Matteo fu uomo d'arme e fedele servitore dello zio Ottone nelle sue battaglie e nella conquista del potere su Milano. Nel 1287 lo zio lo fece nominare Capitano del Popolo del potente Comune lombardo. Da allora Matteo fu fino alla morte - sulle orme di Ottone - Signore di Milano e, in tale veste, sottomise alla sua Signoria l'intera Lombardia, parte del Piemonte e dell'Emilia, inglobando anche Bologna e Genova.

Biografia I primi anni

Matteo era figlio di Teobaldo (o Tibaldo) Visconti che morì decapitato a Gallarate nel 1276 e che, a sua volta, era figlio di un fratello di Ottone Visconti, Obizzo, Signore di Massino, Albizzate e Besnate e di Anastasia Pirovano, forse nipote del cardinale Uberto Pirovano, arcivescovo di Milano.

Nell'agosto 1269 Matteo prese in sposa Bonacossa Borri, figlia del capitano Squarcino Borri, che gli avrebbe dato dieci figli.

Nel 1287 Matteo intervenne quale arbitro tra i ribelli camuni guidati dalla famiglia Federici e il comune di Brescia del vescovo Berardo Maggi. Nel dicembre 1287, quando Matteo aveva 37 anni, il prozio Ottone lo fece nominare Capitano del Popolo. Lo stesso mese fu costituito podestà il ravennate Bernardino da Polenta che però rimase a Modena così, in seguito ad una riunione del Consiglio Generale, Matteo assunse anche la carica di podestà per il primo semestre del 1288.

Nel maggio 1288 Rodolfo I lo nominò vicario generale per la Lombardia.

Nel 1290 tornò a ricoprire per un anno la carica di Capitano del Popolo ed ebbe persino la facoltà di confermare o deporre il podestà in carica.Corio, Storia di Milano, vol. I, pp. 635-640

La guerra contro Guglielmo VII del Monferrato Nel maggio del 1289 scoppiarono dissidi tra il governatore Manfredi Beccaria e il popolo pavese che sfociarono nella sua espulsione. In giugno fu il turno del conte di Langosco. I due si rifugiarono a Bassignana insieme ad alcuni cavalieri pavesi sotto istanza del marchese Guglielmo VII di Monferrato. Gli alessandrini e i tortonesi misero allora sotto assedio quel borgo. Matteo Visconti inviò Uberto Salvatico con alcuni cavalieri francesi a Pavia. Questi mosse poi a Garlasco e si congiunse con un esercito di seimila milanesi a Lomello. Il marchese del Monferrato fuggì riunendosi con il conte di Langosco e il suo esercito a Breme. Finalmente il marchese di Monferrato e il Langosco scelsero di combattere e si portarono con il loro esercito fino a breve distanza da Lomello quando, grazie all'intercessione di Guglielmo Preda e di alcuni frati francescani del luogo, si raggiunse una pace. Quando però i milanesi tornarono verso Pavia trovarono le porte della città sbarrate e rendendosi conto di essere stati ingannati, alcuni di loro infuriati tornarono indietro saccheggiando Lomello. Quando poi furono sulla strada per Milano il popolo milanese, credendo che fossero soldati monferrini, si armò, uscì dalla città e si preparò ad affrontarli giungendo fino a Cassino Scanasio, per poi ritirarsi una volta appresa la verità. In seguito la pace venne formalmente ratificata dallo stesso Matteo Visconti a Lomello. Guglielmo VII di Monferrato sarebbe stato nominato signore perpetuo di Pavia, Manfredo Parravicini si sarebbe installato quale podestà e Guglielmo Preda quale capitano del popolo.

Il 29 giugno alcuni uomini al soldo del Visconti fecero prigioniero e torturarono un certo Lanfranco Motta che confessò di congiurare con Bonifacio Pusterla che era l'abate di San Celso e con il marchese del Monferrato. L'abate al momento dovuto avrebbe fatto trovare aperta Porta Ticinese in cambio del versamento di 4.000 lire di terzoli all'anno nonché della nomina a capitano del popolo e di altre 66.000 lire una volta che il marchese fosse tornato signore di Milano, ambizione alla quale non aveva mai rinunciato dopo esservi stato cacciato da Ottone Visconti; avrebbe inoltre troncato i rapporti con i Torriani. Bonifacio Pusterla fu confinato prima a Lodi poi a Brescia, infine, dopo essere stato graziato dal Visconti, tornò a Milano il 28 aprile.

