Labbazia di Pomposa, situata lungo la strada Romea nel comune di Codigoro, in provincia di Ferrara, e risalente al IX secolo, è una delle abbazie più importanti di tutta l'Italia settentrionale. Dal dicembre 2014 la gestisce il Ministero della cultura, tramite il polo museale dell'Emilia-Romagna, nel dicembre 2019 divenuto direzione regionale musei Emilia-Romagna.

Storia Linsula Pomposiana, conosciuta già nell'antichità, era in origine circondata dalle acque (del Po di Goro, del Po di Volano e del mare). Si hanno notizie di un'abbazia benedettina, di dimensioni inferiori a quella attuale, a partire dal IX secolo. Il primo documento storico che attesti l'esistenza dell'abbazia è comunque del IX secolo: ne fa menzione il frammento di una lettera che papa Giovanni VIII inviò nell'874 all'imperatore Ludovico II..

Nel 981 passò alle dipendenze del monastero pavese di San Salvatore, e diciotto anni più tardi subiva la giurisdizione dell'arcidiocesi ravennate con l'arcivescovo ed abate di Bobbio Gerberto di Aurillac, affrancandosene in seguito e godendo, grazie a donazioni private, un periodo di grande fioritura.. L'abbazia che noi oggi ammiriamo venne consacrata il 7 maggio 1026 (quindi edificata prima) dall'abate Guido. Alla basilica il magister Mazulo aggiunse in quegli anni un nartece con tre grandi arcate.

Fino al XIV secolo l'abbazia godette di proprietà, sia nei terreni circostanti (compresa una salina a Comacchio), sia nel resto d'Italia, grazie alle donazioni; poi ebbe un lento declino, dovuto a fattori geografici e ambientali, quali la malaria e l'impaludamento della zona, causato anche dalla deviazione dell'alveo del Po (rotta di Ficarolo, 1152).

L'abbazia ha avuto una grande importanza per la conservazione e la diffusione della cultura durante il Medioevo, grazie ai monaci amanuensi che vi risiedevano.

Fu in quest'abbazia che il monaco Guido d'Arezzo ideò la moderna notazione musicale e fissò il nome delle note musicali. I severi e innovativi principi individuati da Guido, causando aspre critiche da parte dei diffidenti confratelli benedettini, lo costrinsero poi «ad allontanarsi da Pomposa per rifugiarsi presso il paterno vescovo di Arezzo Teodaldo».Franco Abbiati, Storia della musica, Garzanti, Milano 1956, pp.40-41.

Fra il 1040 e il 1042 vi soggiornò anche il ravennate Pier Damiani, chiamato a istruire i monaci.

Nel 1653 papa Innocenzo X soppresse il monastero, che nel 1802 venne acquistato dalla famiglia ravennate Guiccioli. Alla fine del XIX secolo la proprietà passò allo Stato italiano.

Il 18 maggio 1965 con la bolla Pomposiana Abbatia, papa Paolo VI concesse ai vescovi di Comacchio il titolo di abate di Pomposa; nel 1986 il privilegio passò agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio.

Monumenti

Santa Maria Il nucleo più antico della basilica risale al VII-IX secolo; nell'XI secolo venne allungata con l'aggiunta di due campate e dell'atrio, e venne aggiunto l'atrio ornato di fregi in cotto, oculi, scodelle maiolicate, vari animali dal valore simbolico-religioso. Negli oculi degli archi è rappresentato l'albero della vita. L'apparato decorativo dell'atrio ha una chiara ascendenza orientale: persiana (ad esempio nelle due transenne circolari i due grifi alati che mangiano i frutti dell'albero della vita), siriaca (il bordo nastriforme racchiudente le transenne stesse), così come orientaleggiante è la disposizione delle fasce che occupano la superficie con andatura orizzontale con i disegni dei racemi, il loro andamento, le figure e i simboli in essi inseriti.. Il nartece riprende nelle forme e, embrionalmente, nell'impianto, i westwerk carolingi.

