Il pontificato di Leone e quello di Gregorio I furono i più significativi e importanti dell'antichità cristiana. In un periodo in cui la Chiesa stava sperimentando grandi ostacoli al suo progresso in conseguenza della rapida disintegrazione dell'Impero romano d'Occidente, mentre l'Oriente era profondamente agitato da controversie dogmatiche, questo papa guidò il destino della Chiesa romana.

Biografia Leone Secondo il Liber pontificalisEd. Theodor Mommsen, I, 101 sqq., ed. Louis Duchesne, I, 238 sqq. Leone nacque in Toscana, forse a VolterraC. Rendina, I Papi. Storia e segreti, p. 109. in una data ignota; il Taglieschi nei suoi Annali della terra d'Anghiari lo accredita come cittadino della villa di San Leo, contado d'Anghiari. Suo padre si chiamava Quintianus. Le prime evidenze storiche certe su Leone lo individuano come diacono della Chiesa romana sotto papa Celestino I e poi sotto il papa Sisto III.

Durante questo periodo, comunque, era già noto al di fuori di Roma e aveva delle relazioni con la Gallia, poiché Giovanni Cassiano nel 430 o nel 431 scrisse, dietro suo suggerimento, De Incarnatione Domini contra NestoriumJacques-Paul Migne, P.L., L, 9 sqq., usando come prefazione una lettera di dedica a Leone. Intorno a questo periodo, Cirillo di Alessandria si appellò a Roma contro la posizione del patriarca Giovenale di Gerusalemme sulla giurisdizione patriarcale della Palestina. In base a un'affermazione di Leone riportata in due scritti successiviEp. cxvi, ed. Ballerini, I, 1212; II, 1528 non è però chiaro se le lettere di Cirillo fossero inviate a lui quale diacono romano, o al papa.

Verso la fine del pontificato di Sisto III, Leone fu inviato in Gallia dall'imperatore Valentiniano III per ricomporre una disputa e far riconciliare Flavio Ezio, il comandante militare della provincia, e il prefetto del pretorio, Cecina Decio Aginazio Albino: l'incarico è un'evidente prova della grande fiducia riposta nell'intelligente e capace diacono dalla corte imperiale.

Alla morte di Sisto III (19 agosto 440) Leone si trovava ancora in Gallia, e fu acclamato all'unanimità dal popolo e dal clero come suo successore. Fu consacrato appena rientrato a Roma, il 29 settembre. Avrebbe guidato la Chiesa romana per i successivi ventun anni e in questo periodo ne avrebbe stabilito la centralità rispetto alle altre Chiese.

Zelo per l'ortodossia L'intento principale di Leone era quello di sostenere l'unità della Chiesa. Non molto dopo la sua elevazione alla cattedra di Pietro si vide costretto a combattere energicamente le eresie che minacciavano seriamente l'ortodossia della Chiesa, persino di quella occidentale. Settimo, vescovo di Altino, informò Leone di quanto stava accadendo ad Aquileia, dove presbiteri, diaconi, e chierici che erano stati seguaci di Pelagio venivano ammessi alla comunione senza un'abiura esplicita della loro posizione. Il papa criticò aspramente questa prassi ed ordinò che venisse convocato un sinodo provinciale ad Aquileia. Di fronte a tale consesso tutti coloro che erano stati pelagiani avrebbero dovuto abiurare pubblicamente le loro vecchie credenze e avrebbero dovuto sottoscrivere una inequivocabile confessione di fedeEpp. I e II.

Leone intraprese una lotta ancora più grande contro il manicheismo. I manichei erano fuggiti dall'Africa invasa dai Vandali, si erano stabiliti a Roma e vi avevano fondato una comunità segreta. Il Papa ordinò ai fedeli di denunciarli ai presbiteri e, nel 443, insieme ai senatori ed ai presbiteri stessi, istruì di persona un'inchiesta, nel corso della quale furono esaminati i capi di questa comunità. In molti dei suoi sermoni esortò, con grande enfasi, i cristiani di Roma affinché stessero in guardia contro questa che la Chiesa ortodossa considerava un'eresia, e li incaricò ripetutamente di dare informazioni sui seguaci, le loro abitazioni, i loro simpatizzanti, ed i loro appuntamentiSermo IX, 4, XVI, 4; XXIV, 4; XXXIV, 4 sq.; XLII, 4 sq.; LXXVI, 6.