A luglio Baldovino degli Ugoni, podestà bresciano di Milano, tentò inutilmente di attaccare Pavia approfittando del fatto che il marchese di Monferrato si trovava a Novara, città che lo aveva appena eletto suo signore. In seguito Manfredo Beccaria uscì da Pavia per parlamentare con Uberto Beccaria e Ruggero Catassio nei pressi di Corbetta e decise infine di rifugiarsi a Milano abbandonando il marchese; questo provocò la reazione dei pavesi che cacciarono i Beccaria e i loro alleati dalla città. Si misero inoltre ad assediare Monteacuto, che apparteneva a quella famiglia, ma ne vennero scacciati dai piacentini. Nell'autunno dello stesso anno Matteo Visconti, dopo aver radunato un esercito, si portò a Lacchiarella poi fin sotto le mura di Pavia tuttavia la porta che avrebbe dovuto essere aperta a Manfredo Beccaria rimase chiusa condannando l'impresa al fallimento. Successivamente il marchese del Monferrato entrò a Pavia, ponendovi una guarnigione di mille fanti e duecento cavalieri.Corio, Storia di Milano, vol. I, pp. 640-646

Il 15 maggio 1290 il podestà Baldovino degli Ugoni attaccò il novarese passando per il ponte di Castelletto riuscendo a catturare Borgonuovo in cui pose una piccola guarnigione per poi tornare a Milano il 2 giugno. I cremonesi e i piacentini supportarono i milanesi attaccando il pavese, ma furono costretti a ritirarsi quando il Guglielmo VII del Monferrato abbandonò la campagna nell'astigiano per difendere la città. Il 17 giugno, mentre il marchese era impegnato a difendere Asti contro Amedeo V di Savoia, i milanesi uscirono di nuovo armati dalla città e dopo essersi riuniti agli alleati a Rosate, forti di 20.000 fanti e 2.200 cavalieri mossero verso Lacchiarella. Il 23 giugno giunsero a Siziano e il 26, dopo essere transitati per Vidigulfo, a mezzo miglio dalle mura di Pavia, ma ancora una volta l'impresa non ebbe seguito, poiché i pavesi non accettarono la battaglia campale e una tempesta aveva devastato l'accampamento milanese.

Il 26 agosto il marchese del Monferrato radunò un esercito, uscì da Pavia insieme ad Erecco e Mosca Della Torre e si accampò a Morimondo e qualche giorno dopo quello milanese gli si fece incontro accampandosi a Gozzano, ma il 5 settembre entrambi tornarono nelle rispettive città. Il marchese tornò poi ad attaccare Asti che si preparò a difendersi, eleggendo il milanese Ottorino Mandelli quale podestà, radunando 500 cavalieri e chiedendo aiuto agli alleati milanesi, piacentini, cremonesi e bresciani che inviarono mille cavalieri ciascuno, più altri cinquecento del conte di Savoia. Gli astigiani invasero il Monferrato devastandolo, costringendo infine il marchese a trovare un accordo con il Savoia. Infine si accordarono con gli alessandrini per muovere guerra a Guglielmo VII che recatosi ad Alessandria per reprimere il traditori venne catturato e imprigionato in una gabbia di ferro dove morì il 6 febbraio 1292. L'uscita di scena di Guglielmo VII permise ai milanesi di guadagnare Vigevano e Mortara, Novara e Vercelli riconobbero Matteo quale proprio capitano per cinque anni e migliorarono i rapporti con gli alessandrini e i tortonesi.Corio, Storia di Milano, vol. I, pp. 646-650

Nei primi giorni del 1292 morì Lotario Rusca che reggeva Como e i Vitani ne approfittarono per impadronirsi di Vico, sobborgo della città. Matteo Visconti non perse tempo e marciò su Como passando per Cantù riuscendo a convincere entrambe le fazioni della città ad eleggerlo capitano del popolo per cinque anni, nominando quale nuovo podestà suo cognato Ottorino Borri e reinstallando il vescovo in esilio a Legnano.

Il 23 giugno ci fu una nuova sollevazione che portò all'espulsione dei Rusca e di Ottorino Borri. Il 17 luglio Matteo Visconti permise ai comaschi di eleggere Francesco da Carcano quale nuovo podestà. In novembre, in seguito a nuovi disordini, il Visconti marciò con l'esercito a Como e impose quale podestà il fratello Uberto e si fece riconfermare capitano del popolo.