L'interno della chiesa è a tre navate, divise da colonne romane e bizantine. Il prezioso pavimento di marmo in opus sectile risale a varie epoche (dal VI al XII secolo) e presenta animali mostruosi, motivi geometrici, elementi vegetali e figurativi. Tra le allegorie il leone simboleggia la resurrezione di Cristo, il drago il male che è sempre sconfitto, il cervo è Cristo, gli uccelli con ali a riposo raffigurano la condizione umana, ecc.. Altri animali raffigurati sono: l'aquila che, volando sopra la terra sta al di sopra della bassezza umana; la Fenice che, rinascente dalle proprie ceneri, si riferisce alla Resurrezione. Una lepre, raffigurata nell'atto di fuggire, rappresenta l'irrequietezza umana. I due avvoltoi in lotta rappresentano la conflittualità, l'elefante che pare sorreggere le due bande decorative, è simbolo della umana fragilità. The Pomposa abbey, Polo Museale Emilia Romagna, Sagep editori, 2018, pag.24.Sulle decorazioni pavimentali sono presenti anche vari esempi di Nodo di Salomone, simbolo dell'unione tra umano e divino.

Sulle pareti affreschi trecenteschi di scuola bolognese, con storie dellAntico Testamento, del Nuovo Testamento e dellApocalisse di Giovanni eseguiti rispettivamente sulla fascia superiore, mediana ed inferiore.

Oltre a San Giovanni nell'estasi di Patmos, tra le immagini dell'Apocalisse troviamo l'Agnello entro un nimbo clipeato ergentesi su un capitello dipinto a prolungamento di quello - reale - sottostante, con le zampe poggiate sul libro dei sigilli; i quattro cherubini noti come i viventi del tetramorfo (Libro di Ezechiele 1, 10; Apocalisse di Giovanni 4, 6-8); i quattro cavalieri dai colori bianco, rosso, nero, verdastro con altrettanti attributi simbolici: corona, spada, bilancia, inferno. Sono poi presenti altre scene: Dio con il libro dai sette sigilli; i ventiquattro vegliardi; l'arcangelo Michele contro il demonio; la bestia dalle sette teste; l'idra che minaccia la Chiesa raffigurata come una figura femminile sicura poiché domina il tempo, cioè la luna posta ai suoi piedi (Apocalisse di Giovanni 12, 1-4), la carica della cavalleria sulfurea, la donna-Ecclesia (Chiesa) con un lieve rigonfiamento del ventre perché incinta, il diavolo-pipistrello, Giovanni che si ritira in meditazione nel tempio (chiusura della fascia dell'affresco meridionale), l'Agnello sul monte Sion con i centocinquantamila redenti al suo cospetto, ecc. La mobilità dei cavalieri pomposiani evoca il tema della caccia selvaggia legata alla masnada di Hellequin (Arlecchino), frutto dell'immaginario francese che ha contagiato il folklore dell'Europa medievale. Ed il bassorilievo della fine dell'XI secolo rivela uno stile tipicamente borgognone, al punto da tradire un probabile legame con Cluny.. Cristo giudica e combatte attraverso il Verbum Dei (Parola di Dio) che ci conduce ad una visione successiva in cui un angelo sporge da un oculus solare per invitare gli uccelli del cielo al banchetto di Dio. Questo angelo è simbolo della Chiesa. A chiusura del ciclo, l'affresco della parete settentrionale a ridosso dell'abside mostra un angelo con ali maestose che sta ricacciando il drago nell'abisso.

Tra le immagini afferenti il Vecchio Testamento incontriamo: Adamo ed Eva ed il peccato originale, Caino e Abele, l'arca di Noè e il diluvio universale, episodi della vita di Abramo, Giacobbe ed il suo sogno, Giuseppe e i suoi fratelli, la traslazione dell'Arca dell'Alleanza, Davide e Golia, il profeta Daniele nella fossa dei leoni, il profeta Elia rapito in cielo da un carro di fuoco.

