Linvasione del Trentino del 1866 fu un episodio della terza guerra d'indipendenza italiana, che consistette nel riuscito tentativo, da parte del generale Giacomo Medici e dei suoi regolari, di forzare le difese austriache in Trentino attraverso la Valsugana e di aprirsi la strada verso Trento.
L'inizio del conflitto Allo scoppio della terza guerra di indipendenza, il 23 giugno 1866, l'esercito italiano era diviso in due armate: la prima, al comando di La Marmora, era stanziata in Lombardia ad ovest del Mincio verso le fortezze del Quadrilatero; la seconda, al comando del generale Cialdini in Romagna, a sud del Po, verso Mantova e Rovigo. Il lungo fronte alpino, invece, era affidato ai volontari di Giuseppe Garibaldi, del Corpo Volontari Italiani, i quali dovevano controllare il lungo fronte che divideva la Lombardia dall'Alto Adige e dal Trentino.
Il capo di Stato Maggiore generale La Marmora mosse per primo, incuneandosi fra Mantova e Peschiera, solo per venire arrestato, il 24 giugno, in un confuso e sfortunato scontro alla battaglia di Custoza.
La sconfitta segnò un generale arresto delle operazioni, con gli italiani che riorganizzavano nel timore di una controffensiva austriaca. L'esito generale della guerra venne, tuttavia, determinato dalle importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco (in particolare la vittoria alla battaglia di Sadowa del 3 luglio 1866, ad opera del generale Helmuth Karl Bernhard von Moltke). A seguito di questi avvenimenti gli austriaci ritirarono a protezione di Vienna uno dei tre corpi di armata schierati in Italia e diedero priorità alla difesa del Trentino e dell'Isonzo.
La ripresa delle operazioni italiane Lo stesso 14 luglio, il re Vittorio Emanuele II di Savoia e lo Stato Maggiore, nel corso di un Consiglio di Guerra tenuto a Ferrara, stabilirono finalmente un atteggiamento aggressivo al prosieguo della guerra. In particolare il generale Enrico Cialdini avrebbe guidato un contingente principale di uomini attraverso il Veneto, mentre Garibaldi avrebbe dovuto penetrare a fondo in Trentino, avvicinandosi il più possibile al capoluogo. Infatti, ora che l'acquisizione del Veneto era certa, appariva soprattutto urgente procedere all'occupazione del Trentino e delle città della Venezia-Giulia, per non vedersele sfuggire alle trattative di pace.
Cialdini seppe guidare con vigore una brillante marcia attraverso il Veneto. Passato il Po, occupò Rovigo l'11 luglio, Padova il 12, Treviso il 14; San Donà di Piave il 18, Valdobbiadene ed Oderzo il 20, Vicenza il 21, Udine il 22 luglio.
Nel frattempo i volontari di Garibaldi si erano spinti dal Bresciano in direzione della città di Trento (Invasione del Trentino (Garibaldi - 1866)), avevano occupato Storo e si preparavano all'assedio del Forte d'Ampola e dei forti di Lardaro.
Le forze a disposizione Il 19 luglio Cialdini aveva affidato una sua divisione al generale Giacomo Medici, antico compagno d'armi di Garibaldi, con il compito di avanzare da Padova e risalire il fiume Brenta, lungo la Valsugana, verso Trento.
La divisione del tenente generale Medici era composta da 2 brigate e 4 reggimenti di fanteria, 2 battaglioni di bersaglieri, 2 squadroni di lancieri, 3 batterie, una compagnia del genio. In tutto circa uomini, 180 cavalli e 18 pezzi d'artiglieria.
Si trattava di forze considerevoli: è vero che il comandante austriaco del Trentino, generale Franz Kuhn von Kuhnenfeld, disponeva di circa uomini, tutte buone truppe da montagna con artiglieria e cavalleria leggera, ma egli era già pressato da Garibaldi a sud-ovest. Le posizioni difensive austriache, inoltre, erano allora tutte puntate verso la frontiera con la Lombardia, non certo verso il Veneto austriaco.
Nel frattempo Garibaldi aveva respinto un attacco austriaco alla battaglia di Condino ed occupato la val di Ledro.
