Sannicandro di Bari (Sannechéndre in dialetto locale, fino al 1863 chiamata San Nicandro) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Bari in Puglia.

Geografia fisica Territorio Il territorio di Sannicandro di Bari è interamente pianeggiante, tranne la fascia depressa attraversata dal torrente Picone in direzione sud-nord, e si estende per 5,5 km².

Il clima è tipicamente mediterraneo (fascia adriatica), con estati calde caratterizzate da periodi di forte siccità ed inverni miti con non rare giornate fredde dovute alla lontananza dal mare.

Le colture prevalenti sono oliveti (specialità coratina), vigneti (uva da tavola e da vino primitivo), mandorleti ed ortaggi ad uso privato. Non mancano gli alberi da frutta come: il fico, il melo cotogno, il ciliegio, il melograno, il fico d'India, il pesco, il pero e il percoco. La flora è quasi totalmente costituita da colture messe a dimora dalla mano dell'uomo attraverso un duro lavoro su una terra con poca acqua. La vegetazione arborea spontanea è molto povera. Notevole è il centro storico (medioevale), caratterizzato dal Castello normanno-svevo con le sue torri, intorno a cui si snodano vicoli e vicoletti con qualche esemplare superstite di cunetta medioevale.

Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa), Ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003 aggiornata al 16/01/2006 con le comunicazioni delle regioni.

Storia Il corposo materiale archeologico rinvenuto, di origine peuceta e magno-greca, dimostra che il territorio di Sannicandro di Bari presentava già una realtà insediativa intorno al VI-VII secolo a.C., con influenze e rapporti di provenienza greca. L'insediamento, sicuramente colonizzato, seguì le vicende di quest'area dell'Italia. Il sito, in questa fase, non presenta alcun toponimo documentato.

Nel corso dei secoli successivi e prima dell'avvento dei Normanni, sarà stato certamente sottoposto alle alterne situazioni belliche e sociali di continua lotta tra il mondo longobardo e quello bizantino, con interferenze, non sempre negative, di interventi saraceni. È certa la pertinenza territoriale al capoluogo pugliese, come ancora oggi si riscontra nella dizione esatta del nome: Sannicandro di Bari. Essendo sistemato sul primo gradone della Murgia Barese, fu crocevia di un sistema viario interessantissimo e particolare, che permetteva il tragitto più breve tra Bari e Matera, tra Bari e Salerno e con Gravina di Puglia, dove incrociava il tratto della via Appia. Da quest'ultima città si potevano facilmente raggiungere Venosa, Melfi, Lagopesole, Acerenza.

Il primo toponimo riferito a Sannicandro di Bari si rivela grazie ad un codice, conservato presso la grande Abbazia di Cava de' Tirreni. Si tratta di un atto di vendita, di un certo Cristoforo, di un terreno in locum ziziro, hoc est inclita una clausuria mea… datato 958; lo strumento fu trascritto a Bari.Codice Diplomatico Cavense, anno 958. E che si tratti del territorio di Sannicandro di Bari è certo, come dimostrato storicamente nell'evoluzione del Paese e delle sue pertinenze all'avvento dei signori normanni. La radice Ziz di Ziziro fa pensare al periodo dell'Emirato di Bari (847-871), quando i saraceni si erano insediati nel capoluogo pugliese e avevano occupato intorno alla città ben 24 piazzeforti. Ziz infatti è radice araba e significa letteralmente "splendido", 'ameno" (v. La Zisa e lo stesso golfo di Palermo, chiamato Aziz). Il toponimo ricompare in un altro documento del 1077, nella forma Siziro. Quando un certo Mele f[ilius] Coloiohannis dona a suo figlio Stefanus …quantum nobis pertinuit in loco Siziro…CDB, volume V, doc. 2. E appunto i normanni, quando giunsero a Siziro di Bari, già alla fine dell'XI secolo, vi si insediarono, recuperando il materiale di spoglio di una struttura castellare precedente e diruta, composta da un quadrilatero con quattro torri d'angolo a pianta circolare. Gli Altavilla Umfredo e Guglielmo di San Nicandro assegnarono al castello il toponimo San Nicandro, come loro consuetudine, in quanto provenivano da San Nicandro di Sicignano degli Alburni. Ad oggi, al primitivo e precedente insediamento, non è possibile attribuire alcuna paternità. Non vi sono elementi probatori per assegnarlo ai longobardi, ai bizantini o ai saraceni.

Negli scavi archeologici sono state raccolte alcune monete: un tarì aureo con legenda cufica di Gisulfo I e parecchie monete bizantine del IX, X e XI secolo, degli imperatori Basilio I, Leone VI, Romano I Lecapeno, Costantino VII Porfirogenito. Sui muri diruti e sulle fondazioni della vecchia fabbrica fu alzato il presidio castellare normanno. Un documento del 1119 dà piena contezza della presenza dei normanni all'interno del Castello. Grazie ad una carta di Emma d'Altavilla che, stando in Santa Severina, donava le decime del feudo di Sannicandro di Bari all'abate Guarino dell'abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso, alla condizione che lo stesso abate inviasse un cappellano a celebrare messa all'interno della cappella di San Nicola di Bari, da poco, "intus", al Castello costruita. Il toponimo San Nicandro, riferito al solo Maniero, comincia a comparire nei documenti e a fagocitare anche il borgo, che nel frattempo si sviluppa intorno alla sede castellare e che conserva ancora per breve tempo il nome di Siziro di Bari. Un'ulteriore menzione del 1134, informa della donazione di una chiesetta Madonna di Torre, posta a 2.700 m ad oriente del borgo sannicandrese, a favore dell'abbazia di Cava de' Tirreni.