Il Nuovo Testamento si apre con l'affresco dell'Annunciazione con alle spalle un tessuto urbano. Seguono la Natività, l'Adorazione dei Magi, la strage degli innocenti, la presentazione di Gesù al Tempio, il Battesimo di Gesù, la Tramutazione dell'acqua in vino (nozze di Cana) in cui gli sposi sono nimbati. I due riquadri che chiudono la fascia mediana della parete meridionale della navata centrale riguardano i passi evangelici relativi alla figlia dell'arcisinagogo Giairo e al figlio della vedova di Naim, entrambi resuscitati da Gesù. La prima scena evangelica sulla parte settentrionale dell'abbazia è la resurrezione di Lazzaro di Betania. Seguono l'ingresso di Cristo in Gerusalemme, l'Ultima Cena, l'Orto degli Ulivi (Gesù si apparta dai discepoli, l'accettazione del sacrificio, il bacio di Giuda). La Crocifissione rappresenta un Cristo composto, pallido e senza corona di spine che ricorda gli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni e di Giusto dei Menabuoi nel Battistero di Padova; le braccia tese allo spasimo e le ossa tese del costato evocano il tema del crocifixus dolorosus, un intreccio di sofferenza fisica ed interiore ben presente nei crocifissi di legno policromo del Tre-Quattrocento.Marcello Simoni, op. cit., pag. 204. Seguono la Deposizione di Cristo, l'incredulità di Tommaso, l'Ascensione, la Pentecoste.

Sulla controfacciata, una rappresentazione del Giudizio universale (in basso a destra, guardando l'uscita: i diavoli che attuano crudeli supplizi, i dannati, Lucifero con le fauci. Dalla parte opposta un angelo conduce verso Cristo i beati nei quali ci sono vescovi e abati, ed i patriarchi della Chiesa (Abramo, Isacco e Giacobbe) accolgono le anime del Limbo verso la beatitudine. Il Cristo Giudice sta entro una mandorla mentre sulla fascia superiore c'è il Cristo benedicente tra schiere di angeli e beati: tale immagine allude al trionfo della Chiesa (la Gerusalemme celeste dell'angolo a sinistra) sempre fondato sul sacrificio divino (gli strumenti della passione a destra: croce, chiodi lancia).. L'affresco del Giudizio Universale si distacca dalla trasposizione in figura dell'Apocalisse ed offre riferimenti espliciti al Vangelo di Matteo, mettendo così Pomposa in linea con le iconografie che a partire dal XII secolo danno avvio in Linguadoca e in Spagna ad una nuova interpretazione del Giudizio..

Nella rappresentazione della Gerusalemme celeste Pomposa adotta un'iconografia simile ad alcune miniature francesi dei secoli IX-XI dove compare una fortezza cinta intorno a un tessuto urbano più o meno realistico. Ci troviamo quindi di fronte ad una civitas quadrata, cinta da bastioni merlati e turriti. Fra la Nuova Gerusalemme e le arma Passionis compare Cristo con in mano il libro della vita. Dietro di lui si raccolgono le schiere angeliche, mentre ai suoi piedi, lungo la fascia decorativa inferiore, sfila una processione orante. Gli angeli con le trombe descritti nel Vangelo di Matteo si trovano più in basso ed il Giudice è circondato dal collegio dei dodici apostoli, come descritto nel Vangelo di Matteo. Fulcro di questo ulteriore elemento pittorico è una seconda immagine del Figlio dell'Uomo che si rispecchia nel Pantocratore di Vitale da Bologna nell'abside. L'iconografia poggia sulla tradizione scultorea dei Giudizi della scultura romanica. Il Cristo del secondo avvento separa il bene dal male, come descritto nel Vangelo di Matteo (25, 31-33).

L'ira corrisponde al chierico trafitto dalla spada, mentre la fornicazione è personificata da una donna tirata per le trecce, come descritto nell'apocrifa Apocalisse di Pietro"Ecco allora due femmine: saranno gettate nella fossa. queste hanno abbellito le loro trecce, ma non per il bene, bensì per volgersi alla fornicazione prendendo nella trappola le anime degli uomini e così prenderle".. A chiusura della visione ultraterrena si staglia la personificazione dell'inferno: una testa priva di corpo intenta a masticare i dannati, a metà strada tra i gorgoneion dei Normanni e i leviatani nordeuropei al seguito dellequus pallidus. L'abnorme mostro cornuto poggia su una grande pentola ricolma di sangue, una pentola priva di dannati. E presso il seno di Abramo compare l'insolita immagine di un giovane monaco inginocchiato dinanzi ad un anziano con tonaca e con il capo ricoperto dal cappuccio della cocolla. Forse si tratta di una visione secondo la quale le anime dei defunti si presenterebbero ai vivi per parlare dei tormenti subiti nell'al di là. Si tratterebbe quindi di un accenno visionario alla nascita del Purgatorio..