In questo periodo nella città di Roma vennero convertiti ed ammessi alla confessione un certo numero di manichei; coloro che si rifiutavano di abiurare, in ossequio agli editti imperiali, furono banditi. Il 30 gennaio 444 il papa inviò una lettera a tutti i vescovi italiani, alla quale allegò i documenti dei procedimenti istruiti nei confronti dei manichei romani. In questa lettera li esortava a rimanere vigili e a denunciare qualsiasi manicheoEp. VII.. Il 19 giugno 445 l'imperatore Valentiniano III, probabilmente su insistenza del papa, emise un editto in cui stabiliva sette punizioni per i manicheiEpist. Leonis, ed. Ballerini, I, 626; ep. VIII inter Leon. ep...

Prospero d'Aquitania, nella sua CronacaAd an. 447; Mon. Germ. hist. Auct. Antiquissimi, IX, I, 341 sqq., afferma che, in conseguenza delle energiche misure adottate da Leone, i manichei furono scacciati anche da tutte le province; persino i vescovi orientali seguirono l'esempio del Papa. Nella Spagna Tarragonense, invece, ancora fioriva il priscillianesimo, che per qualche tempo continuò ad attirare nuovi seguaci. Turibio, vescovo di Astorga, ne venne a conoscenza e, nel corso di numerosi viaggi raccolse informazioni particolareggiate sulla condizione delle chiese e l'espansione del Priscillianesimo. Redasse una lista di quelli che considerava errori di questa posizione, ne scrisse una confutazione e spedì questi documenti a molti vescovi africani.

Ne inviò anche una copia al papa, che gli rispose con una lunga letteraEp. XV. nella quale a sua volta confutava gli errori dei priscillianisti. Leone, nel frattempo, ordinò che si convocasse un concilio dei vescovi delle province limitrofe per istituire un'inchiesta avente il fine di determinare se qualche vescovo fosse caduto nell'eresia. Qualora se ne fossero trovati, essi avrebbero dovuto essere scomunicati senza esitazione. Il Papa indirizzò una lettera simile anche ai vescovi delle altre province spagnole, notificando loro che stava per essere convocato un sinodo universale di tutti i principali pastori; se questo non fosse stato possibile, avrebbero dovuto essere convocati almeno i vescovi di Galizia.

Il primato della sede di Roma Eletto a cinquant'anni, fu un papa particolarmente giovane per l'epoca. La disorganizzatissima condizione ecclesiastica di alcuni paesi obbligò relazioni più strette tra quegli episcopati e Roma per una migliore promozione della vita ecclesiastica. Leone, con questo obiettivo bene in vista, decise di utilizzare il vicariato papale dei vescovi di Arles per la provincia di Gallia per creare un centro di aggregazione dell'episcopato gallico in stretta comunione con Roma. Patroclo di Arles (morto nel 426) aveva ricevuto dal papa Zosimo il riconoscimento del primato sulla Chiesa di Gallia, e tale primato venne poi fortemente rivendicato dal suo successore Ilario di Arles, che entrò in conflitto con Leone. Ilario si avvalse eccessivamente della sua autorità sulle altre province ecclesiastiche, ed affermò che tutti i vescovi avrebbero dovuto essere consacrati da lui, invece che dal loro metropolita.

Quando, per esempio, fu resa pubblica la lamentela che Celidonio, vescovo di Besançon, era stato consacrato in violazione del canone (si diceva che, come laico, avesse sposato una vedova e, come pubblico ufficiale, avesse dato il suo assenso ad una sentenza di morte), Ilario lo depose, e consacrò Importuno quale suo successore. Celidonio si recò di persona a Roma e si appellò al Papa. Contemporaneamente Ilario, come se la sede interessata fosse stata vacante, consacrò un altro vescovo per prendere il posto di un certo Projectus che era malato e che, a sua volta, si appellò al Papa contro le azioni del vescovo di Arles. Ilario fu chiamato a Roma per giustificarsi di fronte ad un sinodo (circa 445); poiché le lagnanze portate contro Celidonio non poterono essere provate, Leone lo reinsediò nella sua sede. E anche Projectus ricevette nuovamente la sua diocesi. Ilario tornò ad Arles prima che il sinodo finisse, ma il papa lo privò della giurisdizione sulle altre province galliche e dei diritti metropolitani sulla provincia di Vienne, lasciandogli solo la diocesi di Arles.

