe modo di studiare la pittura del Correggio e del Parmigianino e dove venne a conoscenza dell'attività dei Carracci, nel 1613 è invece a Roma, dove risiederà con altri connazionali e con i fratelli Jeronimo e Juan (pittori anche loro) a via Margutta, dove entrerà in contatto con la pittura di Guido Reni, di Annibale Carracci e soprattutto di Caravaggio e dove provò, grazie anche al bagaglio di esperienze e conoscenze apprese in precedenza, a fare accesso nello stesso anno nell'Accademia di San Luca, mentre dal 1616 è definitivamente a Napoli.
Gli anni romani
Una volta giunto a Roma, documentato nel 1613, il Ribera orienterà definitivamente il suo stile verso i modi del Caravaggio, la cui pittura, quindi, apprenderà nella stessa capitale pontificia, stabilendo legami anche con i caravaggisti di matrice nordica, francese e fiamminga che intanto si stabilivano in città. Tra il 1614 e il 1616, segnalate già dal medico, biografo e storico Giulio Mancini nel suo testo sulle Considerazioni della pittura del 1620, si registrano durante gli anni romani, ma probabilmente a cavallo con i primi soggiorni a Napoli, tele rappresentanti i Sensi che costituiscono, assieme al Democrito già nella collezione di Piero Corsini a New York e poi al Principato di Monaco, oggi di ubicazione ignota, i primi lavori di importante qualità eseguiti dal pittore spagnolo, riprendenti con modi potenti le tendenze naturaliste del Caravaggio. Le suddette tele sono oggi disperse in diverse collezioni private del mondo: il Gusto del Wadsworth Atheneum di Hartford, il Tatto del Norton Simon Foundation di Pasadena (Los Angeles), la Vista del Museo Franz Mayer di Città del Messico, lOlfatto di una collezione privata di Madrid ed un'ultima riprendente lUdito, di cui tuttavia si sono perse le tracce e se ne conosce la composizioni solo mediante copie successive.Sempre con riferimento ai giovanili anni romani del Ribera, negli anni '90 del Novecento è stata avanzata l’ipotesi (Gianni Papi) che in lui possa essere riconosciuto il Maestro del Giudizio di Salomone, anonima personalità artistica identificata da Roberto Longhi (che pensava si trattasse di un pittore francese) sulla base di una serie di opere collegabili al Giudizio di Salomone della Galleria Borghese. La tesi, seppur abbia ottenuto autorevoli condivisioni, tuttavia, non è unanimemente accettata dalla critica (Nicola Spinosa) che ritiene, invece, che solo una parte del catalogo delle opere del Maestro sia riconducibile tutt'al più al Ribera, mentre un'altra parte è da ricollegare ad un pittore comunque non ancora identificato.
A Napoli Le commesse del duca di Osuna
Nell'estate del 1616 lo Spagnoletto lascia Roma, secondo quanto riferito da Giulio Mancini, a causa dei debiti che accumulò in città, e sbarca all'ombra del Vesuvio.. Si trasferisce subito in casa dell'anziano pittore dei Quartieri Spagnoli Giovanni Bernardino Azzolino e dopo appena tre mesi, de Ribera sposa Caterina, la figlia sedicenne di quest'ultimo, da cui avrà sei figli.
A Napoli il Ribera troverà una città in fermento sotto il profilo artistico, con numerose chiese nate post Concilio di Trento che hanno reso necessario l'avvicendarsi di svariate personalità del campo delle arti (argentieri, marmorari, pittori, frescanti) o con un mecenatismo e collezionismo privato particolarmente attento alle proprie raccolte site nei palazzi familiari della città (come la famiglia Doria, o quella d'Avalos). Il contesto nel quale il Ribera si troverà ben presto ad operare è quello immediatamente successivo al secondo soggiorno partenopeo di Caravaggio (1609-1610), con la crescita esponenziale in città di suoi seguaci e del filone di caravaggisti napoletani (su tutti Battistello Caracciolo, Carlo Sellitto, Filippo Vitale e Paolo Finoglio). In città il Ribera trovò pieno appoggio anche dal connazionale amico e viceré di Napoli, don Pedro Téllez-Girón, III duca di Osuna, personalità molto rilevante negli anni giovanili del Ribera, che probabilmente conobbe già durante i suoi soggiorni romani e che vide consolidare il rapporto lavorativo solo una volta trasferitosi a Napoli, dove ricevette le prime grandi commesse, ossia cinque pale per la collegiata di Osuna: il San Girolamo e l'angelo del Giudizio, il San Pietro penitente, il San Sebastiano orante ed il Martirio di san Bartolomeo, tutte della medesima dimensione e datate tra il 1616 e il 1617, che incorniciavano la tela centrale, di maggior dimensioni, del Calvario, eseguita un anno dopo (1618) per volere di donna Catalina Enriquez de Ribera, moglie del viceré.