I preparativi austriaci Già l'11 luglio von Kuhnenfeld aveva inviato truppe verso la Valsugana: due compagnie di fanteria, una di tiratori scelti tirolesi, due di tiratori stanziali (i famosi Schützen), un battaglione con cinque compagnie, mezza batteria ed un plotone del genio. Esse si attestarono a Primolano, all'imbocco della stretta valle. La sera del 22 luglio von Kuhnenfeld ricevette notizia certa dell'iniziativa di Medici ed ottenne tre battaglioni in rinforzo da Verona. Il 17 luglio il comandante del settore, maggiore Franz Pichler Edler von Deeben, comandò una spedizione di razzia da Primolano su Bassano del Grappa, nel Veneto austriaco, ma la cui popolazione aveva già innalzato il tricolore.
L'ingresso italiano in Valsugana Il 20 luglio il generale Medici, uscito da Padova, occupava Cittadella, il 21 luglio era a Bassano. Lo stesso giorno si ebbe un primo scontro a fuoco fra pattuglie a, lungo la Brenta circa 15 km a nord di Bassano. Medici, saputo di questa scaramuccia, dispose una marcia su quattro colonne: la prima seguiva il fondovalle verso Cismon del Grappa ed il ponte sul torrente omonimo, la seconda doveva aggirare Cismon e giungere da tergo su Enego, la terza bloccare la strada da Cismon a Feltre, all'altezza di Arsiè. In tal modo era garantito l'accerchiamento di Cismon. Una quarta colonna doveva portarsi ben oltre, su Tezze Valsugana, alle spalle di Primolano, passando per i passi alla destra dell'Ortigara, in modo da tagliare la ritirata agli austriaci che difendevano l'imbocco della Valsugana. Franz Pichler Edler von Deeben, invece, reagì facendo incendiare il ponte di Cismon ed allestire una trincea in corrispondenza di una stretta della valle.
Lo stesso 21 luglio, Garibaldi respingeva un assalto austriaco alla battaglia di Bezzecca impedendo così a von Kuhnenfeld di liberare le forze schierate a sud-ovest e utilizzarle contro Medici.
La battaglia di Primolano
Il 22 luglio, l'avanguardia austriaca sul ponte di Cismon, pressata di fianco e da tergo si ritirò su Primolano. Alla notizia, alle 7 del mattino, Franz Pichler Edler von Deeben concentrò le proprie truppe (circa 800 uomini) su Primolano ed avanzò a sud verso Cismon. Per strada ricevette la notizia che la seconda colonna italiana, i 3000 uomini del colonnello Negri, era giunta ad Enego e lo minacciava da destra, retrocesse e fece innalzare barricate all'ingresso dell'abitato.
Un piccolo distaccamento venne lasciato sulle alture, in località Fastro, con l'ordine di tenere quanto possibile. Medici avanzò con grande prudenza e giunse solo alle due del pomeriggio a Primolano, dove venne accolto dalla fucileria austriaca.
Alle 3 del pomeriggio gli austriaci ripiegarono sulla trincea allestita a Pianello, poco a nord. Medici, lì giunto, non attaccò, in attesa che la quarta colonna si portasse su Tezze, alle spalle della linea fortificata.
Quando Franz Pichler se ne rese conto, ripiegò su Tezze e poi su Grigno, dove già aveva fatto ripiegare i carriaggi. Venne richiamato anche il reparto a presidio di Fastro, che aveva respinto un attacco italiano, e le retroguardie subirono diverse perdite ad opera delle colonne italiane. Una volta a Grigno, il ponte sul torrente omonimo venne parzialmente demolito, e verso le 22 le truppe giunsero a Borgo Valsugana. Gli italiani ripararono il ponte e si accamparono prima di Grigno.
La battaglia di Borgo Valsugana Medici, partito alle 8 di mattina, avanzò lentamente lungo la strada mentre alcune compagnie di bersaglieri procedevano, a copertura, lungo il pendio destro e sinistro della valle, sino a Castelnuovo, sotto Strigno.