Il 5 maggio, approfittando della morte di Guglielmo VII e del fatto che il legittimo erede Giovanni si trovasse alla corte del re di Napoli, Matteo ordinò che si radunasse l'esercito e vi mise a capo il podestà Antonio Gallizi. I milanesi marciarono su Bernate e il giorno seguente Matteo si unì all'esercito a Corbetta; l'esercito passò quindi da Novara e da Vercelli assediando Trino che cadde il 20 maggio; caddero poi Pontestura e Moncalvo. Fu quindi ricevuto a Casale dove lo nominarono capitano di tutto il Monferrato. Alcuni castelli non lo riconobbero tale restando fedeli agli Aleramici cercando una pace che fu rifiutata dal Visconti. Matteo passò poi da Alessandria che lo nominò capitano del popolo per cinque anni poi tornò a Milano. Il 15 maggio 1293 alcuni ambasciatori monferrini giunsero a Milano, confermarono il titolo accordato al Visconti e stabilirono una pace per cui il signore di Milano avrebbe potuto nominare un vicario del Monferrato, Giovanni avrebbe rinunciato ad ogni pretesa su Milano in cambio della protezione viscontea.Giulini, Memorie, vol. IV, pp. 748-749 e 752

Operazioni militari contro Lodi e Lecco Nell'aprile del 1294 giunse una legazione da parte di Adolfo di Nassau. Il sovrano creava Matteo Visconti quale vicario imperiale in Lombardia e l'anno seguente confermava i privilegi concessi alla città. Matteo inizialmente finse di rifiutare il titolo volendo che fossero le istituzioni comunali ad affidargli la carica e solo dopo prestò giuramento, aggiungendo l'aquila imperiale al suo blasone. Riuscì inoltre a farsi nominare capitano del popolo per un altro quinquennio.Giulini, Memorie, vol. IV, pp. 753-754

Lo stesso anno le città di Lodi e di Crema, che mal sopportavano le ambizioni espansionistiche di Matteo Visconti, congiurarono segretamente per introdurre entro le loro mura i Torriani e farli tornare signori di Milano. Matteo convocò un consiglio generale delle città suddite e alleate a Milano ovvero Brescia, Pavia, Cremona, Piacenza, Tortona, Novara, Casale, Vercelli, Alessandria, Asti e Genova. Fu deliberato di muovere guerra ai lodigiani e ai cremaschi. Il 1º settembre il podestà Zanasio Salimbene uscì dalla città con l'esercito portandosi a Melegnano dove fu raggiunto il giorno dopo da Matteo con il resto delle truppe. I milanesi passarono la Muzza presso l'Isola Balbiana entrando nel territorio lodigiano che devastarono e misero a sacco. Il 25 settembre i lodigiani si vendicarono facendo lo stesso nella campagna milanese, ma furono intercettati e sconfitti presso Pantigliate. Circa duecento di loro restarono prigionieri e furono condotti nei castelli di Trezzo e Siziano, tra questi Imberaldo della Torre.

Il 1º giugno 1295 il podestà Enrico Tangentino da Brescia uscì da Milano con un grande esercito di circa 33.000 uomini costituito da un'avanguardia di 600 arcieri e balestrieri, seguita da alcune centinaia di cavalieri scelti, da 4.000 fanti, da circa 25.000 uomini reclutati tra i cittadini, da un migliaio di uomini delle città alleate e infine da una retroguardia di 2.000 lancieri. Una settimana dopo si accampò presso Viboldone; Matteo lo raggiunse a Lodi Vecchio che allora si trovava in mano ai milanesi i quali l'avevano fortificata. Il 18 giugno i milanesi posero l'assedio a San Colombano e i lodigiani a Castelleone, i primi poi lo abbandonarono improvvisamente per accamparsi il 24 giugno ad un miglio e mezzo dalle mura di Lodi di cui saccheggiarono i borghi. I lodigiani rimasero a difesa delle mura e stabilirono apparentemente condizioni ragionevoli dal momento che l'esercito visconteo si ritirò prima a Lavagna, poi il 29 giugno partì alla volta di Milano.

L'8 agosto morì alla veneranda età di ottantotto anni Ottone Visconti, primo signore di Milano della sua dinastia; fu sepolto in un'arca in marmo rosso macchiato in seguito traslata nel Duomo, dove si trova ancora oggi.