Sempre a questo periodo risalgono le tele realizzate in due momenti distinti sui dodici apostoli (di cui oggi rimangono solo tre tele, il San Pietro, il San Paolo e il San Giacomo Maggiore), databili al 1616 circa ed il Sant'Andrea orante ed il Cristo flagellato, risalenti al secondo gruppo di tele eseguite qualche anno dopo, tutte opere conservate nella quadreria dei Girolamini.
Il caravaggismo napoletano degli anni Venti In pochi anni lo Spagnoletto (soprannome del pittore affidatogli per via della sua bassa statura) acquista una fama europea facendo uso della tragicità del Caravaggio, suo punto di forza, divenendo assieme a Battistello Caracciolo il più importante pittore di ambito napoletano della prima metà del Seicento. Inizia quindi un'intensa produzione che comunque non lo mantiene lontano dalla sua Spagna, dove infatti continuava a spedire opere, mentre a Napoli sarà punto di riferimento e fulcro per lo sviluppo del caravaggismo napoletano, offrendo spunti di riflessione sia per quelli di prima generazione (coevi al Merisi, come Battistello Caracciolo, Filippo Vitale e Carlo Sellitto), sia a quelli di "seconda generazione" (quindi i giovani pittori successivi agli anni napoletani di Caravaggio, ossia Juan Do, Bernardo Cavallino, il Maestro dell'Annuncio ai pastori, Hendrick van Somer, Andrea Vaccaro e Aniello Falcone)..
Il tema pittorico si fa più crudo e realistico, esasperando i concetti caravaggeschi seppur mediante un accrescimento intellettuale dei soggetti ritratti e dell'uso degli strumenti pittorici.. Nascono in questa fase, quindi, capolavori assoluti della prima maturità del Ribera. Al 1624 risale la tela della Madonna col Bambino e san Bruno del castello di Weimar (oggi a Berlino), dove appare per la prima volta nella firma della tela il "de" che precede il cognome, come a voler dare maggior prestigio al proprio nome alludendo ad una fantomatica origine nobiliare (da quel momento in poi quindi il pittore si firmerà sempre "Jusepe de Ribera" in luogo del precedente "Jusepe Ribera"). Il Sileno ebbro (1626), già in collezione Roomer, poi in collezione Vandeneynden, oggi al museo nazionale di Capodimonte, si colloca tra le opere più celebri e popolari del primo Ribera, vero spartiacque della prima maturità artistica del pittore, in apparenza ritenuto grottesco e satirico, mentre invece risulta essere ricco di riferimenti allegorici e allusivi di spiccato intelletto.
A questa fase risale inoltre la prima committenza pubblica di Napoli. Il Ribera fu infatti incaricato dalle monache del convento della Trinità di eseguire due tele da collocare una sulla parete frontale del transetto della chiesa, lato dell'Epistola, mentre l'altra in quella dell'Evangelo. Il complesso religioso fu eretto sulle pendici della collina di san Martino, in prossimità di dove sarebbe poi sorto di lì a poco anche la certosa di San Martino, grosso cantiere che interessava per lo più i medesimi artisti impegnati anche nel complesso delle Monache (Fanzago, Caracciolo, Azzolino e lo stesso pittore spagnolo). Le tele in questione, il San Girolamo e l'angelo del Giudizio (1626), capolavoro stilistico che richiama in più parti la maniera del Caravaggio (come nel mantello rosso del santo o nella figura dell'angelo con la tromba in alto a destra) e che apre la strada degli elementi di natura in posa inseriti dal Ribera entro le sue composizioni, e la Trinitas Terrestris con lEterno Padre (1626-1635), che insieme costituiscono la doppia Trinitas (sia terrestre che celeste), di cui la prima mostrante un innovato colorismo del Ribera (su tutti nella veste della Madonna), mentre la seconda che anticipa le grandi tele di metà anni '30 che avranno un'intensa lucentezza dorata come sfondo,Per questo motivo si ritiene che la datazione dellEterno Padre sia sicuramente posteriore a quella della Trinitas Terrestris, quindi almeno intorno al 1635, pertanto più vicina alle altre tele spagnole a sfondo "dorato", come la Trinità e dellImmacolata Concezione. furono poi portate nell'Ottocento al Real Museo Borbonico, fino a confluire oggi a Capodimonte, per via della soppressione monastica avvenuta durante il regno francese.