La battaglia di Adua, momento culminante e decisivo della guerra di Abissinia, si combatté il 1º marzo 1896 nei dintorni della città etiope di Adua tra le forze italiane comandate dal tenente generale Oreste Baratieri e l'esercito abissino del negus Menelik II. Gli italiani subirono una pesante sconfitta, che arrestò per molti anni le ambizioni coloniali sul corno d'Africa permettendo agli etiopi di conservare la loro indipendenza durante la spartizione dell'Africa.
Antefatti La campagna
La guerra era iniziata nel dicembre del 1895, quando le truppe etiopiche avevano attaccato gli sparpagliati presidi italiani nella regione dei Tigrè, occupata nell'aprile precedente; gli italiani erano stati colti di sorpresa, ed erano incappati subito in una sconfitta nella battaglia dell'Amba Alagi il 7 dicembre. A questa sconfitta si aggiunse poi il 22 gennaio 1896 la resa del presidio di Macallè, che aveva resistito ad un assedio durato due mesi. Le forze italiane al comando del generale Oreste Baratieri, ora rinforzate da truppe fresche giunte dall'Italia, si ammassarono nella zona tra Adigrat ed Edagà Amus, ma l'esercito di Menelik aggirò lo schieramento nemico e si diresse nella zona di Adua, trovandosi così in un'ottima posizione per tentare l'invasione della colonia italiana dell'Eritrea. Baratieri cercò di parare questa mossa cambiando il fronte del suo schieramento da sud ad ovest, spostando le sue truppe nella regione di Enticciò ed attestandosi su una solida posizione difensiva sul monte Saatì il 7 febbraio, a soli pochi chilometri dall'accampamento etiope posto nella conca di Adua.
Per i successivi venti giorni i due eserciti si fronteggiarono rimanendo sulle rispettive posizioni. Il negus approfittò di questa inattività per intavolare delle trattative diplomatiche, arrivando anche ad offrire la cessazione delle ostilità in cambio dell'abrogazione del trattato di Uccialli, le cui clausole controverse erano una delle cause della guerra; questa richiesta venne però rigettata dal Governo italiano, ormai convinto che solo un pieno successo militare avrebbe permesso di ristabilire il prestigio italiano nella regioneIndro Montanelli, Storia d'Italia, vol. 6 1861 - 1919, RCS Libri S.p.A., 2006, ISBN Non disponibile, p. 284. Preoccupato per l'inattività di Baratieri, il Presidente del Consiglio Francesco Crispi iniziò a spronare il generale affinché ottenesse al più presto una vittoria decisiva, inviandogli un famoso telegramma il 25 febbraio:
Al tempo stesso, però, già dal 21 febbraio Crispi aveva deciso di sostituire Baratieri con il generale Antonio Baldissera, già in precedenza comandante delle truppe italiane nella colonia, che lasciò l'Italia il 23 febbraio in incognito, per evitare che la notizia della sua destituzione avesse effetti deleteri sul morale di Baratieri.
La situazione logistica dei due eserciti andava intanto aggravandosi, soprattutto per quello italiano, nelle cui retrovie erano scoppiate numerose rivolte delle popolazioni precedentemente assoggettate che mettevano in serio pericolo le comunicazioni con la vitale base di Massaua. Il 27 febbraio Baratieri radunò i suoi più stretti collaboratori per discutere della situazione: il capo di stato maggiore colonnello Valenzano e i generali Giuseppe Arimondi, Matteo Albertone, Vittorio Dabormida e Giuseppe Ellena, comandanti di brigata. Consapevole del fatto che all'esercito rimanevano solo viveri per quattro giorni, Baratieri propose di operare una ritirata strategica in Eritrea, onde migliorare la situazione logistica e raccogliere nuove forze; tutti i generali, tuttavia, si espressero contro tale piano, proponendo invece di tentare un attacco contro l'esercito etiopico, troppo vicino per ritirarsi in sicurezza. Baratieri, che attendeva maggiori informazioni sulla consistenza dell'esercito nemico, aggiornò la riunione alla sera successiva.
