Gli Hohenstaufen (pronuncia tedesca: ), oppure, più appropriatamente, StauferLexikon des Mittelalters, libro 8, pp. 76–79. (), furono una famiglia nobile ducale, reale e imperiale originaria della Svevia (nell'attuale Germania).
Storia Origini Il nome "Hohenstaufen", che significa letteralmente "Alto Staufen", ha origine nel XIV secolo, quando fu usato per la prima volta per distinguere la collina chiamata Staufen (Alpi sveve), dal villaggio omonimo nella valle sottostante. Il nome "Staufen" deriva da ex stouf , è stato usato nel Medioevo per indicare i colli conici in Svevia. La famiglia deve il proprio nome al loro primo castello, che venne costruito lì nella seconda metà dell'XI secolo (chiamato appunto Hohenstaufer per distinguerlo dagli altri), tipicamente considerata loro sede ancestrale.
Ascesa genealogica inventata
Il primo Staufer conosciuto per nome è noto da un elenco genealogico del XII secolo redatto da Wibaldo di Stavelot, che Federico Barbarossa aveva commissionato. Portava il nome di Federico, il Leitname della dinastia. Di lui si sa solo che sua sorella era sposata con un Bertoldo, conte in Breisgau. Il figlio di questo Federico, che si chiamava anch'esso Federico, è menzionato nei documenti della metà dell'XI secolo come conte palatino di Svevia (1053-1069), il quale compare assieme al conte del Riesgau e fratello Sigeardo e Federico. Essi, più precisamente, furono menzionati nel 987 in un documento del successivo imperatore Ottone III. Forse i due sono da considerarsi la stessa persona. Presumibilmente gli Hohenstaufen erano imparentati con i Sigeardingi bavaresi: tale relazione è tuttavia da considerarsi un'invenzione di Hansmartin Decker-Hauff, il quale sostenne questa relazione senza nessuna fonte a supportare ciò; questa invenzione venne scoperta solo dopo la morte di Decker-Hauff, avvenuta nel 1992. Conseguentemente, il primo Hohenstaufen è da considerarsi Federico di Büren.
Del figlio Federico Büren, nome derivante dal "castello (Burg in tedesco) di "Büren" già noto come il maniero, che probabilmente si trovava sul "Bürren" a nord-est del villaggio di Wäschenbeuren, nell'odierno quartiere di Göppingen. Questa ipotesi storiografica non regge però davanti alle evidenze archeologiche.
Ascesa La vicenda politica del casato Hohenstaufen ebbe inizio nel 1079 con il conferimento a Federico il Vecchio del titolo di duca di Svevia. Nel 1138 il figlio Corrado fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero dalla dieta di Coblenza. Il casato manterrà il titolo imperiale con Federico I Barbarossa (1155-1190), Enrico VI (1191-1197), Filippo di Svevia (1208), Federico II (1220-1250) e Corrado IV (1250-1254). Gli ultimi due imperatori, oltre a Enrico, furono anche re di Sicilia.
Estinzione La casata degli Hohenstaufen si estinse in linea maschile diretta con Enzo (morto nel 1272), Manfredi (morto nel 1266) e Corradino di Svevia (morto nel 1268). Gli ultimi due furono autori di due tentativi falliti di riconquistare il trono imperiale nel 1266 e 1268. Attraverso la discendenza di Costanza, figlia di Manfredi, i sovrani d'Aragona rivendicarono la successione al trono di Sicilia. Oggi, per via femminile, molte tra le maggiori dinastie europee possono rivendicare una discendenza dalla casata degli Hohenstaufen.
Blasone
La prima o, comunque, una delle prime figure araldiche adottate dagli Hohenstaufen per le proprie insegne fu quella del leone, o, meglio, dei leoni passanti, poiché, in seguito a evoluzioni e implementazioni degli elementi componenti l'arme staufica, il numero degli animali araldici fu fissato a tre. Essi, di smalto nero o, in alternativa, rosso, erano disposti in palo in campo d'oro o, in talune versioni, d'argento...