Leone comunicò le decisioni del sinodo ai vescovi della Provincia di Vienne attraverso una letteraEp. X., inviando loro contemporaneamente anche un editto di Valentiniano III datato 8 luglio 445 in cui venivano appoggiate le misure prese dal Papa nei confronti di Ilario e veniva solennemente riconosciuto il primato del vescovo di Roma sull'intera ChiesaEpist. Leonis, ed. Ballerini, I 642.. Egli interpretò anzitutto i passi neotestamentari riguardanti Pietro (; ; ) in modo prettamente giuridico, cioè nel senso di una plenitudo potestatis donata da Gesù a Pietro. Leone definì inoltre lo statuto giuridico del successore di Pietro con l'aiuto del diritto ereditario romano: ogni successore di Pietro erediterebbe non le sue qualità e i suoi meriti personali (soggettivamente il papa resta un «erede indegno»), ma il mandato e il ministero trasmessi da Gesù Cristo a Pietro, con tutte le relative funzioni e i relativi pieni poteri (oggettivamente il papa, pur non essendo un apostolo, è comunque apostolicus). L'editto affermava infine che il primato del vescovo di Roma traeva origine dall'unicità dell'Urbe e dal Credo di Nicea. Al ritorno nella sua diocesi, Ilario immediatamente cercò e probabilmente ottenne una riconciliazione con il papa, visto che tra di essi non si verificarono ulteriori problemi. Anzi, dopo la morte del vescovo, avvenuta nel 449, Leone dichiarò Ilario di beatae memoriae. Nello stesso anno Leone I indirizzò lettere cordialissime per l'elezione del nuovo metropolitaEpp. XL, XLI. sia al vescovo Ravennio, successore di Ilario nella sede di Arles, che agli altri vescovi della provincia. Quando però, poco tempo dopo, Ravennio consacrò un nuovo vescovo per succedere a quello di Vaison, l'arcivescovo di Vienne, che si trovava a Roma, si oppose a questa consacrazione.

I vescovi della provincia di Arles, quindi, tutti insieme, scrissero una lettera al Papa, con la quale lo imploravano di rendere a Ravennio i diritti di cui era stato privato il suo predecessore IlarioEp. LXV inter ep. Leonis.. Nella sua risposta, datata 5 maggio 450Ep. LXVI., Leone accondiscese alla loro richiesta. L'arcivescovo di Vienne doveva avere quali suffraganee solamente le diocesi di Valence, Tarantasia, Ginevra, e Grenoble; tutte le altre sedi insistenti nella provincia di Vienne divennero soggette all'arcivescovo di Arles, che tornò nuovamente mediatore tra la Santa Sede e l'intero episcopato gallico. Il vicariato di Arles esercitò per molto tempo i privilegi che Leone gli aveva concesso.

Un altro vicariato papale era quello dei vescovi di Tessalonica, la cui giurisdizione si estendeva sull'Illiria. Particolare dovere di questo vicariato era la protezione contro il crescente potere del Patriarca di Costantinopoli dei privilegi della Santa Sede sul distretto dell'Illiria Orientale che apparteneva all'Impero Romano d'Oriente. Leone concesse il vicariato ad Anastasio, vescovo di Tessalonica, come il papa Siricio lo aveva precedentemente concesso al vescovo Anisio. Il vicario doveva consacrare i metropoliti, convocare in sinodo i vescovi della Provincia dell'Illiria Orientale e sorvegliarli nell'amministrazione del loro ufficio; ma le questioni più importanti avrebbero dovuto essere sottoposte a Roma (epp. V, VI, XIII). Tuttavia, Anastasio di Tessalonica usò la sua autorità in una maniera tanto arbitraria e dispotica da essere severamente rimproverato da Leone, che gli inviò dettagliate direttive per l'esercizio del suo ufficio (ep. XIV).

Leone e la disciplina