Piani e schieramenti
La sera tra il 28 e il 29 febbraio, Baratieri riunì di nuovo i suoi collaboratori per metterli al corrente delle sue decisioni: l'esercito italiano non avrebbe attaccato direttamente le posizioni etiopiche, ritenute troppo salde, ma sarebbe avanzato con il favore della notte per occupare una serie di colline più vicine allo schieramento nemico; in questo modo, Baratieri avrebbe obbligato Menelik o ad accettare il combattimento attaccando le truppe italiane schierate in posizione più favorevole, o a cedere il campo e ritirarsi. Le truppe del Corpo di Spedizione italiano vennero quindi divise in quattro brigate, affidate ai quattro generali: Dabormida avrebbe guidato l'ala destra, con il compito di attestarsi sul colle di Rebbì Ariennì, Albertone avrebbe guidato l'ala sinistra, incaricata di occupare il colle Chidanè Merèt, Arimondi avrebbe tenuto il centro, attestandosi parzialmente sullo stesso colle Rebbì Ariennì in posizione leggermente più arretrata, mentre Ellena avrebbe guidato la riserva, schierata dietro ArimondiSandro Matteoni, Le grandi battaglie, La biblioteca di Repubblica, 2005, ISBN non disponibile, p. 579.. Nelle intenzioni di Baratieri, le varie brigate sarebbero state in grado di garantirsi appoggio reciproco, spazzando via qualsiasi attacco nemico con un fuoco incrociatoDavid L. Lewis, The race to Fashoda: European colonialism and African resistance in the scramble for Africa, London, Bloomsbury, 1988, ISBN 0-7475-0113-0, p. 117..
In totale, gli italiani mettevano in campo 550 ufficiali e soldati nazionali, e soldati indigeni (gli àscariDal termine arabo ʿaskar, "soldato".), per complessivi uomini con 56 pezzi d'artiglieria. A parte poche truppe "scelte" (come i bersaglieri e gli alpini), la maggioranza dei reparti italiani era composto da militari di leva, sorteggiati dai loro reggimenti in Italia per prestare servizio in Africa (quando non vi erano inviati come punizione); composti da uomini di varia provenienza, i reparti mancavano quasi totalmente di spirito di corpo o di esperienza bellica, oltre che di un addestramento adeguato all'ambiente in cui si trovavano ad operareChris Prouty, Empress Taytu and Menilek II, Trenton, The Red Sea Press, 1986, ISBN 0-932415-11-3, p. 155.. L'equipaggiamento era di bassa qualità, soprattutto per quanto riguardava le scarpe, mentre i reparti italiani, per esigenze di uniformità di munizionamento con i reparti indigeni, erano stati riequipaggiati con il fucile Vetterli-Vitali Mod. 1870/87, più arretrato del Carcano Mod. 91 con il quale si erano addestrati in patriaSandro Matteoni, Le grandi battaglie, La biblioteca di Repubblica, 2005, ISBN non disponibile, p. 578.. Le unità di ascari erano di valore discontinuo: i reparti reclutati in Eritrea erano considerati i migliori, mentre quelli del Tigrè, regione occupata da poco, erano ritenuti poco affidabili.
Nonostante la regione di Adua fosse stata occupata dagli italiani fin dall'aprile del 1895, Baratieri non disponeva di una mappa affidabile della zona; ai comandanti delle brigate venne dato uno schizzo realizzato a mano libera delle posizioni da occupare, molto sommario e ricco di imprecisioni. La mancanza di reparti di cavalleria rese impossibile una ricognizione preliminare del campo di battaglia.
Secondo le informazioni ricevute, Baratieri valutava la forza dell'esercito etiope tra i e i uomini, demoralizzati dalle malattie e dalla penuria di viveri; le truppe di Menelik invece ammontavano tra i e i uominiVi era anche un certo numero di servitori non combattenti, il cui ammontare non è noto., di cui circa dotati di un qualche tipo di arma da fuoco. L'esercito etiope era ancora basato su un sistema semi-feudale: tra gli obblighi dei vari sovrani locali (i ras) nei confronti dell'imperatore vi era quello di presentarsi in armi con i propri vassalli in caso di guerra. Non vi era un'organizzazione militare formale, ma vari reparti autonomi posti al comando del proprio sovrano; tra i comandanti degni di nota si annoveravano, oltre allo stesso Menelik, l'imperatrice Taytu Betul, Ras Wale, Ras Mengesha Atikem, Ras Mengesha Yohannes, Ras Alula Engida, Ras Mikael di Wollo, Ras Mekonnen Welde Mikaél, Fitawrari Gebeyyehu e il negus Tekle Haymanot di Goggiam.