Da qui dispose i suoi 5 000 uomini, 180 cavalli e 6 pezzi di artiglieria, in marcia su tre colonne. La prima seguiva il fondovalle verso Borgo Valsugana. La seconda, forte di tre compagnie, doveva salire da destra su Telve, conquistare Castel San Pietro presso Torcegno, e procedere lungo la strada di montagna che porta a Roncegno, alle spalle di Borgo. La terza, forte di un battaglione, doveva salire da sinistra su Olle, sopra Borgo e da lì scendere sulla cittadina. Il grosso doveva attendere a Castelnuovo, in colonna di marcia.
Franz Pichler, che aveva ricevuto una compagnia in rinforzo da Trento, fece disporre una barricata all'ingresso dell'abitato, truppe al ponte sul torrente Céggio, davanti a Borgo, truppe e batterie in collina. In tutto 857 uomini e 8 pezzi di artiglieria.
I primi scontri si ebbero Castel San Pietro, sulla destra. Contemporaneamente la prima colonna si mosse verso il ponte sul Cégio, che venne occupato. Seguì una serie di fucilate reciproche, finché la minaccia della colonna sinistra italiana indusse Pichler ad ordinare la ritirata. Le retroguardie rimasero barricate nella cittadina, poi uscirono, resistettero in quadrato ad alcune cariche dei lancieri e ripiegarono su Roncegno; dove la popolazione locale dette sostegno, offrendo riparo e ospitalità ai soldati austriaci . Alle nove le truppe, spossate, raggiunsero Levico Terme, 12 km oltre Borgo Valsugana.
Lo scontro era stato per gli austriaci più pesante del precedente: 5 uomini morti, 2 ufficiali e 17 uomini feriti e 51 dispersi. Ma la truppa era ancora in stato di guerra, benché, sicuramente, demoralizzata. La condotta di Medici, d'altra parte, dimostra come egli non conducesse alcuna battaglia di annientamento, ma procedeva con l'obiettivo di aprirsi una strada ed occupare quanto più territorio trentino possibile, senza correre il rischio di qualunque sconfitta. L'obiettivo della campagna, come detto, era più politico che militare. Se proprio occorreva combattere una battaglia decisiva, il luogo adatto sarebbero state solo le mura di Trento.
La battaglia di Levico Terme
A Levico Pichler ricevette, alle nove di sera, il rinforzo di due battaglioni, uno schierato all'ingresso del borgo e l'altro sulla montagna a sinistra, a coprire la Val dei Mocheni, da cui si passa a Pergine, alle spalle di Levico. La truppa reduce dalla battaglia di Borgo, invece, era accampata, esausta, sul viale di fronte alle terme. Questa volta, tuttavia, Medici aveva disposto di inseguire il nemico, senza lasciargli la possibilità di fortificarsi, ovvero scegliere il luogo migliore per la battaglia, come invece era successo la notte prima.
Come consueto, egli aveva disposto la formazione su tre colonne: la prima sulla destra, per la strada che da Telve porta a Vetriolo Terme, 900 m s.l.m. a picco sopra Levico (da dove era possibile deviare su Roveda e Pergine). La seconda sulla sinistra della Brenta, verso Caldonazzo. La terza al centro, con il grosso, preceduta da un'avanguardia con tre compagnie di bersaglieri, con il 28º Reggimento fanteria, due squadroni di lancieri ed una batteria. Alle 21.30 l'avanguardia italiana venne avvistata sulle alture di Selva, la frazione prima di Levico, senza sapere se gli austriaci si fossero arrestati in Paese, o fossero passati oltre. La posizione divenne chiara quando una ricognizione dei dragoni venne accolta a fucilate dagli austriaci.
Medici poté allora comandare l'assalto alla baionetta: l'avanguardia di Pichler venne rigettata e l'azione proseguì sino dentro il borgo. Un battaglione di bersaglieri, invece, lo aggirò sino a minacciare da est la strada di Pergine, ovvero l'unica via di ripiegamento a disposizione degli austriaci. Alle 11.30 Pichler diede l'ordine di sgombero su Pergine, anche se lasciò indietro una compagnia, circondata a nord dell'abitato. I 92 uomini si arresero la mattina dopo. Questa volta Medici non inseguì, ma poteva certamente dirsi soddisfatto della giornata: la Valsugana era stata interamente percorsa e liberata, e le mura di Trento erano a non più di 15 km.
Il ripiegamento generale austriaco