Nel 1146, un falso in forma di originale, dà piena descrizione del sito di Sannicandro di Bari, che in alcune sue zone conserva ancora il toponimo Ziziro o Siziro: vi è il Castello, che intanto è diventato a otto torri, con cortina quadrilatera irregolare e fossato; all'interno vi è la cappella di San Nicola, il borgo circonda il maniero; la chiesetta di San Pietro è posta fuori le mura sulla strada via Vecchia Altamura; la chiesetta della Madonna di Torre in Siziro di Bari; la chiesetta di San Giovanni Evangelista sempre in Siziro di Bari, dove oggi sorge la scuola elementare.Serafino Tansi, Historia Monasterii S.M.A. Montis Caveosi, Napoli, 1746, p. 47. Nei documenti vescovili del 1172 della diocesi barese il toponimo Siziro non compare più, ma è trascritto unicamente il nome San Nicandro. Il che significa che quest'ultima dizione dal Castello ha ormai fagocitato, a questa data, prima il borgo e poi l'intero territorio. All'inizio del XIII secolo il castello viene ampliato, in ragione di diverse e nuove funzioni. Si costruisce un nuovo palazzo, con scuderie e magazzini, con un nuovo fossato e nuovi portali d'ingresso. Al centro di un sistema viario strategico e di un feudo notevole per la produzione agricola e gli allevamenti, il castello si trasforma in una vera e propria grangia, con compiti di approvvigionamento per i Crociati in Oltremare. Nel periodo angioino la vita del feudo di San Nicandro di Bari continua, con una serie di custodi all'interno del castello, fino al 1º novembre 1304, quando il re Carlo II, ultimata l'epopea crociata, lo dona per intero alla basilica di San Nicola di Bari.CDB, volume XIII, p. 205. Dopo secoli di titolarità e di gestione del castello e del feudo di San Nicandro da parte del capitolo di San Nicola di Bari, nel 1967 il Comune di Sannicandro di Bari acquista la struttura castellare, ormai completamente stravolta rispetto al suo assetto originario normanno-svevo, per la somma di 10.500.000 lire.

A Sannicandro di Bari nel 1773 vivevano abitanti, la maggior parte dei quali aveva la propria abitazione nelle immediate vicinanze del castello. Una fonte di guadagno per San Nicandro derivava dall'allevamento di 10.000 animali ovini e suini.

Dai documenti risulta che il territorio di San Nicandro di Bari, agli inizi dell'Ottocento, su ettari complessivi era coperto per circa il 12% da vigneti, per il 63% da seminativi, per il 13% da orti e per il 25% da boschi. Significativa era la presenza di uliveti e mandorleti.

V'era quindi sufficiente spazio per il pascolo. Gli animali erano portati ogni mattina nei boschi. Al tramonto venivano condotti nel paese ove vivevano a stretto contatto con la gente, nelle stesse case. I liquami degli animali e delle persone confluivano in un fosso addossato alle mura del castello, ricavato dall'antico fossato, munito di due bocche, da cui poi nei mesi estivi venivano estratti e trasportati nei campi i liquami e i residui con funzione di concime.

Simboli Lo stemma e il gonfalone del comune di Sannicandro di Bari sono stati riconosciuti con decreto del capo del governo dell'11 agosto 1934. Nello stemma è raffigurato un castello con portone centrale sormontato da tre torri merlate, aperte e finestrate d'argento, su fondo azzurro, terrazzato di verde. Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Onorificenze

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture civili e militari Castello normanno-svevo

Nel comune di Sannicandro di Bari esiste in mezzo all'abitato l'antico Castello, circondato da una strada fiancheggiata da abitazioni. La sua storia documentata è soprattutto legata al mondo normanno ed inizia nel 1119, con l'attestazione di Emma d'Altavilla, che all'interno del presidio di prima dominazione normanna fa costruire la cappella palatina di San Nicola di Bari, nell'angolo di nord-ovest. Un ulteriore documento del 1134, periodo regnicolo, assegna le funzioni di castellano ad un certo Guido da Venosa. È il momento di costruzione del palazzo, delle quattro torri centrali rompitratta a rinforzarne le cortine, del nuovo portale rivolto a levante e del fossato con ponte levatoio. Nel 1800, in un lato di questo Castello ed attaccato alle sue mura, vi era l'antico fosso dove defluivano le acque delle diverse strade interne, in particolare quelle che venivano dalla strada dell'Ospedale.

Questo fosso un tempo a cielo aperto, fu ricoperto da una volta. In esso esistevano canali di scolo attraverso i quali le acque confluivano, con due bocche, per poterle recuperare come da cisterne. I liquami che vi si raccoglievano per l'intero anno, putridi e malsani, emanavano esalazioni "mefitiche", e in estate si mettevano in fermentazione. Le esalazioni erano così micidiali che sarebbero state in grado di far mancare la vita all'istante, respirando vicino alle bocche. Perciò nonostante la quota elevata del Comune, gli abitanti erano soggetti a malattie infettive endemiche. Nel marzo del 1816 gli amministratori chiesero che questo inconveniente fosse eliminato e l'ingegner Gimma, con un consigliere di Intendenza, esaminò l'abitato per trovare la soluzione.