A rappresentare la dignità imperiale degli Staufer, fu introdotta, poi, un'ulteriore insegna, ovvero un'aquila al volo abbassato di nero posta in campo d'oro o d'argento, con il primo metallo che finì con il prevalere sul secondo. Siffatta arme, che doveva rappresentare la continuità tra l'Impero romano e l'Impero germanico, divenne emblema degli imperatori tedeschi, non solo per gli Hohenstaufen, ma anche per le successive dinastie...
Fissato l'oro per il campo dell'insegna imperiale, l'argento non cadde in disuso, ma fu ripreso quale metallo distintivo della dignità reale della casata staufica. L'aquila al volo abbassato di nero, posta in campo d'argento, infatti, divenne lo stemma del Regno di Sicilia., sebbene le fonti non concordino in merito al sovrano che statuì in tal senso. Secondo una tesi consolidata, l'iniziativa sarebbe da attribuire a Manfredi., ma altri autori sostengono che, già con Federico II, l'aquila siciliana cominciò ad assumere identità e peculiarità proprie, che la differenziano dall'arme imperiale..
Sempre allo stupor mundi è attribuito l'utilizzo, quale insegna per l'Impero, dell'aquila bicipite di nero in campo d'oro.. In particolare, fu il benedettino e cronista inglese Matteo Paris a riportare, nelle sue maggiori opere, la Chronica Majora e lHistoria Anglorum, miniature recanti l'aquila a due teste, sia per Federico II, sia per alcuni dei suoi discendenti.. Un particolare stemma con aquila bicipite, infine, è associato agli Hohenstaufen in alcune delle tavole a corredo dellHistoria della Città e Regno di Napoli, dello storico napoletano Giovanni Antonio Summonte.. L'aquila, infatti, reca, caricato in cuore, uno scudetto, il quale, con capo troncato cuneato da parte a parte, è interzato in palo, con, nel primo terziere, tre pini o pigne male ordinate, nel secondo, tre leoni passanti, e, nell'ultimo, la croce di Gerusalemme..
Gli imperatori svevi
Con Enrico V si era estinta nel Sacro Romano Impero la dinastia salica. I nobili tedeschi non riuscivano a trovare un accordo sulla successione e si delinearono due fazioni principali opposte: una favorevole ai duchi di Baviera detta dei guelfi (da un Welf capostipite della dinastia bavarese) e una favorevole ai duchi di Svevia detta "ghibellina" da Weiblingen, un castello degli Hohenstaufen che avevano il Ducato di Svevia grazie al favore di Enrico IV. In un primo momento prevalsero i bavaresi, con l'assegnazione della corona a Lotario di Supplimburgo, duca di Sassonia, che regnò dal 1125 al 1137. I tedeschi però non approvarono la sua politica troppo arrendevole nei confronti di Innocenzo II al quale cedette i diritti sull'eredità di Matilde di Canossa, che essa aveva illegittimamente lasciato alla Chiesa, essendo essa feudataria e quindi inabilitata a trasmettere i feudi ereditariamente.
Nel 1137 quindi i nobili tedeschi appoggiarono l'ex avversario di Lotario, Corrado di Svevia, il quale non fu giudicato all'altezza dell'incarico dopo il disastro della seconda crociata. Alla sua scomparsa (1152) venne dunque scelto il suo giovane nipote, Federico, duca di Svevia, poi noto in Italia come il "Barbarossa". Egli sembrava essere il candidato ideale anche perché imparentato da parte di madre con i duchi di Baviera, quindi legato a entrambe le fazioni.
Federico I
Federico cominciò infatti una politica conciliante, lasciando un ampio spazio alla nobiltà e avvalendosi dell'appoggio del suo cugino Enrico il Leone, il quale aveva riunito nelle sue mani i due ducati di Baviera e di Sassonia. I primi provvedimenti di Federico (1152-1154) furono tutti rivolti alla Germania, la cui nobiltà laica ed ecclesiastica venne spesso convocata in assemblee (le diete). Egli cominciò a piegare le forze a lui avverse, confiscando terreni che dava ad amministratori di origine servile, i quali, grati dell'appoggio dimostrato dal sovrano, ottennero prestigio e potere e divennero una nuova aristocrazia ministeriale a lui fedelissima.