I guerrieri etiopici erano ancora armati con un gran numero di armi bianche (principalmente lance e spade), ma un numero considerevole era dotato anche di armi da fuoco, che andavano dai moderni Remington e Vetterli Mod. 1870, a vecchi fucili ad avancarica o addirittura a miccia risalenti a due secoli primaSandro Matteoni, Le grandi battaglie, cit., p. 585.; la maggior parte delle armi da fuoco veniva dalla Russia (l'unico governo europeo a parteggiare esplicitamente per gli etiopici), dalla Francia e dall'Italia stessa. Erano inoltre disponibili quarantasei cannoni a tiro rapido Hotchkiss e qualche mitragliatrice Hotchkiss e Maxim; a differenza degli italiani, Menelik poteva disporre di numerosi reparti di cavalleria, i migliori dei quali erano quelli composti da guerrieri Oromo.
Gli etiopici non disponevano di un vero e proprio servizio logistico, e la principale fonte di viveri e vettovaglie era costituita dai contadini della regione dove l'esercito si trovava. Dopo venti giorni trascorsi nella conca di Adua, l'esercito etiope aveva consumato quasi tutte le risorse della regione, e nel suo accampamento si stavano incominciando a diffondere le malattie. Conscio di questa situazione, Menelik aveva cominciato a progettare un assalto in massa contro il campo italiano per il 2 marzo seguente, prima che il suo esercito si indebolisse troppo; la manovra italiana anticipò le intenzioni del negus.
Ordini di battaglia
Ordine di battaglia del Corpo di Operazioni italiano in Eritrea
Comando: Comandante, tenente generale Oreste Baratieri Capo di stato maggiore, tenente colonnello Gioacchino Valenzano Colonna di destra, II Brigata fanteria (generale Vittorio Dabormida): 3º Reggimento fanteria d'Africa, colonnello Ottavio Ragni V Battaglione fanteria d'Africa (magg. Giordano) VI Battaglione fanteria d'Africa (magg. Leopoldo Prato) X Battaglione fanteria d'Africa (magg. Gennaro De Fonseca) 6º Reggimento fanteria d'Africa, colonnello Cesare Airaghi III Battaglione fanteria d'Africa (magg. Luigi Branchi) XIII Battaglione fanteria d'Africa (magg. Rayneri) XIV Battaglione fanteria d'Africa (magg. Giuseppe Secondo Solaro) Battaglione milizia mobile indigena, magg. Lodovico De Vito Compagnia indigeni del chitet dell'AsmaraIn via di mobilitazione. (cap. Alberto Sermasi) II Brigata di artiglieria (magg. Alberto Zola) 5ª Batteria di artiglieria da montagnaSu 6 pezzi da 75B Mont. (cap. Giuseppe Mottino) 6ª Batteria di artiglieria da montagna (cap. Regazzi) 7ª Batteria di artiglieria da montagna (cap. Gisla) Colonna centrale, I Brigata (generale Giuseppe Arimondi): 1º Reggimento bersaglieri d'Africa, colonnello Francesco Stevani I Battaglione bersaglieri d'Africa (magg. Matteo De Stefano) II Battaglione bersaglieri d'Africa (t.col. Compiano) 2º Reggimento fanteria d'Africa, colonnello Ugo Brusati II Battaglione fanteria d'Africa (magg. Viancini) IV Battaglione fanteria d'Africa (magg. Luigi De Amicis) IX Battaglione fanteria d'Africa (magg. Giuseppe Baudoin) 1ª Compagnia/V Battaglione indigeni (cap. Pavesi) 8ª Batteria di artiglieria da montagna (cap. Loffredo) 11ª Batteria di artiglieria da montagna (cap. Giuseppe Franzini) Colonna di sinistra, Brigata indigeni (generale Matteo Albertone): I Battaglione indigeni (magg. Domenico Turitto) VI Battaglione indigeni (magg. Aurelio Cossu) VII Battaglione indigeni (magg. Rodolfo Valli) VIII Battaglione indigeni (magg. Giovanni Gamerra) Gruppo Bande Indigeni "Okulè Kusai" (ten. Alessandro Sapelli) I Brigata di artiglieria (mag. Francesco De Rosa) 1ª Batteria di artiglieria da montagna indigeniSu 4 pezzi da 75B Mont. (cap. Clemente HenryA lui è stata poi intitolata la caserma di artiglieria di Susa dove una lapide lo ricorda) II sezione della 2ª Batteria di artiglieria da montagna indigeniSu 2 pezzi da 75B Mont. (ten. Vibi)