Dopo il 1154 decise di scendere in Italia per essere incoronato, arrivando a Roma nel 1155. Qui represse su richiesta del papa il nascente comune e ne consegnò l'animatore, Arnaldo da Brescia, al pontefice, che lo fece ardere al rogo. Dopo l'incoronazione Federico decise di cominciare a imporre la propria volontà ai comuni italiani, convocando due diete a Roncaglia (nel 1154 e ancora 1158). Durante la seconda dieta di Roncaglia emise la constitutio de regalibus, dove stabiliva quali erano i diritti del Re d'Italia (titolo che faceva parte della sua corona) che i comuni avevano usurpato (soprattutto diritti di esazione di imposte, pedaggi, dazi sui ponti, sui mulini, sulle strade, diritti di tenere tribunale e di battere moneta). I fondamenti giuridici di tali rivendicazioni vennero offerti dalla recente ma già importante scuola giuridica dell'Università di Bologna (ricompensata dall'Imperatore con la sua protezione), che attinse, riportandolo in Europa, al diritto romano nella codificazione voluta da Giustiniano I: la loro concezione si compendiava nella affermazione quod principi placet legis habet vigorem, vale a dire che “quanto è approvato dal sovrano, ha valore di legge”.
Questa politica procurò a Federico l'inimicizia dei comuni dell'Italia settentrionale, capeggiati da Milano. Inoltre era salito al soglio pontificio Alessandro III, che si era alleato con l'imperatore bizantino Manuele Comneno in funzione anti-germanica. Federico aveva cercato di ostacolare questa elezione ed era arrivato a fare eleggere un antipapa, cosa che alla fine gravò sul suo prestigio futuro.
I Comuni italiani, che ormai si erano spinti molto avanti in quanto a indipendenza dall'impero, non gradirono l'invio di podestà scelti dall'imperatore, né atti di forza come la distruzione di Milano del 1162 ed ebbero inizio le prime ribellioni: la Lega Veronese del 1164 diventata poi Lega Lombarda, appoggiata anche da Venezia, nel 1167. Poiché l'equilibrio in Germania si stava incrinando per il perdurare dello scisma dell'antipapa Vittore IV e per la politica eccessivamente indipendente di Enrico il Leone, il Barbarossa non poteva concentrarsi sull'Italia e quando vi scese riportò una sonora sconfitta nella battaglia di Legnano del 1176. In quel momento l'Imperatore sembrava avere nemici su tutti i fronti (i Comuni, il papa, alcuni prìncipi tedeschi, l'Imperatore bizantino e il normanno re di Sicilia), per questo egli capì di doversi dedicare intanto a rompere il fronte troppo compatto degli avversari. Si accordò allora con il papa a Venezia (1177), ponendo fine allo scisma. I Comuni, privati dell'appoggio pontificio, cercarono allora una tregua, che poi divenne la pace di Costanza del 1183: essi ottennero l'autonomia sostanziale, ma formalmente essi dovettero accettare la sottomissione all'Impero. In seguito Federico si accordò con il re di Sicilia combinando il matrimonio tra suo figlio Enrico e la figlia di re Ruggero, Costanza d'Altavilla, celebrato nel 1186.
A questo punto Federico si dedicò di nuovo alla Germania, dove Enrico il Leone faceva una politica del tutto indipendente da lui e lo aveva tradito negandogli l'aiuto a Legnano. Nel 1180 Federico lo mise al bando, con una doppia condanna sia da un tribunale feudale sia dalla dieta. Enrico si sottomise nel 1181, recuperò alcuni beni allodiali, ma Federico da allora si rifiutò di reintegrarlo nella scala feudale.
Il passo successivo del Barbarossa sarebbe stato a rigor di logica diretto a Bisanzio, e infatti partì nella terza crociata, ma morì per cause pare naturali in Anatolia durante la marcia verso Gerusalemme.
Enrico VI